“Altri scritti contrari”. Invito alla lettura. E alla misura

«L’apostasia del cristianesimo oggi non consiste nella negazione di Dio, ma nel pensare di essere “noi” Dio». L’introduzione al nuovo libro di Casadei

Pubblichiamo l’introduzione al nuovo libro di Rodolfo Casadei “Altri scritti contrari” (CapireEdizioni, acquistabile ora online) scritta dal filosofo ed ex presidente del Senato Marcello Pera.

Di solito, un giornalista guarda in orizzontale: un fatto accanto all’altro o dopo l’altro fin dove arriva la sua vista. Un teorico si sforza di guardare in verticale: un fatto dietro o sotto l’altro fin dove arriva la sua capacità di penetrazione. Quando un giornalista di razza incontra un teorico preparato, e i due si combinano, nasce uno studioso che nel contingente trova le tracce della storia e in questa le ragioni di quello. A questo genere di studiosi appartiene Rodolfo Casadei, che insegue i fatti meticolosamente e obiettivamente, e li spiega metodicamente e sistematicamente.

In quest’ultima opera, i fatti che Casadei ci pone davanti agli occhi sono tre. Tutti e tre epocali e relativi all’Occidente. Se il lettore li tiene bene a mente, si accorgerà che l’impressione di leggere o rileggere una collezione di articoli, quale, materialmente parlando, il libro si presenta, è ingannevole e distorta. Possiamo cercare di aiutarlo, questo lettore, a seguire nel modo giusto i tre fatti e invitandolo a rifletterci sopra assieme a Casadei. Si accorgerà da sé, e con piacere, ché la lettura è chiara e scorrevole, che tutti gli episodi, gli eventi, i piccoli e grandi personaggi, le annotazioni di costume, sono inquadrati mirabilmente in una cornice che li tiene assieme e li spiega insieme.

Il primo fatto epocale è l’apostasia del cristianesimo in Occidente. Su questo punto, l’annotazione più bella fu l’epitaffio steso da Benedetto XVI, quando scrisse che «l’Occidente non ama più se stesso: della sua storia ormai vede soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro».

Casadei è sulla stessa linea: «l’Occidente — scrive — odia se stesso perché si sente colpevole e non ha più un’istanza sovrumana a cui ricorrere per il perdono». A piccole dosi, giorno dopo giorno, ha tracannato Nietzsche, lo ha assorbito, ne ha fatto un costume senza accorgersi dell’esito letale o drogato a cui lo conduceva: «per giustificarci del delitto che abbiamo compiuto uccidendo Dio nostro Padre, abbiamo cercato di dimostrare a noi stessi che senza di Lui siamo in grado di fare meglio di Lui, siamo in grado di correggere gli errori della creazione: la morte, la sofferenza, la lotta per la sopravvivenza che comporta l’eliminazione di altri esseri viventi». Anche peggio di Nietzsche, per la verità, perché laddove il grande filosofo dello scandalo descriveva un dramma dell’umanità, noi recitiamo una pochade: la morte la si nasconde, fino a mettere il rossetto e il rimmel al cadavere, la sofferenza la si narcotizza o esorcizza, fino a farne un’ingiustizia sociale che riguarda solo i poveri, e la lotta per la sopravvivenza la si dimentica, fino a ignorare che la vita, anche nelle sue migliori condizioni, è sempre battaglia, con vincitori e perdenti.

L’apostasia del cristianesimo oggi non consiste solo nella negazione di Dio. Altre epoche l’avevano già fatto. La novità è che abbiamo seriamente pensato di essere noi Dio, e di fare Dio a nostra immagine. L’ipotetico impossibile secondo Grozio  — etsi Deus non daretur — è diventato per noi una negazione assertoria e liberatoria. Dio lo abbiamo trovato, siamo noi stessi. Ne segue che i vincoli che prima ci poneva, i limiti che prima ci fissava o i comandamenti che ci impartiva, ora sono affare nostro, scelte nostre: possiamo perseguirle e anche disfarcene facendo le mosse giuste. Siamo autonomi, ci diciamo, padroni di noi stessi, artefici del nostro destino. Insomma, liberi. Come se la libertà senza vincoli e limiti non fosse la schiavitù sotto altro nome o sembianza, magari gaia, anziché infelice.

