Cesare Battisti, un criminale dipinto come un eroe. Fine di un marketing politico durato 37 anni

Dipinto per anni come un idealista dallo storytelling di sinistra, il terrorista rosso è ora in Italia. Parla Maurzio Tortorella, tra i pochi ad aver studiato tutte le carte dei processi

«Ricordo una litigata furibonda in Corsica con quattro signori di Parigi per i quali era il mostro sacro, l’icona della gauche caviar. E poi tutti quegli scrittori e intellettuali, come Gabriel García Márquez, Fred Vargas, Daniel Pennac e Bernard-Henri Lévy, che avevano imbambolato l’opinione pubblica con i loro appelli in suo favore. Non uno che avesse letto le carte giudiziarie, tutti convinti dal ritratto del povero oppositore perseguitato dal regime. Ai miei interlocutori dicevo: “Guardate che questo è un omicida condannato quattro volte, due per aver sparato materialmente alle vittime, due come mandante. Era come parlare ai mulini a vento: “Ha solo fatto propaganda contro il capitalismo”, ribattevano secchi».

DOTTRINA MITTERRAND

Erano gli anni in cui la Francia s’intruppava al seguito della leggenda positiva di Cesare Battisti e della «vendetta infinita» di cui ancora nel febbraio 2004 scriveva Erri De Luca, con un articolo uscito su Le Monde subito dopo l’arresto del capo dei Pac, Proletari Armati per il Comunismo, nel paese che per anni lo aveva protetto grazie alla “dottrina Mitterrand”. «La Francia», esortava lo scrittore in prima pagina, «che ha fatto valere le sue ragioni nella folle impresa militare irachena, non può contraddirsi dando credito e aiuto a un governo che ha bisogno di vantarsi di nuovi incarcerati da esibire vittoriosamente. Trofei di una caccia finita da un quarto di secolo, una collezione di corpi da impagliare nel museo della vendetta infinita: basta. Liberate i polsi di Cesare Battisti e lasciate alle loro vite francesi gli italiani che hanno trovato da voi una patria, la seconda e la migliore».

LEGGERE LE CARTE DEI PROCESSI

Insomma mentre gli intellettuali francesi rendevano onore all’“ex terrorista” Battisti lanciando petizioni, sfilando davanti alla Santé, dimenticando che Battisti non era stato affatto condannato per reati associativi o di opinione, Maurizio Tortorella insieme al collega Giacomo Amadori faceva a Panorama il suo lavoro di cronista: leggere le carte di sette processi, conclusi con la condanna definitiva all’ergastolo nel 1991 per due omicidi volontari e per il concorso morale in altri due; raccontare chi è Cesare Battisti, criminale, rapinatore e pluri-omicida. «Armando Spataro, all’epoca magistrato dell’antiterrorismo e pubblico ministero titolare delle indagini che portarono alle condanne del terrorista dei Pac, lo definì un “assassino puro”. No, Battisti non è un estremista perseguitato in Italia per le sue idee politiche, ma un criminale comune che si è politicizzato in carcere, commettendo poi rapine, ferimenti e omicidi tra il ’78 e il ’79».

LA CONVERSIONE POLITICA DI UN CRIMINALE COMUNE

L’ex vicedirettore di Panorama, parlando con tempi.it, ricorda gli efferati omicidi del maresciallo Antonio Santoro e del poliziotto Andrea Campagna: Battisti li freddò a colpi d’arma da fuoco; svolse invece il ruolo del palo quando venne ammazzato il macellaio Lino Sabbadin e organizzò e partecipò alla rapina in cui perse la vita il gioielliere Pierluigi Torregiani e venne gravemente ferito Alberto, il figlio 15enne del gioielliere, da allora costretto su una sedia a rotelle. «Il nome di Battisti non è balzato agli onori delle cronache né come ideologo né come idealista della sinistra rivoluzionaria: inizia la sua carriera criminale come delinquente comune con una rapina a Frascati, nel 1972, data del suo primo arresto; poi compie un’altra rapina a Sabaudia nel ’74. Subisce anche denunce per atti di libidine violenta, sequestro di persona, violenza privata. La sua “conversione politica” avviene solo in carcere a Udine, quando viene indottrinato alla lotta armata dal terrorista Arrigo Cavallina, suo compagno di cella. Nel ’78 diventa un assassino, dall’81, quando evade dal carcere di Frosinone, è un latitante: è qui che ha inizio la parabola della primula rossa della sinistra bohémienne, merito di un abile marketing politico durato 37 anni».

