Dossier – Quel patrimonio che forse non vedremo più

Immaginate Agrigento senza la Valle dei Templi. Immaginate Milano senza il Castello Sforzesco. Immaginate Palermo senza quella Cattedrale che custodisce le tombe di Enrico VI, Federico II e Caterina d’Altavilla su cui i cittadini portano ancora i fiori. Immaginate Torino senza la Mole e privata del Duomo e della Sindone. Immaginate quello che è inimmaginabile, almeno per noi fortunati che in periodo così sanguinoso (il 2013 è stato, insieme, al 2011, l’anno che ha registrato il maggior numero di conflitti dopo la II Guerra Mondiale) conosciamo i disastri umani e materiali di quelle guerre che non portano mai a nulla soltanto attraverso televisione e giornali. E a parte un sentimento di compassione – che spesso dura poche frazioni di secondo – nei confronti di chi sta vivendo quel terrore di perdere la propria casa, le proprie cose e, soprattutto, la propria vita, non pensiamo che a rischiare di essere distrutta è anche parte della storia di un’intera popolazione.

Dove più, dove meno, è chiara l’emergenza di salvare, per quanto possibile, un patrimonio culturale che altrimenti rischia di esser spazzato via per sempre. Di esempi di musei distrutti o saccheggiati e di opere trafugate se ne possono fare tanti: dal Museo Archeologico di Bagdad in Iraq, ai Buddha di Bamiyan in Afghanistan, alle numerose chiese bruciate in Nigeria. La perdita è, da un punto di vista culturale e artistico, inestimanbile (i conti se li faranno gli addetti ai lavori), come quel San Matteo e l’Angelo di Caravaggio e quel Painter on his way to work di van Gogh distrutti durante i bombardamenti del Kaiser Friedrich Museum di Berlino nel 1945.

Ma spiccare tra le urgenze è, adesso, la Siria, che ha appena “inaugurato” il suo terzo anno di guerra civile e che ha già perso il minareto medievale della Moschea degli Omayyadi di Aleppo – distrutto – e una serie di statuette, sculture dell’età classica e mosaici del periodo bizantino – trafugati – dai musei di Hama, Deir ez-Zor e Maarret en-Numan. Non si contano i danneggiamenti a celebri monumenti come la fortezza del Krak dei Cavalieri, la cittadella di Aleppo e conventi e chiese cristiani del villaggio di Maalula, dove si parla ancora l’aramaico, la lingua parlata in Palestina ai tempi di Gesù. Fortunatamente esiste sempre qualche chance per non far andare tutto in pezzi: l’Unesco ha già lanciato iniziative per contrastare la compravendita di oggetti di provenienza clandestina e opera anche insieme alla Commissione Europea per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sul dramma di un patrimonio che potremmo non vedere più.

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