Dal lazzaretto al lockdown, la società del Covid-19

L’emergenza rivela le caratteristiche dell’antropologia dominante. Non è vero che l’uomo è sempre uguale a se stesso attraverso le epoche. Come siamo cambiati dalla peste al Sessantotto fino al sistema Stato-mercato-scienza-tecnologia

Pubblichiamo il testo dell’intervento di Rodolfo Casadei alla conferenza “Le rivelazioni del Covid. Commenti antropologici a una pandemia”, evento organizzato dal Centro culturale San Francesco del Carlo Alberto di Moncalieri venerdì 19 febbraio 2021.

* * *

Anzitutto devo giustificare il titolo, perché sono stato io a proporlo.

Una vicenda come la pandemia da coronavirus e i comportamenti sociali che ha prodotto rivelano quale sia l’antropologia predominante. Per antropologia intendo la visione del mondo e dell’umanità predominante in una data società, e i comportamenti che ne derivano. Di epoca in epoca gli esseri umani concepiscono se stessi, la loro società e il loro mondo in un certo modo e si comportano in certi modi, si danno certe istituzioni, si concedono certe libertà e stabiliscono certi tabù, certi divieti.

In una situazione di crisi generale – com’è appunto una crisi dovuta a una malattia epidemica che si fa fatica a curare – emergono più chiaramente le caratteristiche dell’antropologia dominante. E si possono fare raffronti col passato per vedere che cosa è cambiato e che cosa è rimasto uguale. Non è vero che l’uomo è sempre uguale a se stesso attraverso le epoche. Non è vero nemmeno che gli umani sono completamente cambiati, che modernità e post-modernità hanno cambiato tutto. Certamente ci sono dei grossi cambiamenti.

L’isolamento dei sani

I primi due cambiamenti che ho notato rispetto al passato, è che nelle epidemie di una volta venivano isolati i malati e coloro che erano sospettati di portare la malattia; non venivano isolati i sani perché non si ammalassero. Tutte le nostre città hanno ancora gli antichi lazzaretti, dove venivano concentrati gli appestati; le città di mare come per esempio Venezia hanno istituito luoghi di quarantena dove venivano fatte sostare le persone e le merci che avrebbero potuto portare un’infezione in tempo di pestilenza. Venivano anche sospese certe manifestazioni, come le processioni religiose.

Ma questa del coronavirus è stata la prima volta che per tutelare la salute pubblica le autorità hanno ordinato che anche i sani fossero chiusi dentro casa. Appena 50 anni fa, nel 1968, il mondo ha conosciuto la cosiddetta influenza di Hong Kong, che infettò centinaia di milioni di persone e ne fece morire una cifra che l’Oms stima fra gli 1 e i 4 milioni. Nessun paese decretò un lockdown di una qualche durata, in quel caso.

Nelle mani dei governi

La seconda cosa che mi è sembrata diversa dal passato è stato il rapporto che si è creato fra popolazione e governi. Sin dal principio la popolazione si aspettava che i governi – o meglio le autorità in senso lato: politici, scienziati, tecnici – prendessero in mano la situazione e la risolvessero, e i governi, politici e scienziati insieme, erano ben lieti di farsi carico di questa responsabilità: sconfiggere l’epidemia. Anche questa è una cosa piuttosto nuova.

In passato le calamità erano viste come atti di Dio, castighi di Dio o prove che Lui mandava, o come atti della Natura matrigna (ricordate Leopardi, il suo Dialogo della Natura e di un Islandese), atti contro i quali l’uomo poteva poco o nulla. A nessuno sarebbe venuto in mente di affidarsi al re o ai vertici della repubblica per affrontare una calamità naturale. Nessuno pensava che le autorità potessero prevenire il maremoto di Lisbona o la distruzione di Pompei per l’eruzione del Vesuvio. O che potessero prevenire o combattere le epidemie e le malattie contagiose in genere. Le autorità avevano il compito di segregare i lebbrosi, di segregare gli appestati, e questo era tutto.

