Al “lockdown” preferisco l’idea di “confinamento”

Finestra chiusa durante il lockdown in Italia contro il coronavirus

Una volta tanto l’insopportabile provincialismo con cui i politici italiani battezzano con nomi ed espressioni anglofone atti politici nazionali risulta provvidenziale. Per definire la sospensione della maggior parte delle attività economiche e dei servizi pubblici, insieme alle fortissime limitazioni ai movimenti delle persone fuori dalle loro abitazioni, il premier Conte ha lanciato l’espressione “lockdown”, che i media hanno subito rilanciato e reso dominante.

Avrebbe potuto attingere alla lingua italiana e usare le espressioni “chiusura totale” o “blocco totale”, ma evidentemente pensa di apparire più autorevole se parla come Donald Trump o come la regina Elisabetta. Così “lockdown” entra d’autorità nella galleria degli orrori che comprende “Jobs Act”, “spending review”, “Authority”, “bipartisan”, “convention”, “austerity”, “garante della privacy” ed altri ancora.

Niente del genere succede in paesi evoluti come Francia, Germania, Spagna: sulla loro grande stampa non troverete mai questi forestierismi a senso unico quando si fa la cronaca della vita politica nazionale. Ma, dicevo, stavolta l’anglofilia è benvenuta, perché ha dirottato su una parola straniera i sentimenti di avversione delle persone costrette alla reclusione in casa propria e alla disoccupazione che – più o meno velocemente a seconda dei casi – ci sta portando verso la povertà.

Le parole della lingua italiana con cui si può definire la condizione nella quale ci troviamo da cinque settimane non hanno ovviamente nulla di confortante: quarantena, isolamento, segregazione presentano una carica ansiogena e depressiva che l’uso semplicemente rafforzerebbe. Averle emarginate e sostituite con un termine esotico è un bene, in termini psicologici.

Ma c’è un’altra parola che descrive i ristretti orizzonti nei quali oggi ci muoviamo e che beneficia del vantaggio di essere quasi ignorata perché tutta la scena è occupata dal “lockdown”: è la parola confinamento. Parola che mi è gradita perché deriva da un’altra parola che è fonte di continuo apprendimento e di crescente consapevolezza: la parola confine. Parola che oggi è al centro dei conflitti politici, criminalizzata o esaltata a seconda degli schieramenti, ridotta ad arma dell’arsenale ideologico o a bersaglio delle armi ideologiche. Se il dramma che stiamo tutti vivendo è “occasione” di qualcosa, questo qualcosa è la presa di coscienza di quanto i confini ci siano necessari ed insostituibili. E non abbiano nulla a che fare con la stucchevole contrapposizione fra “muri e ponti”.

Stiamo tutti facendo esperienza che il confine – che sia rappresentato dal perimetro di un appartamento, da una mascherina o da un reparto ospedaliero dove è vietato l’ingresso – è qualcosa che protegge. È stato demonizzato perché esclude, ma proprio perché esclude protegge. Esclude, ma non isola: attraverso il confine passano le persone e le merci, così come attraverso la mascherina passa l’aria, negli appartamenti entrano cibo e medicine, nei reparti ospedalieri entrano ed escono malati e personale sanitario. Un confine è come una porta: si apre o si chiude a seconda dell’opportunità.

I confini sono la condizione stessa della vita: senza quel confine che è la nostra pelle, che esclude l’esterno dal nostro interno, noi non potremmo vivere, ciò che è all’esterno ci ucciderebbe. Pelle e confini funzionano nello stesso modo: tengono fuori e lasciano passare nello stesso tempo, cioè filtrano. Mai come oggi è stato chiaro che il rispetto dei confini preserva la vita, mentre la violazione dei confini porta la morte: è il superamento del confine fra le specie, pipistrello e uomo, che ha scatenato l’epidemia.

Ma il confine è molto di più, rimanda a molto altro. Confine viene dal latino cum-finis, cioè “con un limite”. Ma anche “con un fine”, cioè con uno scopo. Il confine ci rimanda alla nostra finitudine, ci ricorda che siamo creature, che non possiamo arrogarci i poteri delle divinità. Il confine parla anzitutto della nostra natura, prima di alludere a ciò che sta di là: siamo finiti e abbiamo un fine; non siamo autosufficienti, siamo stati fatti per qualcosa, per qualcuno.