Il secondo fatto epocale è generato dal primo. È il senso di colpa. «Il secondo effetto dell’apostasia dell’Occidente dal cristianesimo — dice Casadei — è l’impazzimento del senso di colpa». Il vecchio problema della teodicea — si est Deus unde malum? — ora cade. Se sono padrone di me perché sono Dio a me, i tanti crimini che la storia e l’esperienza quotidiana ci mostrano non possono essere che colpa nostra. Scelte sbagliate, conti mal fatti. Dice bene Casadei: «ci sentiamo colpevoli di tutti i crimini della storia — dallo schiavismo al colonialismo, dai roghi delle streghe alle due guerre mondiali, dalla distruzione delle foreste tropicali al razzismo istituzionale (come dicono i liberal e i Black Lives Matter americani) — sempre troviamo un motivo per accusare noi stessi dei mali che si manifestano nel mondo e sempre ci sentiamo obbligati ad assolvere coloro che vengono dalle schiere degli oppressi».

Guardate le cronache e leggete come ce le raccontano: se un nero commette un crimine, è perché è stato discriminato; se lo commette un povero è perché è stato sfruttato; se lo commette una donna, è perché è stata stuprata; se lo commette un immigrato è perché non è stato assimilato. A soggetti invertiti, vale un altro metro: si usano senza neppur sentire l’odore della contraddizione «due pesi e due misure – dice Casadei –: dei delitti contro le donne compiuti oggi da mariti e fidanzati lasciati che magari non hanno mai messo piede in una chiesa in vita loro è colpevole il cristianesimo, mentre se un giovane musulmano entra in una chiesa e uccide cristiani in preghiera l’intellettuale organico occidentale si affretta a comunicare che “la religione non c’entra”». È schizofrenia: l’Io dell’Occidente è oggi scisso fra la negazione di sé e la paura di sé. Vuole affermarsi come padrone di sé, vuole annullarsi perché teme sé.

Infine, c’è il terzo fatto epocale, il totalitarismo. Non quello imposto con un’insurrezione o con la guerra. Uno nuovo, delle idee non delle armi, della parola o, come si dice, della “narrazione”, non della spada. E però un totalitarismo più subdolo perché nascosto, più insidioso perché velato, più penetrante perché ormai assorbito col latte materno, o con le lezioni e gli esempi di tanti maestri, insegnanti, e genitori. Questo nuovo totalitarismo agisce da guida: ti dice come devi pensare correttamente; da poliziotto: ti ferma se pensi scorrettamente; da giudice: ti condanna se pensi diversamente; da sommo sacerdote: ti scomunica dalla civiltà se non ti adegui. Dice bene Casadei: «come i sistemi totalitari, le liberaldemocrazie oggi interferiscono pesantemente nella vita privata delle persone, imponendo il modo in cui si deve parlare, il modo in cui devono essere educati i figli, quel che si deve pensare a proposito di famiglia, orientamento sessuale, educazione sessuale, rapporti fra uomo e donna, i confini dentro a cui deve restare la fede religiosa delle persone, e molte altre cose ancora. Chi non si adegua viene stigmatizzato ed emarginato».