La caccia al colpevole

Poi ci sono cose che ho notato che sono in parte uguali e in parte differenti dal passato. Anzitutto la questione delle responsabilità. Ben pochi dei nostri contemporanei pensano che il Covid sia un atto di Dio, una calamità naturale, un fatto casuale, cioè che sia qualcosa al di fuori del controllo dell’uomo. La maggior parte pensa che l’epidemia abbia dei responsabili umani, che qualcuno sia colpevole: colpevole o per lo scoppio dell’epidemia, o per il fatto che non è stata finora eliminata, o per il fatto che ci sono decine di migliaia di persone che muoiono a causa di questa malattia.

Questa colpevolezza si manifesta in diversi modi e a diversi livelli. Alcuni esseri umani sono colpevoli dell’epidemia perché il virus è fuggito da un laboratorio, perché il virus è una chimera, è geneticamente ingegnerizzato, perché il virus deriva da esperimenti di guerra batteriologica; sono colpevoli perché il virus è stato diffuso intenzionalmente per potere poi vendere i vaccini creati per prevenirlo o altri nuovi medicinali per curarlo; per ridurre la popolazione mondiale attraverso vaccinazioni che rendono sterili, o che hanno come effetto collaterale altre malattie mortali nel lungo periodo.

Ancora: ci sono esseri umani colpevoli per via del fatto che centinaia di migliaia di persone sono morte a causa del virus perché le autorità non hanno dichiarato per tempo le zone rosse, perché non hanno protetto le residenze per gli anziani, perché i cinesi non hanno avvisato per tempo gli altri paesi, perché l’Oms è controllata dai cinesi, eccetera. I più sofisticati dicono che è colpa dell’uomo perché le zoonosi – cioè i passaggi dei virus dagli animali agli esseri umani – sono aumentate a causa del fatto che l’uomo sfrutta eccessivamente l’ambiente, invade l’habitat delle specie animali selvatiche, e così crea le condizioni per le catastrofi sanitarie.

Queste interpretazioni non sono novità assolute perché anche in passato si cercavano le responsabilità umane di malattie e calamità, ma in un modo decisamente diverso da oggi, e di questo parleremo più avanti.

Il conformismo da Dpcm

Poi ci sono le cose semplicemente sorprendenti, per le quali non si può fare un raffronto col passato perché sono inedite. Di queste quella che mi ha colpito di più è il generale conformismo rispetto alle disposizioni governative. Molti trovano normale e naturale che la quasi totalità delle persone abbia ubbidito senza fiatare ai Dpcm che venivano sfornati con cadenza settimanale. Io invece, credo di non essere il solo, sono rimasto molto sorpreso da queste dimostrazioni di disciplina.

Sono rimasto molto sorpreso che non ci siano state discussioni pubbliche sulle disposizioni che il governo emanava. Anzi, quando veniva emanata una disposizione, qualunque critica alla stessa veniva assimilata al disfattismo, al sabotaggio, alla ribellione, alla minaccia alla salute pubblica, all’incoscienza e all’irresponsabilità. Chi formulava delle critiche o suggeriva ammorbidimenti rispetto al confinamento totale – il cosiddetto lockdown – veniva additato alla pubblica esecrazione come una specie di traditore della patria, come un colpevole di intelligenza col nemico, che poi era il virus.

La metafora della guerra

E infatti abbiamo avuto una sovrabbondanza di metafore militari: guerra, battaglia, combattere, trincea (medici e infermieri in trincea), caduti (medici che hanno perso la vita in servizio), eroi (sempre i medici e gli infermieri). A un certo punto il commissario Arcuri ha definito mascherine e ventilatori come «le munizioni che ci servono per combattere questa guerra»; il virologo Galli dell’ospedale Sacco di Milano ha definito gli ospedali la «retrovia di questa guerra, perché è di una guerra che si tratta», eccetera.

