Il caso Orsini e l’errore di escludere i “dissidenti” dalla discussione sulla guerra in Ucraina

Alessandro Orsini e Corrado Formigli
Alessandro Orsini con Corrado Formiglio nello studio del programma di La7 Piazzapulita, 24 marzo 2022 (foto Ansa)

Su Dagospia Mario Draghi, ripreso da un lancio dell’Ansa, dice: «Dobbiamo cercare disperatamente la pace».

Ecco un appello interamente condivisibile, forse in parte contraddittorio con certe recenti considerazioni su Vladimir Putin come Adolf Hitler. Magari Draghi dovrebbe ascoltare di più il suo vecchio amico Paolo Cirino Pomicino e un po’ meno quello sbalestrato di Francesco Giavazzi.

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Su Startmag Marco Dell’Aguzzo scrive: «Rispondendo all’appello di Zelensky, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha detto che “gli alleati danno sostegno significativo all’Ucraina, armi, sistemi avanzati, sistemi che possano aiutare ad abbattere aerei. Non entrerò nei dettagli dei sistemi, quello che posso dire è che gli alleati fanno quel che possono per sostenere l’Ucraina con le armi così che gli ucraini possano difendersi. L’autodifesa è un diritto sancito dalla carta delle Nazioni Unite”. “Allo stesso tempo”, ha proseguito il segretario, il cui mandato è stato prolungato fino al 30 settembre 2023, “abbiamo la responsabilità di prevenire che questo conflitto si allarghi e coinvolga non solo Ucraina e Russia, ma gli alleati e la Russia. Questo sarebbe più devastante e pericoloso. E penso che su questo dobbiamo essere onesti”».

Ecco un’analisi intelligente di quel che è successo al vertice della Nato.

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Su Startmag Andrea Mainardi scrive: «Dopo le sanzioni dell’Ue, emerge la tensione nel muro dell’unità europea, con gli Stati baltici e la Polonia che chiedono misure più severe. I paesi dipendenti dalle importazioni di petrolio temono che un divieto energetico possa portare a una massiccia disoccupazione e a carenza di carburante. Stanno emergendo crepe nel muro dell’unità Ue? Le nazioni dell’Europa occidentale diffidano delle sanzioni su petrolio e gas. Ma gli europei dell’Est – esclusa l’Ungheria – chiedono che venga esercitata una maggiore pressione su Mosca. Polonia e Usa vogliono la Russia fuori dal G20. Il vertice è il 30-31 ottobre a Bali, ma Indonesia, India, Cina e Arabia Saudita si opporranno dall’esclusione di Mosca».

Comprendiamo le ragioni morali di molti giornalisti con l’elmetto, però un po’ di analisi di quel sta avvenendo realmente sarebbe utile, invece della retorica “tutti uniti più che mai”.

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Su Affaritaliani si riprende questo lancio dell’agenzia Vista: «Primo ministro inglese, Boris Johnson, ripreso dalle telecamere prima dell’inizio del vertice Nato: mette le mani in tasca e gira su se stesso mentre gli altri leader si salutano. Poi, però, incontra Biden».

Tutti uniti nella Nato? A occhio i problemi sono più complessi, se certi leader europei si comportano persino, con Boris Johnson, come bambini dell’asilo e non lo salutano.

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Su Strisciarossa Paolo Soldini scrive: «Tant’è che anche ieri sono partite corpose salve di fuoco di sbarramento contro l’ipotesi di iniziative concordate per la riduzione del gas in arrivo dai giacimenti siberiani e, da parte tedesca, soprattutto del petrolio, una scarsità del quale, hanno fatto sapere i ministri degli Esteri, Annalena Baerbock, e dell’Ambiente, Robert Habeck (tutti e due dei Verdi, peraltro), sarebbe disastrosa per l’industria della Repubblica federale. La posizione dell’Italia, per quanto riguarda il gas, non sarebbe altrettanto fermamente contraria all’idea di ridurre le forniture se è vera l’indiscrezione secondo la quale il consigliere economico del presidente Draghi, Francesco Giavazzi, avrebbe affermato che il nostro paese potrebbe anche fare a meno del gas russo per almeno un paio di mesi in primavera».

Ecco un’altra analisi preziosa per descrivere la realtà senza dover necessariamente indossare un elmetto.

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Sul sito del Tgcom si scrive: «“Biden a Bruxelles è venuto a vendere il gas e il petrolio americano al posto di quello russo”. Così Paolo Liguori, il direttore di Tgcom24 a Stasera Italia, commenta la visita del presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden al Consiglio europeo a Bruxelles, avvenuta al termine del summit della Nato e della riunione dei leader del G7».

Forse quelle di Liguori sono considerazioni un po’ esagerate, però qualche dubbio sulla leadership di Joe Biden è giusto averlo.

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Su Atlantico quotidiano Federico Punzi scrive: «Il team Biden invece è rimasto a metà strada. Non ha usato lo strumento della deterrenza e tuttora sembra subire la deterrenza russa anziché ristabilire quella Usa. Ha rinunciato a fissare linee rosse chiare, per esempio sull’uso di armi chimiche o sull’intervento bielorusso al fianco di Mosca, e ad istituire no-fly zone anche parziali. Ha lasciato intendere a Putin di essere disposto a sacrificare l’Ucraina, ma è stato “sorpreso” dalle difficoltà russe e dalla resistenza di Kiev, e ora pensa di uscirne col minimo sforzo, sperando nel pantano».

Non condivido tutto l’ardore da “cold warrior”, da veterano della Guerra fredda, di Punzi, però la sua osservazione su una mancanza di visione strategica della Casa Bianca mi sembra corretta.