APPELLI E PETIZIONI

Nessun terrorista è mai stato difeso e protetto come Battisti nella storia italiana, ha più volte scritto Tortorella; nessuno come lui è riuscito a sfruttare al meglio la “dottrina Mitterrand” «che in nome della grandeur e di un malconcepito disprezzo della giustizia del nostro paese dava asilo ai peggiori terroristi rossi italiani», e a ingraziarsi al di qua e di là dalle Alpi decine di intellettuali veri e sedicenti che in massa firmavano appelli e petizioni per la sua liberazione. È in Francia che Battisti gode di un “asilo politico di fatto” dal 1990 al 2004, data del suo arresto; è in Francia che Gallimard, una delle più grandi case editrici, gli pubblica un romanzo trasformandolo in “scrittore di libri gialli”; è qui che diventa il pupillo della scrittrice Fred Vargas, pasionaria dei terroristi rossi come eroi di una guerra civile persa dalla parte giusta soltanto grazie agli arresti di massa; ed è dalla Francia che riesce a fuggire in Brasile poco prima del pronunciamento definitivo del Consiglio di Stato che l’avrebbe estradato in Italia da Parigi.

UN’INTENSA ATTIVITÀ DI LOBBY

Ma anche oltreoceano, per altri 14 anni, la leggenda di Battisti continua ad essere alimentata da quella che Tortorella definisce «un’incredibile, intensa attività di lobby condotta a livello internazionale da esponenti della cultura di sinistra. Fino al 31 dicembre 2010, quando proprio nel suo ultimo giorno di mandato, l’allora presidente Luiz Inacio Lula da Silva concede a Battisti lo status di rifugiato politico, bloccando l’estradizione».
Il resto, fino alla cattura del 13 gennaio in Bolivia, è una lunga storia di arresti domiciliari, tentativi di fuga, rinvii di sentenze, brindisi in mondovisione alla libertà, dichiarazioni sprezzanti sull’Italia, e bugie. «Battisti sostiene di non aver mai ucciso nessuno e di non aver mai voluto uccidere nessuno; afferma che il processo nei suoi confronti è stato condotto senza garanzie legali e con l’uso di confessioni estorte con la violenza; afferma di aver scritto anche una lettera al figlio di Torregiani. Torregiani lo ha sempre negato, e la condanna di Battisti non è avvenuta solo sulla base delle accuse dei pentiti, perché nel covo in cui fu arrestato nel 1979 si trovarono i documenti di rivendicazione degli omicidi».

NON È VITTIMA DEL GIUSTIZIALISMO

Da garantista, autore tra gli altri del bellissimo libro La gogna. Come la deriva mediatica dei processi ha devastato la giustizia (Boroli editore), Tortorella ha sempre denunciato i danni derivati dal pentitismo e dalle condanne in contumacia di quegli anni, motivo per cui molti paesi avrebbero poi rifiutato le estradizioni per diversi esponenti della lotta armata rossa e nera. «Condivido la posizione di un giornalista come Piero Sansonetti o dei radicali, quando affermano che nella legislazione emergenziale contro il terrorismo degli anni Settanta e Ottanta ci sono stati eccessi. Di quell’epoca io ricordo un arresto tra i miei compagni di liceo, a Pisa. Era il 1978, a Roma le Br avevano appena ucciso Aldo Moro. Il compagno si chiamava Francesco, aveva 18 anni. Fu spinto in cella senza aver commesso alcuna violenza, colpevole solo di aver citato quello che chiamava il compagno Mao: “La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo pesa più di una montagna, mentre la morte di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori è più leggera di una piuma”. Non so che fine abbia fatto. Di certo, allora, non era un terrorista: fu soltanto una delle vittime delle leggi repressive di quell’orribile periodo. Tra le vittime dell’antiterrorismo d’emergenza di quegli stessi anni, al contrario, non si può assolutamente annoverare Cesare Battisti: un criminale, un brutale omicida avvolto nella bandiera rossa dalla gauche caviar francese e dall’Italia radical chic».

«UOMO ARGUTO E PROFONDO»

Tra i firmatari che nel 2004 si schierarono a favore dell’intellettuale, «l’uomo “arguto e profondo” che rilasciava interviste ai media brasiliani sostenendo che l’Italia chiedesse la sua estradizione “perché è un paese arrogante”», figurano scrittori come Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Girolamo De Michele, Lello Voce, Pino Cacucci, Christian Raimo, Sandrone Dazieri, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari. Perfino Roberto Saviano, che raggiunto il successo con Gomorra chiese il ritiro della firma, e il vignettista Vauro, che oggi sostiene di non averla mai apposta.

ERRORE SCAPPARE IN BOLIVIA

Pochissimi si adoperarono come Tortorella, Amadori o Giuseppe Cruciani, autore del libro Gli amici del terrorista, a smontare lo storytelling su Battisti. Voci isolate e che oggi non brindano al successo politico dell’arresto, «ci sono state delle circostanze favorevoli, un governo che dichiarava la ferma volontà di estradarlo, l’elezione di Bolsonaro che lo ha spaventato. E questo ha portato Battisti a un errore fatale: scappare in Bolivia. Fosse rimasto in Brasile, probabilmente, le sentenze della Corte suprema gli avrebbero ancora garantito qualche immunità. Ma l’ultimo paradosso di questa storia è che il caso di Battisti si è chiuso per questo: un fatale errore che il terrorista può imputare solo a sé stesso».

Foto Ansa