Cina. «Sapevo del coronavirus. Costretto dal Partito comunista a negare»

L’incredibile testimonianza di un medico di Wuhan, costretto a ritrattare un messaggio mandato ai colleghi sulla realtà dell’epidemia davanti alla polizia. Infettato, ora è in terapia intensiva: «Non ci facevano portare le mascherine»

La Cina era perfettamente a conoscenza dell’epidemia di Coronavirus che si stava diffondendo a Wuhan, capitale provinciale dell’Hubei, ma ha vietato ai medici di lanciare l’allarme, minacciandoli e obbligandoli addirittura a firmare false confessioni. È quanto riportato dai media locali cinesi, che hanno intervistato via chat un medico di Wuhan, esperto di malattie infettive e attualmente ricoverato in terapia intensiva per aver contratto il virus.

OBBLIGATO A FARE AUTOCRITICA

Il medico, il cui nome non è stato rivelato, è venuto a sapere il 30 dicembre da alcuni colleghi che sette persone erano ricoverate da giorni in ospedale per una grave polmonite anomala. Lo stesso giorno ha subito informato altri colleghi, raccomandandosi «di non diffondere la notizia».

Il giorno seguente, all’una e mezzo di notte, è stato convocato presso la commissione per la Salute di Wuhan, che si era riunita di notte in gran segreto per discutere dell’epidemia. «Il segretario del comitato disciplinare dell’ospedale» del Partito comunista «mi ha ripetutamente chiesto quale fosse la mia fonte, aggiungendo che mi stavo sbagliando. Poi mi ha chiesto di scrivere un documento di autocritica per aver diffuso notizie false».

COSTRETTO A RITRATTARE DAVANTI ALLA POLIZIA

Il 3 gennaio, continua, pochi giorni dopo la comunicazione all’Oms da parte della Cina dell’esistenza del virus, «sono stato convocato alla stazione di polizia, dove mi hanno chiesto di firmare un documento nel quale ritrattavo il contenuto dei messaggi inviati ai miei colleghi sul coronavirus». A Wuhan, infatti, nonostante la chiusura del mercato del pesce da dove potrebbe essersi diffuso il virus, la popolazione non era stata ancora allertata.

«ALL’INIZIO NON PORTAVAMO LE MASCHERINE»

Nei giorni seguenti, dopo aver curato in ospedale un paziente che aveva contratto il virus «senza mascherina, perché all’inizio non ce le facevano portare», il medico si è ammalato: «Il 10 gennaio ho cominciato a tossire, l’11 mi è salita la febbre e ho capito che avevo un problema serio. Il 12 gennaio le analisi hanno rivelato un’infezione ai polmoni e sono stato ricoverato e solo il 14 sono stato messo in isolamento. Dal 12 al 14 però non sono tornato a casa, perché mia moglie è incinta. Poi la febbre è scesa, pensavo di stare meglio ma il 16 la mia respirazione è peggiorata e sono stato trasferito in terapia intensiva, dove mi trovo tuttora».

«NON AUTORIZZATO A INFORMARE LA POPOLAZIONE»

La responsabilità delle autorità comuniste, che hanno dimostrato come la salute della popolazione venga all’ultimo posto, è stata sottolineata anche dal sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, che alla tv di Stato ha dichiarato: «Non abbiamo agito prontamente nel rivelare le informazioni sull’epidemia, dovevamo fare meglio. Ma come governo locale dobbiamo essere autorizzati prima di diffondere informazioni e non sono stato autorizzato fino al 20 gennaio». Quel giorno il presidente Xi Jinping ha ammesso l’emergenza con un discorso pubblico per la prima volta, raccomandandosi di «contenerla in modo risoluto». Solo dal giorno i successivi i giornali hanno portato la notizia in prima pagina.

Se il governo ha aspettato a prendere serie misure preventive fino al 23 gennaio, giorno in cui la città di Wuhan è stata messa in quarantena (ma prima di allora cinque milioni di persone hanno abbandonato la città per ammissione del sindaco), è anche perché dal 7 al 17 gennaio si è tenuto a Wuhan il congresso annuale con le più alte autorità municipali e provinciali. Il Partito locale non voleva fare brutta figura con Pechino e così ha lasciato che si espandesse il contagio. Dalle prime notizie sul virus, risalenti almeno a inizio dicembre, alla quarantena è passato oltre un mese e mezzo. Ma invece di avvertire la popolazione, le autorità hanno preferito far firmare confessioni false ai medici che volevano diffondere l’allarme. Ora i numeri ufficiali (da prendere con le pinze) parlano già di 132 vittime e 5.974 infettati.

Foto Ansa