Se non si interiorizza questo, inevitabilmente si guarda a ciò che sta di là dal confine come a qualcosa di cui, se si creano le condizioni opportune, possiamo e forse dobbiamo impadronirci. Da cui la sostituzione della parola confine con la parola frontiera: frontiera indica ciò che ci sta di fronte, ma non ci appartiene. Di solito alla frontiera c’è il nemico, che minaccia di invaderci, o che semplicemente ha paura di essere invaso da noi, ma questo non possiamo ammetterlo, perché i “buoni” siamo noi.

L’apoteosi dell’idea di frontiera come qualcosa che prelude alla nostra conquista, o comunque la invoca, l’abbiamo avuta nell’America della seconda metà dell’Ottocento: la frontiera era il selvaggio West, che avrebbe cessato di essere selvaggio nel momento in cui prima i pionieri e poi i coloni vi avessero messo piede. “Alla conquista del West” significa che ciò che è altro non sarà più altro, ma sarà assimilato.

Ma così va distrutta la terza funzione (terza del nostro elenco, non per ordine di importanza) del confine, che è esattamente quella di rendere possibile l’alterità dell’altro: senza confine non è possibile la vita nostra, ma senza confine anche non esiste più l’altro come altro. Senza confini tutto è identico, tutto è omologato, dappertutto incontriamo sempre e solo noi stessi e mai l’altro da noi (questa è la più importante critica ai processi di globalizzazione che comportano uniformazione). Senza confine l’alterità diventa semplicemente impensabile, allo stesso tempo che diventa impensabile l’identità: l’io ha bisogno del tu per essere, senza tu non c’è nemmeno io.

Con la cancellazione dei confini andrebbe distrutta anche una quarta funzione. Come scrive Octave Larmagnac-Matheron:

«“Confini”, cum finis, designa, letteralmente, lo spazio dove un mondo finisce e un altro comincia; o, più precisamente, la dimensione dove l’uno e il suo oltre insieme terminano, si incontrano, si toccano».

Il confine è il luogo del contatto fra i diversi. È il luogo della separazione e del contatto nello stesso tempo, perché non c’è contatto senza separazione, non c’è rapporto senza distinzione. È proprio la persistenza del confine che rende possibile il rapporto fra l’io e l’altro. Il confine prende il nome di dignità, sacralità, rispetto. Senza di cui, il rapporto sessuale diventa stupro, il rito religioso diventa sacrilegio, lo scambio internazionale diventa invasione, l’azione politica diventa oppressione, eccetera.

Ma c’è un’ultima funzione del confine, che è davvero la più importante e la più necessaria di tutte, quella che Giacomo Leopardi ha esplicato in poesia:

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,/ e questa siepe, che da tanta parte/ dell’ultimo orizzonte il guardo esclude./ Ma sedendo e mirando, interminati/ spazi di là da quella, e sovrumani/ silenzi, e profondissima quiete/ io nel pensier mi fingo, ove per poco/ il cor non si spaura. E come il vento/ odo stormir tra queste piante, io quello/ infinito silenzio a questa voce/ vo comparando: e mi sovvien l’eterno,/ e le morte stagioni, e la presente/ e viva, e il suon di lei. Così tra questa/ immensità s’annega il pensier mio:/ e il naufragar m’è dolce in questo mare».

La condizione necessaria ad attingere l’infinito, l’eterno, l’immensità, il sovrumano, è che ci sia una siepe, è che ci sia un confine. Non basta un luogo elevato, non basta che sia solitario e silenzioso (non basta la meditazione, non basta l’introspezione), occorre una siepe, cioè qualcosa che separa. Senza qualcosa che separa, non nasce il pensiero di ciò che sta al di là e non nasce il desiderio di esso. Da cinque settimane abbiamo il nostro colle, abbiamo la nostra siepe. L’ora del dolce naufragare è prossima.

Foto Ansa