Per molto tempo questo linguaggio ha rappresentato una forma di retorica che è servita a rigettare le obiezioni di chi proponeva misure meno estreme del cosiddetto lockdown, ma alla fine si è ritorto contro chi lo ha utilizzato. Perché quando si è in guerra ci vuole il governo di unità nazionale: Winston Churchill insegna. Non puoi tu, governo ordinario, utilizzare le metafore belliche e continuare ad agire come un governo ordinario che dà l’impressione di approfittarsi della pandemia per aumentare i propri consensi. Se la pandemia non finisce, dopo un anno viene il momento che devi fare per forza il governo di unità nazionale. Chi di retorica ferisce, di retorica perisce. E così è stato.

La dissidenza virtuale

Ma torno a dire che sono rimasto piuttosto sorpreso perché, politicamente parlando, noi siamo gli eredi delle proteste del Sessantotto, e risalendo nel tempo siamo gli eredi della Rivoluzione francese. Oltre che delle Cinque giornate di Milano, della guerra partigiana del ’43-’45 e altro ancora. Siamo eredi di una tradizione politica che da due secoli a questa parte mette puntualmente in discussione il governo, che non si sottomette automaticamente al governo. Eppure le decisioni del Comitato tecnico-scientifico, fatte proprie dal governo e rilanciate col linguaggio delle metafore belliche dal sistema dei grandi media, sono state accettate senza aprire bocca. Anche quando apparivano cervellotiche, o contraddittorie, o sproporzionate. Tranne che da parte di una piccola minoranza che ha dato segni di ribellione. Ma anche in questo caso il comportamento della minoranza dissidente mi ha lasciato piuttosto sorpreso. Ci si potevano aspettare episodi di violazioni in massa delle disposizioni dei decreti. Nei turbolenti anni Settanta i gruppi di Autonomia Operaia organizzavano l’”illegalità di massa”, tipo espropriare un supermercato senza pagare.

Invece nel nostro caso la dissidenza è stata quasi interamente virtuale: per mesi i dissenzienti hanno disseminato i social di filmati e testi che proponevano verità alternative circa il virus, le cure, i vaccini, eccetera, vantandoli come rivelazioni provenienti dal mondo scientifico, cioè da biologi, virologi, scienziati, che il sistema aveva messo a tacere. I dissenzienti non si sono preoccupati di organizzare una resistenza effettiva alle misure restrittive prese dal governo – ci sono state tante violazioni, ma su base individuale, anarchiche, meglio: anarco-individualiste. I dissenzienti hanno dato vita piuttosto a una narrazione alternativa degli eventi; hanno opposto autorità alternative alle autorità ufficiali. Autorità alternative che svelavano complotti, illuminavano verità scientifiche occultate, eccetera. E anche questa è una cosa che merita approfondimento.

Lo Stato onnipotente

Sin qui ho illustrato dei fenomeni che ho osservato e che tutti hanno potuto osservare. Adesso bisogna cercare di spiegarli. Io non ho spiegazioni esaustive, ma cerco di offrire dei percorsi di spiegazione.

Alcuni di questi fenomeni si spiegano col posto crescente che lo Stato ha occupato nelle nostre vite. Questo spazio crescente lo ha occupato sia per iniziativa dei governanti che per volontà dei governati. I governati si aspettano che lo Stato intervenga a risolvere i loro problemi; lo Stato, ovvero i suoi rappresentanti, si assumono volentieri l’incombenza di occuparsi di una quantità crescente di aspetti della vita dei singoli e delle comunità.

I singoli e le comunità sempre meno si autogovernano, sempre più si affidano al grande sistema costituito da Stato-mercato-scienza-tecnologia. Lo Stato inteso come l’insieme degli esponenti dell’establishment volentieri si fa carico della richiesta dei governati di essere più governati. E qui scatta il cortocircuito: lo Stato, il sistema, devono dimostrare che realmente sono all’altezza della situazione, che veramente sono in grado di salvare la vita di chi si affida a loro, di debellare la malattia, e allora prendono misure sempre più dure e invasive. L’epidemia però non si ferma, e allora la gente si indigna perché lo Stato non ha fatto abbastanza: non c’erano le mascherine, le vaccinazioni vanno a rilento, eccetera.

