Cambiamenti climatici. Dove non arriva Greta, arriveranno i giudici

Un gruppo di esperti ha teorizzato che i governi possono essere costretti a ridurre le emissioni di CO2 dai tribunali, come fatto da Olanda e Australia, nel nome dei “diritti umani”

Non sarà l’attivismo di Greta Thunberg a convincere i governi occidentali a «fare di più» per salvare la Terra e ridurre le emissioni di CO2 secondo la Bibbia del catastrofismo climatico. Saranno i giudici a obbligarli. È questa la teoria di un gruppo di esperti di diritto, che nel 2014 si è riunito per mettere nero su bianco una strategia per lavorare ai fianchi le democrazie di tutto il mondo e che ha cominciato a metterla in pratica. Se gli scienziati non riescono a dimostrare che i cambiamenti climatici sono causati dall’uomo, i popoli si ostinano a non percepire il riscaldamento globale come un’emergenza e di conseguenza i Parlamenti non hanno intenzione di prendere misure drastiche per contenerlo, allora il problema va portato nelle aule di tribunali. Sarà la giustizia a sopperire alle mancanze della politica, aggirando un piccolo dettaglio chiamato democrazia.

OLTRE 1.300 CAUSE IN 30 ANNI

Secondo una ricerca della Columbia University sono circa 1.300 le cause legali connesse ai cambiamenti climatici intentate in tutto il mondo dagli anni Ottanta a oggi. La più famosa, scrive il Washington Post, ha avuto successo in Olanda, dove nel 2015 il tribunale distrettuale dell’Aia ha condannato il governo olandese a fare di più per combattere i cambiamenti climatici, cioè a ridurre le emissioni di CO2 almeno del 25 per cento entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990. Il governo aveva approvato misure per tagliarle del 17 per cento. Nel 2018 la sentenza è stata confermata dalla Corte d’appello dell’Aia e il governo ha fatto ricorso alla Corte Suprema.

Diversi casi sono stati portati avanti anche negli Stati Uniti, ma la Corte Suprema ha sempre rigettato simili istanze ritenendo che le politiche climatiche siano appunto un problema politico e non legale. Una causa presentata in Oregon nel 2015 (Juliana v. United States) potrebbe raggiungere la Corte Suprema, anche se ha poche speranze di successo. I querelanti sostengono però di avere il diritto costituzionale a un ambiente pulito.

DOPO L’OLANDA, L’AUSTRALIA

A febbraio un giudice australiano ha impedito la costruzione di un impianto a carbone nello Stato di New South Wales sostenendo che avrebbe contribuito ad aggravare il riscaldamento globale e che impedire danni all’ambiente ha la precedenza rispetto a ottenere benefici economici.

Il magistrato che ha firmato questa inedita sentenza, Brian Preston, è uno dei primi esperti di diritto ad aver sostenuto nel 2011 che i governi vanno obbligati a cambiare le politiche climatiche nazionali attraverso i tribunali. Secondo lo scienziato ambientale Will Steffen «questa sentenza invia un segnale importante: il sistema legale è il luogo appropriato per fermare lo sviluppo costante dei combustibili fossili».

AGGIRARE LA SCIENZA CON I «DIRITTI UMANI»

Preston e altri 18 esperti hanno pubblicato nel 2014 un vero e proprio piano di battaglia per combattere legalmente l’inerzia dei governi. Uno dei problemi è rappresentato dal fatto che non è dimostrato scientificamente che i cambiamenti climatici siano prodotti da attività antropiche. Allo stesso modo, è molto difficile dimostrare che i danni prodotti ad esempio alle coltivazioni da violente alluvioni o climi torridi siano dovuti all’emissione di gas serra. Per aggirare questi problemi, sostengono gli esperti, è necessario che venga riconosciuto un «diritto umano» all’ambiente pulito e che a livello nazionale siano introdotte legislazioni che diano alla gente il diritto di far causa ai governi e alle aziende anche solo per aver «contribuito» ai cambiamenti climatici. Inoltre, gli esperti hanno proposto la creazione di un nuovo tribunale che imponga ai governi di applicare i trattati sul clima: una Corte internazionale sull’ambiente.

Niente di tutto questo, sottolinea il Washington Post, è ancora realtà. Ma la strada è stata tracciata. E seguendo l’esempio olandese, Alfredo Sendim, agricoltore portoghese, insieme ad altri querelanti di otto diversi paesi comunitari, ha fatto causa all’Unione Europea per non aver fatto abbastanza nella lotta al contrasto dei cambiamenti climatici. Alluvioni e incendi, avvenuti negli ultimi anni in molti paesi europei, sono stati portati come prove dei danni causati dal riscaldamento globale.

La causa avrà buon gioco a richiamare i precedenti in Olanda e Australia e secondo Christoph Bals, direttore di Germanwatch, la ong che sta portando avanti il processo e che sostiene finanziariamente Sendim, «gli ostacoli legali che un tempo si pensavano insormontabili stanno cadendo come birilli uno dopo l’altro». E pazienza se due di questi birilli si chiamano scienza e democrazia. Grazie a una concezione sempre più vasta di “diritti umani” ogni barriera può essere superata.

Foto Ansa