Il credente cristiano non si adegua. E così si torna al punto di partenza dell’apostasia: poiché resiste, il cristianesimo deve essere emarginato, confinato nel privato, relegato ad una delle tante concezioni del bene che, essendo soggettive e imperscrutabili, non possono essere ammesse a dignità pubblica. Anzi, il cristianesimo deve essere bandito dalla sfera pubblica, perché lì è di ostacolo: pensa che esista la Verità, che questa Verità sia alla portata di tutti, e che tutti possano riconoscerla. Nel mondo secolarizzato odierno questo è uno scandalo, una prevaricazione e una minaccia alle nostre “conquiste”. Già, perché, dopo tanti imbonimenti, allettamenti, educazione, propaganda, il muro si è sgretolato, le difese si sono abbassate, e «la gente ha creduto veramente che divorzio, aborto, contraccezione, eutanasia, procreazione artificiale, pluralismo istituzionalizzato delle forme di famiglia fossero conquiste di libertà, e lo crede ancora con maggioranze crescenti. Solo minoranze di intellettuali e di comunità cristiane non omologate alla cultura dominante hanno intuito che si trattava di trasformazioni indotte del costume volte a stimolare i consumi per massimizzare i profitti del capitale, a contenere la spesa pubblica, a coltivare un’umanità interamente dipendente dalle logiche dello Stato e del mercato». O, più in profondità, dalla logica del secolarismo e dell’ateismo.

Perché si è arrivati a tanto? Casadei chiama alla sbarra un imputato in particolare e ne fa il suo bersaglio principale: il “liberalismo filosofico”. «Per la sua intima logica, distrugge le basi morali e materiali dell’esistenza umana», provoca una «strisciante deriva totalitaria», ha come esito ultimo la «globalizzazione», che «nega significato alle tre dimensioni fondamentali dell’esperienza umana — natura, tempo e luogo». «È sganciando l’essere umano dalle fedeltà al luogo in cui è nato, facendogli balenare il fantasma dei suoi diritti universali su ogni luogo del mondo, che il liberalismo trasforma la persona reale in individuo astratto e i luoghi in non-luoghi».

Questo è materia di discussione. Non c’è dubbio che la dottrina liberale dei diritti umani, inalienabili, si oppose alla visione essa stessa totalitaria della comunità politica. E neppure c’è dubbio che, come altri hanno sostenuto, con questa tesi, mentre combatteva lo Stato assolutista e teocratico, il liberalismo accendeva una bomba a miccia lunga, quella odierna del relativismo e del secolarismo.

Ma il “soggettivismo” liberale, almeno quello classico, non intendeva distruggere il cristianesimo né le basi morali del comportamento. Peccò di ottimismo razionalista e di ingenuità illuminista. Ma non sbagliava, questo liberalismo, quando pensava che l’uomo è sempre lo stesso, che è sempre insidiato dalle tentazioni (il peccato originale o il male radicale), che è sempre membro di un’unica famiglia umana, che ha sempre lo stesso bisogno di salvarsi e giustificarsi. Pensieri, e concetti, tipicamente cristiani, come cristiana fu la motivazione liberale del nostro possesso di diritti: siamo tutti figli dello stesso amore di Dio. John Locke lo disse col massimo della chiarezza: «gli uomini sono proprietà di Colui di cui sono creature, fatti per durare finché a Lui, non ad altri, piaccia. E poiché siamo forniti di eguali facoltà, partecipi di una comune natura, non si può supporre fra noi una subordinazione tale che ci autorizzi a distruggerci a vicenda, come se fossimo stati creati gli uni a uso degli altri, così come i ranghi inferiori delle creature sono a nostro». E Kant riprese il concetto: siamo “fini in sé”, persone perché portatrici della legge morale dentro di noi, un imperativo categorico che «va considerato come proveniente da un Essere che ha su tutto un dominio incontrastabile».

Casadei chiama in causa anche la Chiesa, sia pure in tono minore. Ma — io penso — come c’è da riparare il liberalismo, se non si vuole incorrere in altre dittature, così c’è da richiamare la Chiesa alla sua tradizione, se non si vuole rischiare la secolarizzazione del suo messaggio. Anche la Chiesa, quando ha proclamato i diritti umani “in nome del Vangelo” o ha inteso le liberaldemocrazie come “segno dei tempi”, ha acceso una miccia lunga che oggi è difficile disinnescare, tanto la secolarizzazione è diventata costume suadente anche fra i cristiani.

Ma questo è materia di disputa. Bello è quel libro che, partendo da ciò che si vede intorno, ci conduce a disputare sui princìpi e ci richiama tutti al senso della misura, contro le ebbrezze delle false liberazioni, delle smodate conquiste, della gaia scienza delle nuove libertà.

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