Come è sciocca l’intelligenza artificiale senza l’Io

Che ci azzecca un pilota di aereo in fase di atterraggio con i transumanisti, gli algoritmi, il whisky, il Meeting di Rimini? C’entra con il tema dei temi, la corsa verso il futuro

«Perché vi assumete la responsabilità e il rischio dell’atterraggio quando può farlo benissimo il pilota automatico?». «Per un motivo solo: abbiamo bisogno di mantenerci allenati». Quando finalmente Daniele Magazzeni, professor in Artificial Intelligence presso il King’s College London è riuscito a rivolgere questa domanda al comandante nella cabina di pilotaggio di un aereo, «la sua risposta mi ha convinto»: chi guida un aereo mantiene solo il 3 per cento del controllo durante un volo, eppure, nel momento più delicato e che non ammette errori, gli uomini disattivano il pilota automatico e prendono il controllo manualmente, «altrimenti il giorno in cui l’autopilota non funzionerà, ci saremo dimenticati come far atterrare un aeroplano».

ALPHAGO E LEE SE-DOL

Che ci azzeccano i piloti con l’intelligenza artificiale, le teste mozzate crioconservate in un laboratorio dell’Arizona, i robot, i panda, la Silicon Valley con il professor Magazzeni, il giornalista Mark O’Connell e il filosofo Costantino Esposito che di tutte queste cose hanno parlato a lunedì pomeriggio al Meeting di Rimini? C’entrano col tema dei temi, l’intelligenza artificiale e il fattore umano, la corsa verso il futuro e il talento per l’amicizia di cui il Meeting anche quest’anno vuole essere un esempio poderoso. «Più lavoro per sviluppare tecniche di AI (Artificial Intelligence) più cresce in me lo stupore per l’intelligenza umana»: parla di “pallida analogia” Magazzeni aprendo l’incontro “Intelligenza artificiale: il fattore umano” alla platea di domenica pomeriggio per identificare il tentativo appassionante dell’AI di somigliare a ciò che siamo e che non potrà mai essere ridotto a una black box di algoritmi, incapaci di rispondere alla domanda di senso che muove la capacità umana ad occasione di incontro, confronto, esperienza viva.

Mettete una rete neurale dell’AI davanti alla foto di un panda e l’algoritmo lo riconoscerà, modificate l’immagine di un pixel e ci vedrà un gibbone, perché? È più intelligente un algoritmo come AlphaGo, capace di battere il campione mondiale Lee Se-dol al complessissimo gioco da tavolo di origine cinese, o lo sconfitto maestro di gioco? «Dietro AlphaGo ci sono migliaia di processori, centinaia di scienziati e anni di allenamento di questo codice, dietro Lee Se-dol c’è solo un cervello e una tazza di caffè. Inoltre AlphaGo sa solo giocare a Go, Le Se-dol sa guidare una macchina, cucinare, voler bene ai suoi figli: dei due cervelli quello che mi affascina di più non può che essere quello umano» spiega Magazzeni. «C’è inoltre un punto irriducibile dell’uomo che è l’intuizione. L’AI può lavorare, potenziare la capacità di calcolo o previsione umana perché è programmata sulla scorta di tanti dati. Ma non è capace di intuire. L’intuizione non nasce solo dal vissuto ma dal riconoscimento di un nesso tra ciò che hai tra le mani e il tuo pensiero: questo l’AI non lo sa fare».

FACEBOOK E IL WHISKY

Per Magazzeni allo sviluppo rapissimo delle tecnologie non corrisponde quello della coscienza del loro significato in rapporto all’uomo. Uno sviluppo che non è mai neutro, «una sera a cena un caro amico e collega di Londra sosteneva che Facebook fosse come quella bottiglia di whisky sul tavolo, “sei tu a decidere se usarla bene o male”, spiegava. Io non sono d’accordo: Facebook non è come una bottiglia di whisky per almeno tre ragioni: è gratis, non stramazzi al suolo né vedi apparentemente i danni se ne abusi, nessuno ti chiederà conto di tutto il tempo speso a frequentarlo». Vulnerabile di fronte alla scelta di usare bene o male la tecnologia, vulnerabile alla dimenticanza di tantissime cose, calcoli, memoria, orientamento che sempre più sono state demandate all’algoritmo, l’uomo non resta sprovveduto: a patto che non resti solo. «Può sembrare un paradosso ma più indago le potenzialità dell’AI, che è la mia passione, più sento l’urgenza di mantenere allenato ciò che stiamo dimenticando. Come il comandante durante l’atterraggio di un aereo. Mantenere allenati i rapporti umani, fatti di gesti, parole affezione, cene, mantenere viva l’amicizia». Questo, il talento dell’amicizia, è una cosa che la portentosa intelligenza artificiale non saprà mai emulare.

