Coronavirus. Quanta paura dobbiamo avere?

Intervista al virologo della Statale di Milano Carlo Federico Perno sull’allarme 2019-nCoV: i numeri reali del contagio, la pericolosità della malattia, i rischi che si corrono in Italia

Mascherine contro il coronavirus

L’ultimo situation report dell’Organizzazione mondale della sanità (Oms) sul famigerato coronavirus 2019-nCoV, aggiornato a venerdì 31 gennaio, dichiarava 9.826 casi di contagio a livello globale (19 paesi coinvolti), di cui la quasi totalità (9.720) registrati in Cina. Qui le persone infettate dal nuovo patogeno potrebbero essere in realtà molte di più (15.238). Le vittime sono 213 e 1.527 i malati gravi.

Numeri notevoli che hanno convinto l’Oms a dichiarare l’epidemia “emergenza sanitaria globale” e l’Italia a proclamare lo stato di emergenza per sei mesi. Giornali e tv non si stancano di aggiornare i conteggi a ogni edizione (per i più apprensivi c’è pure la mappa per seguire il contagio in tempo reale). Mentre il ministero della Salute ha dedicato a 2019-nCoV una sezione ad hoc del suo portale.

A noi, ora che sono stati accertati i primi due casi anche in Italia, interessa capire quanto davvero bisogna avere paura del nuovo coronavirus, visto che è diventato uno dei principali argomenti di conversazione e nelle nostre città si vede in giro sempre più gente con la mascherina al volto. Abbiamo girato la domanda al microbiologo e virologo Carlo Federico Perno, uno dei maggiori esperti italiani in materia, ordinario all’Università statale di Milano, autore di mezzo migliaio di pubblicazioni promosse dalle più prestigiose riviste internazionali.

Professore, dal momento che il fenomeno 2019-nCoV è concentrato in Cina, paese che non brilla per trasparenza, ci si può fidare dei dati e delle informazioni che abbiamo?
L’origine del virus è abbastanza chiara. Come l’opinione pubblica ha appreso all’epoca della Sars, i coronavirus possono passare dagli animali all’uomo, se c’è una “commistione di vita” (perché normalmente la trasmissione avviene da animali vivi). Dopo di che, se il virus si “adatta” all’uomo, per usare una terminologia semplice, può trasmettersi da uomo a uomo, producendo nell’uomo gli stessi sintomi che produceva negli animali.

E riguardo ai numeri? È fondato il timore che in realtà siano molto superiori a quelli riconosciuti dalle autorità cinesi?
Io di solito tendo a concedere la buona fede, ma in questo caso, date le caratteristiche del virus, penso che le cifre reali siano decisamente superiori a quelle riportate finora. Non perché qualcuno stia nascondendo qualcosa: semplicemente perché il virus, una volta diventato “umano”, si diffonde molto rapidamente. Anche adesso, mentre parliamo, i numeri stanno aumentando.

Perché secondo lei l’Oms ha temporeggiato prima di dichiarare l’emergenza globale?
Beh, un’emergenza globale è qualcosa di estremamente grave. Prima di arrivarci hanno atteso giustamente che si verificasse un numero di casi distribuiti nel mondo, con una certa cinetica di aumento, a dimostrazione del fatto che il virus era veramente uscito dalla zona di Wuhan e della Cina e aveva raggiunto tutti i continenti. Ormai il nuovo coronavirus è a tutti gli effetti un’emergenza globale. La domanda è: è un’emergenza globale grave? Potrebbe diventarlo.

Visto che ha tirato fuori la parola “grave”, quanto è grave davvero l’infezione da 2019-nCoV? Si parla di un tasso di mortalità intorno al 3 per cento. È un dato verosimile secondo lei?
In linea di massima sì. La scala dei contagiati e la scala dei morti stanno crescendo in linea l’una con l’altra, per così dire. La sensazione è che restiamo in una forbice tra il 2 e il 3 per cento. In realtà, se ipotizziamo che il numero di contagiati sia superiore a quello ufficiale, la mortalità sarebbe più bassa.

Questa dovrebbe spiegarla.
Il grosso dei contagiati non necessariamente sviluppa segni e sintomi di malattia tali da richiedere l’ospedalizzazione. Quindi i contagiati in realtà sono molti di più di quanto si sappia, e a loro volta sono contagiosi e contagiano. Di qui il dubbio sulle cifre reali di cui sopra. Invece il numero dei morti, purtroppo, è facilmente misurabile. Mettiamola così: sulla base del numero degli ospedalizzati, la mortalità è intorno al 3 per cento; se si considera invece il numero dei contagiati globali, compresi quelli che non hanno avuto bisogno di essere ricoverati, probabilmente la mortalità è più bassa.

Sicuramente molto inferiore ai picchi di mortalità del 10 per cento raggiunti dalla Sars. Quindi quanto bisogna temere questo nuovo coronavirus rispetto, per esempio, a una “banale” influenza stagionale?
Non è semplice rispondere perché stiamo parlando di una patologia in rapida evoluzione. Per quanto riguarda la Sars, il numero delle persone contagiate non fu particolarmente elevato. E la sensazione è che questa volta avremo più casi rispetto alla Sars, perché questo virus contagia più rapidamente. Se però vuole paragonarlo all’influenza stagionale, allora penso che avremo un numero di contagiati più basso: ogni anno solo in Italia sono milioni le persone che prendono l’influenza.

