D’accordo i progetti, ma alla fine la Champions premia storia e palanche

Le parole di Conte evidenziano i limiti del nostro calcio, ma non basta investire sul movimento per rifondare le vittorie. Lo insegna la sfida tra vecchia e nuova Europa

Europa vecchia batte Europa nuova. La Champions premia i volti storici della sua competizione, offrendo un posto tra le quattro grandi a club che di questo trofeo sono stati la storia passata, ma ancor di più quella recente. Ad ambire un posto per la finale di Wembley la sola novità è infatti il Borussia Dortmund, un anno fa eliminato ai gironi: le altre tre semifinaliste, Bayern, Barça e Real, già 12 mesi fa erano arrivate allo stesso punto, confermandosi con gioco, classe e fortuna anche nella stagione 2012-13.
Nessuno osa contraddire la loro netta superiorità sul resto d’Europa, rafforzata da numeri vecchi e nuovi di tutto rispetto, specie per bavaresi e catalani: i primi approdano alla loro terza semifinale in quattro anni, per non parlare dei secondi che qui ci arrivano puntualmente dal 2007-08.

LE ELIMINATE. E le altre? Bisogna ammettere una cosa: eccetto la Juventus – per una semplice ragione di risultato -, tutte le altre squadre eliminate hanno dato del bel filo da torcere alle rivali. Abbiamo avuto dei quarti di finale appassionati e sofferti, con continui capovolgimenti di fronte, decisioni dubbie degli arbitri e tanti gol. Se una di queste squadre avesse passato il turno ci saremmo stupiti, ma neanche troppo, per mole di gioco e occasioni. È il grande gruppo di club che sta esplodendo ora, la nuova Europa che, seguendo programmi e idee diverse, sta riuscendo a costruirsi una storia recente, già conosciuta in passato o del tutto nuova al suo palmares.
Qui si possono ascrivere gli acquisti milionari di Psg, Galatasaray, Malaga e i progetti virtuosi della Juve e del Borussia Dortmund. Tutte facce che, se si guarda ancora alla storia recente di questo trofeo, risultano decisamente nuove: negli ultimi tre anni, le loro apparizioni in Champions sono ridottissime, con un solo gettone per i bianconeri (2009-10) e uno per i tedeschi (2011-12), in avventure per altro terminate subito ai gironi.

LE PAROLE DI CONTE. Tutto questo permette di ricollegarsi al discorso di Antonio Conte, che al termine del match di ieri sera ha evidenziato tutti i limiti del calcio italiano: «Mi viene da ridere quando sento che con due o tre acquisti si possa vincere la Champions. Il calcio italiano è fermo e questo deve essere chiaro a tutti. All’estero fanno investimenti e progetti, da noi si parla di arbitri e della soubrette con la quale esce un giocatore». Parole coraggiose e vere, totalmente condivisibili. Ma ad un’analisi più approfondita parziali. Non basta infatti un cambiamento del modo in cui questo sport è stato vissuto per anni per assistere ad una crescita esponenziale e, successivamente, al ritorno ai trionfi.

CAMPIONATO PER CAMPIONATO. Nella Spagna delle corazzate Barça e Real la cavalcata europea del Malaga appare una voce fuori dal coro, troppo distante, come il resto della Nazione, ad insidiare l’assoluta straordinarietà delle prime due. E nel paradiso del calcio, l’Inghilterra, là dove tra stadi di proprietà e investimenti petroliferi di soldi ne girano un’infinità, non sono riusciti a mandare nemmeno una squadra ai quarti di Champions, e in campionato ci si azzuffa solo per l’accesso all’Europa, con lo United ad un passo dal titolo.
In Francia poi è rimasto di competitivo ormai solo il Psg, e la forbice con le inseguitrici si allargherà a suon di milioni. Chi fa scuola può solo essere la Germania, terra sportiva che qualche anno fa poteva essere paragonata all’Italia di oggi ma che adesso riesce a catalizzare sui suoi campi il meglio del Vecchio continente.
La vera novità sta qui, ma non può essere assunta come esempio assoluto della forza che l’humus calcistico può offrire ad un club: non a caso, tra Bayern e Borussia quest’anno ci sono 20 punti di differenza. Ciò che fa la differenza alla fine sono i progetti, le idee e, mai come adesso, i soldi, che ogni club deve imparare a spendere bene. Non è un caso se il Bayern può vantare la forza di Javi Martinez, pagato più 40 milioni, ma, al tempo stesso, avere come capocannoniere Mandzukic, il croato che ieri ha condannato la Juve: ai bavaresi è costato 13 milioni, più o meno quanto la Juve pagò nel 2010 per Martinez. Quello del Catania però.

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