LE TESTE MOZZATE DI PHOENIX

“Pazienti”: li hanno chiamati così gli “scienziati” della Alcor Life Extension Foundation quando hanno mostrato al giornalista irlandese Mark O’Connell i giganteschi thermos pieni di azoto liquido in cui sono crioconservati i cadaveri che promettono di riportare quando la tecnologia del futuro sarà abbastanza sviluppata per farlo. Non accade in un libro o in un film di fantascienza, ma nella cittadina di Scottsdale, vicino a Phoenix, Arizona. Qui pagando cifre tra i quattro e i cinque zeri i transumanisti si assicurano alla morte un posto sul tavolo operatorio degli studiosi di crionica, dove le loro salme potranno essere decapitate, i fluidi corporei sostituiti con un liquido antigelo, le teste mozzate “surgelate” in attesa che i dati contenuti nel cervello possano in futuro essere estratti, ridotti a codice e caricati su un sistema ben più performante di una carcassa umana, invecchiata, raggrinzita. «Per i transumanisti ciò che rimane di noi dopo la morte non è che un software, un codice che in futuro potremo caricare su un su un sistema robotico, un hardware più potente di quello rappresentato dal nostro supporto biologico, fatto di un corpo, carne e sangue».

L’UTOPIA DEL “MIND UPLOADING”

Di “mind o brain uploading”, di risvegli in un futuro simile all’eternità, del profeta della “singolarità” Ray Kurzweil, uno dei cervelli di Google, convinto come Elon Musk o Steve Wozniak che in capo a pochi decenni ci saremo definitivamente liberati della biologia e di questa macchina antiquata che è il corpo fondendoci con le macchine, di fusione tra intelligenza umana e artificiale, insomma di un lungo viaggio oltre i confini dell’esistenza umana finanziato da mezza Silicon Valley ha raccontato Mark O’Connell, giornalista e scrittore, autore di Essere una macchina al Meeting. Lo ha fatto spiegando che non gli piaceva dove i transumanisti volessero andare ma capiva benissimo da dove fossero partiti: trascendere il limite, liberarsi della morte, salvarsi dalla fragilità, la stessa ossessione che lo afferrò alla gola quando si ritrovò tra le braccia suo figlio appena nato, della cui vita, salute e morte sarebbe stato responsabile. Da lì il reportage divenuto un libro famosissimo pubblicato da Adelphi, ma anche la certezza che la mistica della singolarità edificata sul desiderio più antico del mondo fosse già diventata realtà nel mondo.

UNA SFIDA ETICA

Ecco quindi la sfida: uscire dalla trappola di vivere l’ascesa dell’AI come il destino glorioso della ragione o come un incubo allucinato, «se l’uomo diventa una macchina, cosa diventa l’uomo, la natura umana? Basta la sola capacità pensante dell’io per fare fuori l’io stesso?» chiede riprendendo O’Connell Costantino Esposito, professore ordinario di Storia della Filosofia all’Università degli Studi di Bari che nell’eccentrico tentativo dei transumanisti non vede che il ripetersi di un vecchio errore filosofico: cambiare il “supporto”, trascendere la carne per salvare la ragione, l’intelligenza. «Ma cosa sia l’intelligenza è una domanda che viene prima di tutte le domande sulla sua applicazione artificiale: dovremmo demandare a questa applicazione il criterio definitivo del conoscere umano? Eppure il compimento dell’intelligere non sta nel sapere le cose ma nel conoscerle, cioè nell’intuire il loro significato, il nesso che le cose hanno con il nostro io». Una sfida etica, come la chiamano gli esperti, capire cosa sia l’intelligenza prima della sua connotazione artificiale. Alla quale il Meeting promette di mantenere allenati tutta la settimana. A patto di disattivare il pilota automatico.

Foto Meeting