La popolazione si rivolge alle autorità come se fossero onnipotenti, le autorità cercano di dimostrarsi onnipotenti nel duplice senso – noi siamo onnipotenti, ti chiudiamo in casa, e poi entriamo in casa tua per vedere se rispetti le regole, ma siamo onnipotenti anche perché ti salviamo dal virus, ti salviamo dalla morte –; l’onnipotenza non si dimostra tale, e allora la gente si arrabbia e punta il dito contro i governanti e li accusa di incompetenza.

Capri espiatori e complotti

E qui passiamo alla questione della ricerca dei colpevoli: come si spiega il fatto che la gente non accetta più l’idea che la malattia e la morte siano delle fatalità, dei fatti inevitabili. Non accetta il fatto che tutto ciò che nasce muore. È la legge della vita: tutto ciò che nasce vive, si ammala, muore. Silvio Garattini, il più grande farmacologo italiano e fondatore dell’Istituto Mario Negri, in un’intervista ha detto che la nostra cultura deve evolvere fino al punto che la malattia sarà considerata un fallimento della prevenzione. La malattia sarà un fallimento che bisognava evitare! La morte è un fallimento del sistema sanitario, o del sistema socio-sanitario.

È evidente che le accuse contro lo Stato, contro i politici, contro gli amministratori nascono da un’attesa di onnipotenza delusa. Se ci ammaliamo e moriamo è perché qualcuno ha fallito: aveva i mezzi per evitare la malattia e la morte, ma non li ha usati, perché è incompetente, perché è corrotto, perché ha interessi inconfessabili, eccetera.

Non è questo l’unico meccanismo della colpevolizzazione, ce ne sono altri più antichi. Nel libro Altri scritti contrari lo spiego bene nel testo dedicato al complottismo in materia di Covid. C’è anche il meccanismo del capro espiatorio, che è molto antico. In occasione delle pestilenze medievali in certe città europee gli ebrei sono stati accusati di avere diffuso loro l’infezione; nella Milano del Seicento della peste erano accusati gli untori, che confessavano dopo essere stati torturati. Centinaia di persone innocenti sono state trucidate come gli ebrei dell’Europa centrale oppure giustiziate in modo atroce dopo regolare processo, come è successo a Milano, con l’accusa di avere diffuso intenzionalmente epidemie.

Una logica dura a morire

Io ho fatto esperienza di questo modo di interpretare la malattia durante i miei reportage in Africa. Nella tradizione africana le malattie sono causate dagli spiriti malvagi, ma gli spiriti malvagi non si mettono in moto da soli: persone cattive li evocano con sortilegi, e li scatenano contro le loro vittime. Queste persone cattive sono gli stregoni. Con la stregoneria io mi approprio dell’energia vitale di un’altra persona, che a causa di questo si ammala e muore.

Perché la gente ha creduto e ancora crede in queste cose? Nel complotto ebraico, negli untori, nella stregoneria? Per due motivi. Uno è l’invidia: dei nostri mali accusiamo chi è più ricco di noi, più forte, più potente. Ieri gli ebrei, oggi gli americani o i cinesi. L’altro motivo è il desiderio di allontanare da sé il senso di colpa: se la morte di mio figlio è colpa dello stregone, se la morte di mia madre che era ricoverata all’ospizio è colpa del direttore della Baggina, non è colpa mia. Non ho protetto il mio anziano genitore, non ho saputo guarire mio figlio, ma non è colpa mia: è colpa del sistema che non funziona, o è colpa di uno stregone o di un untore. Questa è la logica del capro espiatorio. Che doveva sparire col progresso, con la diffusione del sapere scientifico, con l’eliminazione delle superstizioni. E invece no.