E qual è il tasso di mortalità dell’influenza?
Comprese le complicanze, il totale dei decessi legati all’influenza è di alcune migliaia ogni anno, e sono già numeri notevoli. Si tratta soprattutto di persone con altri problemi o fragilità: fumatori, cardiopatici, diabetici, eccetera. La mortalità da influenza, che riguarda soprattutto le persone anziane, è largamente al di sotto dell’1 per cento.

Nel caso del nuovo coronavirus, invece, rischiano forme gravi anche persone che non avrebbero nulla da temere da un’influenza?
Al momento gli elementi che abbiamo per rispondere non sono molti. La sensazione è che questo virus, come la spagnola a suo tempo, non guardi in faccia a nessuno. Non abbiamo evidenze chiare riguardo agli oltre duecento morti registrati in Cina, ma la sensazione che si ha, considerando la casistica nota, è che non ci sia una “selezione” dei più anziani e dei più deboli. È in grado di colpire tutti.

Tutti rischiano di prenderlo in forma grave o addirittura letale?
È la domanda chiave. Al momento non abbiamo alcuna evidenza a questo riguardo sul nuovo coronavirus. Queste tipologie di virus possono uccidere indipendentemente dalla fragilità della persona. In alcune patologie virali può capitare addirittura che la risposta immunitaria al virus peggiori la sintomatologia. Ma non è necessariamente questo il nostro caso. Per poterci esprimere dobbiamo aspettare di avere informazioni migliori.

Come si viene contagiati?
Nella stragrande maggioranza dei casi il contagio avviene per via respiratoria. Negli ambienti saturati dal punto di vista respiratorio, se c’è una persona infettata che “respira virus”, chiaramente il rischio di infezione c’è.

E secondo lei in Italia che cosa rischiamo?
Adesso la zona da cui proviene il virus è stata sigillata, c’è un controllo ferreo degli spostamenti, poi è entrata in azione l’Oms… Si può dire che la stalla è stata chiusa prima che il grosso dei buoi scappasse. Il contenimento della diffusione è buono.

Ma il sindaco di Wuhan ha detto che 5 milioni di abitanti hanno fatto in tempo ad andarsene dalla città prima della quarantena.
Non deve pensare però che 5 milioni di abitanti di Wuhan siano in giro per il mondo a infettare tutti. In Cina, ahimè, i numeri continuano a crescere con ritmo molto preoccupante. Ma attualmente i casi accertati al di fuori del paese possiamo ancora definirli sporadici. Certo, resta da verificare se le persone coinvolte abbiano avuto il tempo di contagiarne altre.

Ovviamente la precauzione non è mai troppa, ma dovremmo andare in giro con la mascherina anche in Italia?
Secondo me ancora non ci sono le condizioni per questo. Stiamo parlando di casistiche molto rare, creare panico non ha senso. In Italia circolano 60 milioni di persone e abbiamo due casi di infezione… Se basta questo a creare la psicosi, allora nel periodo dell’influenza che cosa dovremmo fare? Francamente limiterei le precauzioni a quelle dettate dal buon senso. Poi se fra un mese scoprissimo di avere migliaia di infettati, allora cambierebbe tutto, ma al momento non occorre indicare nulla di più di quanto è stato indicato saggiamente dal ministero.

Se uno si ritrovasse contagiato in Italia che cosa dovrebbe aspettarsi? Guarigione? Morte?
Oggi abbiamo tantissimi antivirali, per fortuna, ma nessuna terapia specifica per il coronavirus. La cura in questo caso è una terapia di supporto, che comunque è estremamente efficace, studiata per sostenere le funzioni respiratorie in tutta la fase acuta. Ora, grazie a Dio gli ospedali in Italia tendenzialmente funzionano bene, checché ne dicano alcuni. Le probabilità di aggravamento delle patologie qui sono relativamente basse, perché abbiamo un sistema sanitario all’avanguardia, terapie intensive di alta qualità. Se lei mi chiedesse se in Italia la mortalità del coronavirus sarebbe uguale a quella cinese, direi di no.

Il fatto che a Wuhan stiano costruendo in fretta e furia due mega ospedali non le fa sospettare che stiano nascondendo qualcosa riguardo all’effettiva gravità del fenomeno?
Le ipotesi possibili sono due: una è che sappiano qualcosa che noi non sappiamo e che lo stiano nascondendo; l’altra è che abbiano realizzato quanto questo virus sia diventato contagioso e temano un numero enorme di persone infettate. Nel primo caso dobbiamo presupporre la malafede, nel secondo dobbiamo pensare a una buona programmazione sanitaria, nonostante il ritardo nella comunicazione. Vedendo come stanno le cose, mi viene da credere alla seconda ipotesi.
Tenga sempre presente comunque un’ultima cosa.

Che cosa?
Tutto quello che le ho detto potrebbe essere aggravato o alleggerito nell’arco di una settimana. Come vede, i numeri cambiano con rapidità impressionante. Le epidemie si scatenano e possono anche spegnersi in tempi abbastanza brevi. La stessa età media delle persone infettate può cambiare: adesso siamo intorno ai 60 anni, però sono stati colpiti ragazzi di 15 anni. Inoltre il virus potrebbe mutare ancora e diventare più benigno, o al contrario più aggressivo… Insomma, in pochi giorni il quadro potrebbe stravolgersi.

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