Cina. Dawut, rinchiusa in un centro di rieducazione e sterilizzata a forza

La donna, musulmana di etnia uigura, è stata incarcerata per tre mesi senza motivo. La sua colpa è di aver concepito un terzo figlio senza autorizzazione

«Ci sono campi di rieducazione in ogni distretto di Urumqi. Mi hanno internata senza neanche dirmi perché e prima che fuggissi dalla Cina mi hanno costretta a sottopormi alla sterilizzazione». È questa, in estrema sintesi, la storia di Zumuret Dawut, incarcerata l’anno scorso in uno dei tanti centri di rieducazione dal regime comunista nella provincia del Xinjiang solo perché musulmana di etnia uigura. Da aprile la donna, insieme al marito e ai tre figli, vive a Washington, da dove ha raccontato la sua storia a Radio Free Asia.

OLTRE 1,5 MILIONI DI UIGURI INTERNATI

Dawut, nata e cresciuta a Urumqi, la capitale del Xinjiang, è stata sequestrata dalle autorità il 31 marzo 2018 e rinchiusa nella prigione di Bei Zan. In simili centri di rieducazione dal 2017 sono già stati rinchiusi oltre 1,5 milioni di musulmani uiguri, un’etnia che il partito comunista considera estremista, pericolosa e bisognosa di rieducazione politica.

«Quando mi hanno arrestata, non mi hanno detto perché o dove mi avrebbero portata o che cosa mi sarebbe successo», racconta Dawut. «Quando mi hanno arrestata, mi hanno coperto il volto con un sacco nero e ammanettata. Prima mi hanno portata in ospedale, per farmi decine di analisi, e poi a Bei Zan».

«SE TI ORDINO DI FARE UNA COSA, LA FAI E BASTA»

Dapprima Dawut è stata chiusa in una stanza piena di poliziotti, uomini e donne, e qui «mi hanno fatta spogliare per farmi indossare una divisa da carcerata. Piangendo, ho chiesto se i poliziotti maschi potessero uscire dalla stanza mentre mi spogliavo e una agente mi ha gridato addosso: “Questa non è casa tua. Qui non si fanno distinzioni tra maschi e femmine. Se ti ordino di fare una cosa, tu la fai e basta”».

Per i tre mesi in cui è stata rinchiusa nel campo è stata costretta a lavorare e prendere psicofarmaci, «che mi annebbiavano la mente. Non riuscivo più a pensare, mi sentivo pesante e senza vita». Dopo essere stata rilasciata senza preavviso dal centro di rieducazione il 2 giugno, Dawut ha subito pensato di scappare con il marito, originario del Pakistan, e con i tre figli.

«SE VUOI IL PASSAPORTO, DEVI FARTI STERILIZZARE»

Le autorità comuniste, però, si sono rifiutate di fornire a lei e alla sua famiglia il passaporto, accusandola di aver concepito un terzo figlio senza l’autorizzazione dell’ufficio per la pianificazione familiare. In Cina la legge sul figlio unico è stata abolita nel 2015, ma resta l’obbligo di non fare più di due figli salvo autorizzazioni speciali delle autorità. L’amministrazione ha prima sanzionato la famiglia di Dawut con una multa pari a 18 mila yuan (circa 2.500 euro), poi le ha imposto di sottoporsi a una sterilizzazione forzata.

«Se non ti fai sterilizzare, potresti non poter più rientrare in Cina e i tuoi figli non potranno andare a scuola», le hanno spiegato, aggiungendo che solo dopo la sterilizzazione le avrebbero consegnato il passaporto. La donna è stata portata in una clinica per la sterilizzazione e dopo l’operazione, racconta Dawut, «mi sono svegliata in un lungo corridoio con altre sette o otto donne. Non c’erano dottori attorno a noi, era freddo e sul letto c’era solo una coperta leggera. Quando l’effetto dell’anestesia è finito, ho cominciato a gridare dal dolore, come le altre donne vicine a me. Hanno vietato a mio marito di visitarmi e di stare con me in quei momenti».

RITORNANO GLI ABORTI FORZATI

La storia di Dawut, che è riuscita a scappare in Pakistan e che da aprile vive a Washington, è simile a quella di Gulzira Mogdin, rinchiusa in un centro di rieducazione per sei mesi in Cina e costretta ad abortire il suo terzo figlio. «Prima di lasciarmi andare mi hanno detto: “Non parlare con i giornalisti. Non dire niente sull’esistenza dei campi di prigionia. Di’ che non esistono i campi e che la vita in Xinjiang è uguale a prima”».