Tutto dipende dall’uomo

I vecchi capri espiatori sono stati sostituiti da nuovi capri espiatori, che sono la conseguenza dell’egemonia della visione illuminista del mondo: non esistono più cause naturali degli eventi, perché attraverso la ragione strumentale e la tecnica che ne è espressione l’uomo controlla e determina tutti i processi detti un tempo naturali. Non c’è più niente di naturale, tutto va ricondotto all’azione dell’uomo. Ogni cosa che capita a questo mondo è merito suo, oppure colpa sua. Quindi quando accade qualcosa di spiacevole si cerca immediatamente il colpevole: ogni calamità è il prodotto di un’azione umana.

Scrive Alain Finkielkraut nel suo Noi altri i moderni:

«L’inattesa conseguenza dell’umanizzazione del mondo è l’accusa illimitata. All’interno di un universo popolato ormai da oggetti ibridi, in una natura divenuta tecnonatura, il funzionamento è la regola e, se il sistema si blocca o cade a pezzi, uno ha il diritto di cercare il difetto o l’errore di concepimento. Con l’aiuto del progresso, le catastrofi hanno smesso di essere uno scandalo metafisico (Voltaire) per diventare col passar del tempo uno scandalo quasi interamente politico (Rousseau)».

L’idolatria della vita

Sul confinamento generalizzato, indipendente dal fatto che fossimo sani o malati, sulle restrizioni draconiane delle libertà personali, sull’accettazione senza dibattito di queste restrizioni, che spiegazioni antropologiche ci possiamo dare? Io mi ritrovo nelle riflessioni di Olivier Rey, di Giorgio Agàmben, di RJ Snell, di Fabrice Hadjadj, dello psicanalista lacaniano Mario Binasco, che pubblicheremo prossimamente su Tempi mensile.

Queste misure radicali sono state prese e sono state accettate a motivo della sacralizzazione della vita. La sacralizzazione della “nuda vita”, come la chiama Agàmben, l’”idolatria della vita”, come la definisce Olivier Rey, sono un prodotto della secolarizzazione, cioè del fatto che la religione non struttura più la nostra società e non struttura più la nostra coscienza.

A questo punto qualcuno di voi dirà: «Ma questo è matto, la sacralità della vita è proprio uno dei valori del cristianesimo, e anche chi non è credente si sente erede di questo valore». Ma non è così: il cristianesimo ama la vita, rispetta la vita, si vede già nei miracoli di Gesù che guarisce i malati e resuscita i morti; ma non sacralizza la vita! Tanto che Gesù Cristo sacrifica la propria vita, offre la sua vita in sacrificio. E invita i suoi seguaci a fare altrettanto, a sacrificare la vita per amore di Dio, fino all’effusione del sangue se è necessario. «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». (Marco 8,34)

La tendenza all’assolutismo

Con l’avvento dell’epoca moderna la sacralità della verità religiosa e del sacrificio per la verità si sono eclissati, e il loro posto è stato preso dalla sacralità della vita materiale, intesa sempre più come vita dell’individuo. La vita dell’individuo autonomo, che non vuole più dipendere dalla famiglia o dalla comunità, ha bisogno di protezione, e cerca questa protezione nello Stato. Thomas Hobbes immaginava il contratto sociale fra l’individuo e lo Stato come una sottomissione dell’individuo allo Stato: l’individuo riconosce allo Stato un potere assoluto in cambio del fatto che lo Stato protegge la sua vita.

In realtà nella storia si sono alternati assolutismo e costituzionalismo, che c’è quando i cittadini riconoscono il potere dello Stato ma in termini costituzionali, dunque limitati, e non assoluti. Bene, nella crisi del coronavirus il pendolo della storia si sposta nella direzione dell’assolutismo: allo Stato riconosciamo anche il potere di chiuderci in casa, di limitare il raggio dei nostri viaggi, di stabilire quali sono i nostri “affetti stabili”, eccetera, in cambio del fatto che si impegna a proteggere la nostra vita dalla morte.