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Sulla Zuppa di Porro Toni Capuozzo scrive: «Sembra di capire che la Russia abbia rinunciato non solo alla presa, ma persino all’assedio di Kiev, che non è mai iniziato. Hanno scavato trincee, subiscono contrattacchi importanti per il morale dei difensori, ma intanto tengono bloccata la capitale, le sue armi, le sue energie. E si concentrano sull’Est del paese. Quando ci si siederà a un tavolo delle trattative, farlo con la costa, tranne Odessa, nelle proprie mani è avere un buon gioco: puoi ritirarti da Kiev, puoi restituire Kherson, ma il resto l’hai portato a casa. Non sarà mai trattato di pace, perché Zelensky non può accettare la mutilazione della patria. Sarà un cessate il fuoco. E poi? Daremo armi agli ucraini per partire all’attacco delle terre irredente? Faremo guerra per l’Ucraina una e indivisibile? Staremo a vedere, come stiamo facendo per Mariupol, il bunker berlinese o l’ultima Salò del battaglione Azov, con gli assedianti che non sembrano del tipo propenso a fare prigionieri. A meno che la Russia e Putin non crollino, cosa che ingolosisce. E dopo? Abbiamo qualche esperienza a riguardo di quello che pudicamente viene chiamato “regime change”. In Iraq, in Libia, in Afghanistan, Siria e via dicendo. Scarseggiano grandi leader fermi ma capaci di colpi d’ala, di mosse inaspettate, di mani tese a disarmare l’avversario, di soluzioni che fermino l’inerzia della guerra. Volano solo aerei e, nel loro piccolo, falchi. Occhi fissi a scrutare il terreno, mai uno sguardo al futuro».

Che sollievo leggere le considerazioni di un giornalista umanamente coinvolto nelle sofferenze del popolo ucraino, ma che rifiuta di mettersi un elmetto in testa.

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Su Dagospia Giampiero Mughini scrive: «Resto perciò di stucco innanzi alla barbarie di chi sta lanciando grida di dolore perché una trasmissione Rai ha offerto duemila euro a puntata a sei interventi del professore Alessandro Orsini, che qualcuno definisce “un pifferaio” di Putin, ossia lo insulta selvaggiamente. Mi intendo come pochi altri dello stare “in minoranza” su un argomento diffuso, e dunque sto interamente dalla parte del professor Orsini. E non perché condivida al cento per cento i suoi argomenti, ad esempio non sono così convinto che Putin abbia “già vinto”. Detto questo, guai se lui e gli altri che ho citato non ci fossero. Quanto saremmo più poveri di idee e di intelligenza».

Un opinionista del New York Times, già frequentatore del think tank neoconservatore American Enterprise Institute, feroce critico sia di Donald Trump sia di certe tendenze liberal, Ross Douthat, ha scritto sul quotidiano newyorkese: «In a context where elite mistakes and hawkish temptations could have atomic consequences, to read dissenters out of the debate makes the path to destruction much too wide and smooth for comfort». (In un contesto in cui gli errori delle élite e le tentazioni dei “falchi” potrebbero avere conseguenze “nucleari”, escludere i “dissidenti” dalla discussione pubblica potrebbe rendere il percorso verso la distruzione troppo ampio e liscio per sentirsi tranquilli). Meno male che anche sui quotidiani liberal (americani) si possa leggere anche qualche Douthat e non solo compilatori di liste di proscrizione e indossatori di elmetti tipo Gianni Riotta.

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Su Formiche Emanuele Rossi scrive: «Il Giappone ha subito spostato la linea severissima dell’Occidente contro Vladimir Putin, anche per interesse diretto contro la Russia. In risposta all’ultimo lancio del missile, l’undicesimo da inizio anno da parte di Pyongyang, il governo di Tokyo ha chiesto l’apertura di una conferenza per la sicurezza. Come molti dei dossier internazionali, anche questo nordcoreano si incrocia con la guerra ucraina».

Ma sono diventati un po’ putiniani anche i giapponesi che adesso propongono conferenze per garantire la sicurezza dei vari Stati nei vari scenari internazionali?

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Su Huffington Post Italia Verdiana Garau scrive: «Il prossimo 24 e 25 marzo il ministro degli esteri cinesi Wang si recherà in India allo scopo di formalizzare i rapporti con Delhi rispetto alla vicenda degli scontri in Ladakh, che da tempo rendono i confini tra i due paesi molto critici. Mentre Delhi e Pechino discuterebbero sul disimpegno e la de-escalation sul Ladakh, ad affacciarsi sul tavolo della trattativa c’è un dossier più bollente, come quello del Pakistan, per il quale i cinesi starebbero offrendo all’India una possibilità di cooperazione strategica».

A forza di isolare i russi, i geniali strateghi americani stanno facendo avvicinare anche indiani e cinesi. E così Narendra Modi diventerà anche lui un autocrate e smetterà di essere l’esponente della più popolosa democrazia del Pianeta?

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Su Formiche Carlo Fusi scrive: «Quando Zelensky avverte che nell’aggressione di Mad Vlad a Kiev e nella resistenza degli ucraini armi in pugno la posta in palio è la democrazia e il modello di rapporti tra popoli che ha consentito settant’anni di pace, coglie nel segno».

Il modello dei rapporti tra i popoli che ha consentito settanta anni di pace? In realtà questi 67 anni di pace europea (dal 1945 al 2022: escludendo peraltro la feroce guerra civile nell’ex Jugoslavia), almeno 46 sono stati garantiti dalla convivenza tra Nato e un Patto di Varsavia assai prono a invasioni tipo Ucraina in Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia.

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