Nostalgia dell’autorità

In combinazione con questa spiegazione io me ne do un’altra. Quest’altra spiegazione la chiamo nostalgia del principio di autorità. L’epidemia di una nuova malattia è una tipica situazione nella quale solo l’autorità può mettere ordine. L’epidemia eccede le possibilità dell’esperienza individuale e del sapere della maggior parte degli individui. Pochi sono biologi, immunologi, virologi. Tutti gli altri che non lo sono si indirizzano ai biologi, ai virologi, agli immunologi, perché rappresentano le autorità in materia: loro sanno quello che noi non sappiamo.

È limitato il mio sapere di non biologo, è limitata anche la mia esperienza: io posso fare esperienza del virus se mi ammalo, se si ammalano le persone che conosco, ma non posso fare esperienza della pandemia come tale, cioè di tutte le conseguenze della malattia sull’organizzazione degli ospedali e del sistema sanitario, e nemmeno delle conseguenze sull’economia se si fa il confinamento o se non si fa il confinamento. Delle conseguenze sulla salute mentale se si fa il confinamento o se non si fa. Poiché non posso fare esperienza di queste cose, devo affidarmi alle autorità, che hanno la visione complessiva delle cose, che conoscono le cose che io non posso sapere. L’autorità è autorità perché ne sa più di coloro che sono soggetti all’autorità; il maestro ne sa più degli studenti; il genitore ne sa più del figlio; il governante ne sa più del governato. La legittimità dell’autorità sta nella sua autorevolezza, cioè nel fatto che ha più esperienza di coloro che dall’autorità dipendono.

Nella crisi del coronavirus le persone hanno sentito il bisogno dell’autorità, hanno sentito il bisogno di affidarsi a qualcuno che ne sapeva più di loro e che aveva più mezzi di loro. L’esperienza della dipendenza ha servito il bisogno umano della rassicurazione, della tranquillizzazione: c’è qualcuno che ci dice cosa dobbiamo fare per cavarcela, facciamo come ci vien detto, e andrà tutto bene.

Dall’altra parte le autorità, cioè gli scienziati, i politici governanti e i tecnici sono stati ben contenti di interpretare il ruolo di quelli che dicono «noi ne sappiamo più di voi, fate come vi diciamo, e andrà tutto bene». Le autorità hanno fatto le autorità: emettevano continuamente decreti, prendevano decisioni, convocavano conferenze stampa tutte le sere, andavano tutte le sere in tivù nei talk show. Non si sono mai tirate indietro.

Nuove autorità alternative

Una parte minoritaria di popolazione non ha aderito a questo schema. Non ha riconosciuto l’autorevolezza delle autorità. E come ha reagito? Questa è la cosa interessante. Ci sono stati quelli come Vittorio Sgarbi, che si rifiutavano di indossare la mascherina. Ma il grosso dell’opposizione alle decisioni e alla narrazione delle autorità è stata un’altra, quella che dicevo all’inizio. I dissidenti hanno fatto appello ad altre autorità alternative: il medico, lo scienziato, lo specialista che diceva che il virus non è pericoloso, che il confinamento non era necessario, che bastava prendere questa o quella medicina.

Cioè anche i dissidenti hanno fatto ricorso al principio di autorità, anche loro si sono fidati delle autorità. Autorità alternative. Ma secondo la stessa logica della maggioranza. Non hanno detto: noi abbiamo un’esperienza diversa dalla vostra, a noi l’esperienza dà indicazioni diverse, e perciò facciamo diversamente. No! Hanno detto: le “nostre” autorità ci dicono cose diverse dalle vostre autorità, opposte. E noi ci fidiamo delle nostre autorità. 

Naturalmente questa nostalgia dell’autorità, questo bisogno di affidarsi a un’autorità, è andato incontro a delle delusioni. Gli scienziati hanno cominciato a contraddirsi fra di loro, hanno cominciato a bisticciare, i politici hanno cominciato a prendere decisioni cervellotiche, contraddittorie, alcuni gruppi di popolazione hanno cominciato a soffrire più di altri le decisioni governative, la gente ha continuato ad ammalarsi e a morire, anche se seguiva le istruzioni, e anche se seguiva le istruzioni alternative, le cure alternative.

Ignoranza e fedeltà

Allora, qual è il punto della questione? Il punto della questione è che quello che ignoriamo è più di quello che sappiamo. La nostra ignoranza è più grande della nostra conoscenza. E questo vale sia per noi che per le autorità istituite: anche loro sono afflitte dall’ignoranza. Ma nel momento in cui tanto popolo si affida a loro, non possono ammetterlo. Se lo ammettessero, la loro autorità scemerebbe, il loro potere scemerebbe. E il potere è inebriante.

Chi fa esperienza del potere, poi non rinuncia volentieri. E quindi trova tutte le giustificazioni per continuare ad esercitare il potere. Anche se sa che il suo potere dovrebbe essere temporaneo, congiunturale, perché l’obiettivo è uscire dallo stato di eccezione che ha reso necessario quel potere. È come nel Signore degli Anelli: Frodo e prima di lui Bilbo sanno che bisogna fondere l’anello del potere, l’Unico Anello, ma fanno tanta fatica a separarsene. Alla fine addirittura Gollum si getta fra le fiamme insieme all’anello pur di non abbandonarlo. Ed è quello che è successo a tanti uomini nel corso della storia: si sono consumati nelle fiamme insieme al loro potere.

Io credo che dovremmo tutti accettare l’idea che ammettere la nostra ignoranza non è una cosa disonorevole, non è qualcosa che ci sminuisce. Al contrario: è un buon punto di partenza per farci carico dei bisogni che si manifestano in una crisi. E questo lo voglio dire con una citazione da Wendell Berry che si trova anche in Altri scritti contrari. Wendell Berry è uno scrittore e ambientalista cristiano americano. La citazione è la seguente:

«Dovremmo abbandonare l’idea che questo mondo e la nostra vita umana in esso possano essere condotti dalla scienza a una qualche specie di prevedibilità o meccanica perfezione. Siamo creature la cui intelligenza e il cui sapere non sono invariabilmente pari alle circostanze in cui ci troviamo. I raggi (nel senso geometrico del termine, ndt) del sapere hanno solo respinto – e allargato – la circonferenza del mistero. Viviamo in un mondo famoso per la sua capacità sia di sorprenderci che di deluderci. Siamo inclini a sbagliarci, per ignoranza o per stupidità o intenzionalmente o malevolmente. Una delle cose più strane che ci riguardano è l’interdipendenza delle nostre virtù e delle nostre colpe. Il nostro codice morale dipende tanto dalle nostre mancanze quanto dal nostro sapere. È solo quando ammettiamo la nostra ignoranza che comprendiamo il nostro bisogno della “legge” e dei “profeti”. È solo perché sbagliamo e siamo ignoranti che facciamo promesse, che manteniamo non perché siamo intelligenti, ma perché siamo fedeli».

Gli sposi si promettono amore e rispetto per tutta la vita, ignorando le difficoltà che incontreranno, un soldato giura di servire la patria, e non sa ancora quanto sarà terribile la battaglia, un padre o una madre promettono ai figli “vi vorremo sempre bene, qualunque cosa accada”, e non sanno cosa i figli possono combinare nella vita. Eppure queste promesse fatte a partire dalla più completa ignoranza molte volte vengono mantenute. Non a motivo dell’intelligenza, ma a motivo della fedeltà. Della fedeltà a un rapporto. Io onorerò il mio rapporto con te. Farò tutto il possibile per il rapporto che ci unisce. A uno così possiamo perdonare anche un fallimento, una inadeguatezza. A un arrogante, a un presuntuoso, no: non perdoniamo niente.

@RodolfoCasadei