«Questa non è una rivolta antirazzista, ma ultraborghese»

Per Eugenio Capozzi dietro a Black Lives Matter e simili c’è «l’ideologia del progressismo diversitario, vera causa dell’incancrenimento dei problemi degli afroamericani»

Cartello contro Trump in una manifestazione di Black Lives Matter

Eugenio Capozzi, docente di storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Napoli “Suor Orsola Benincasa”, è autore di un bel libro che si intitola Politicamente corretto. Storia di un’ideologia. Sulle vicende relative alle proteste seguite alla morte di George Floyd a Minneapolis e sul movimento Black Lives Matter ha scritto alcuni lucidi interventi sul periodico online l’Occidentale. Gli abbiamo chiesto di approfondire per noi alcuni dei contenuti che ha esposto e delle affermazioni che è andato facendo in queste settimane.

Lei ha scritto che il movimento che guida le proteste negli Stati Uniti scoppiate dopo l’uccisione di George Floyd, Black Lives Matter (Blm), non è un movimento antirazzista, ma è l’incarnazione dell’ideologia progressista diversitaria. Ci vuole spiegare che cos’è questo progressismo diversitario, e perché coloro che dicono di manifestare contro il razzismo starebbero invece portando avanti un’ideologia molto inquietante?

Desumo la definizione di progressismo diversitario dal pensatore canadese Mathieu Bock-Côté e indirettamente da Alain Finkielkraut, che ne ha posto le basi. Si tratta del progressismo post-sessantottino, quello nato dalla ribellione giovanile degli anni Sessanta iniziata a Berkeley e proseguita a Parigi e che ha i suoi presupposti culturali nell’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre, nella propaggine della Scuola di Francoforte rappresentata da Herbert Marcuse, e in seguito nel decostruzionismo di Michel Foucault e Jacques Derrida. In cosa consiste? Consiste nella negazione della razionalità della civiltà occidentale, nella denuncia della cultura occidentale come oppressiva delle minoranze culturali e sessuali, e quindi nel proposito di decostruire la storia occidentale per purgarla della sua intrinseca tendenza alla discriminazione per restaurare una sorta di stato di natura in cui non tutti gli individui, ma tutti i gruppi, tutti coloro che si riconoscono in un’identità di gruppo, vengano risarciti delle ingiustizie perpetrate contro di loro dalla cultura bianca, occidentale, colonizzatrice.

È un’ideologia che porta alle estreme conseguenze una serie di assunti delle dottrine otto-novecentesche non tanto sul piano economico e sociale, ma su quello culturale e psicologico: secondo questa ideologia bisogna rieducare la civiltà occidentale alla diversità. Il progressismo diversitario pensa che la storia occidentale debba sostanzialmente essere buttata nel cestino e ritiene eticamente e politicamente preferibili ad essa tutte le diversità culturali (da cui il termine “diversitario”), tutte le tradizioni, tutte le leggi, tutte le religioni che non sono occidentali. Vanno tutte viste in maniera positiva perché sarebbero immuni dal peccato originale occidentale, e con esse tutte le diversità sessuali che poi sono state sistematizzate dall’ideologia gender. Infine non deve più esserci una gerarchia umani-non umani: da cui l’antispecismo, l’animalismo e una concezione neo-pagana dell’ambientalismo che abbiamo visto incarnata nella figura quasi religiosa di Greta Thunberg.

Questo è l’impianto complessivo di questa ideologia, che ha come retroterra sociale di riferimento, come classe sociale di cui esprime le idee e la concezione del mondo, quella che io chiamo l’ultraborghesia postmoderna e postmaterialista che si esprime in Occidente nei grandi imprenditori dell’hi-tech, negli operatori dei media, delle organizzazioni internazionali e delle burocrazie nazionali e internazionali. Questa nuova classe dominante non è più la borghesia imprenditoriale, ma è la borghesia che detiene la parola, la possibilità di formare culturalmente le masse e ritiene che sia una sua missione formarle e quindi correggere le idee sbagliate della plebe modificando il linguaggio, modellando sentimenti e opinioni della gente comune. Coincide con quella rivolta delle élite che aveva mirabilmente individuato Cristopher Lasch nell’omonimo libro un quarto di secolo fa.

È un dato di fatto che negli Stati Uniti c’è una sproporzione fra la consistenza demografica degli afroamericani e l’alta percentuale di essi uccisi dalla polizia. Gli afroamericani sono il 13 per cento della popolazione, ma sono il 20-25 per cento degli uccisi dalla polizia ogni anno. Questo può essere un indicatore di un atteggiamento prevenuto degli agenti nei confronti di una minoranza etnica?

Io credo che le manifestazioni che sono seguite alla morte di George Floyd non abbiano in realtà molto a che vedere con il tema del razzismo, e non credo che ci sia oggi nel complesso un atteggiamento discriminatorio delle istituzioni pubbliche nei confronti della minoranza afroamericana. Rispetto alla loro percentuale sul totale della popolazione gli afroamericani hanno più vittime per mano della polizia, ma bisogna precisare che mediamente commettono più reati degli altri gruppi etnici. Certo, si può sostenere che se c’è più criminalità fra di loro è a causa delle discriminazioni che li hanno collocati in una posizione svantaggiata rispetto agli altri. Questa è un’opinione sensata, ma il punto fondamentale è un altro: o noi vediamo la storia americana realisticamente come un processo dialettico in cui delle contraddizioni gradualmente si elaborano e si va nella direzione dell’universalismo dei diritti, che era quella indicata da Martin Luther King, oppure processiamo la storia, la condanniamo e sentenziamo che gli afroamericani devono ricevere dei risarcimenti per quello che hanno vissuto. Questa è la posizione di Black Lives Matter.

Io credo che la strada giusta resti quella di King, perché stiamo parlando di una storia di uomini e donne concreti, nella quale 250 anni fa c’erano vari milioni di persone che erano state prelevate con la forza dall’Africa e che, una volta ottenuta l’emancipazione con Abraham Lincoln, costituivano una massa non integrabile automaticamente con uno schiocco di dita all’interno del tessuto sociale e culturale. Si tratta evidentemente di un problema che necessita secoli per essere riassorbito e che ha delle implicazioni culturali. La minoranza afroamericana ha un tasso di criminalità più alto perché è povera, ma anche perché è stata costretta a un inurbamento disordinato, e in conseguenza di questo le famiglie sono meno stabili, il tessuto sociale è più infiammabile, privo di punti di riferimento ed esposto alle lusinghe dell’arricchimento facile, più difficilmente inseribile all’interno di un percorso di formazione rispetto ad altri.

Il problema è in che prospettiva vogliamo leggere questa storia: se la leggiamo come King, è una storia che attraverso tappe successive può superare le vecchie contraddizioni, se la guardiamo con le lenti di Blm rappresenta un’ingiustizia cosmica che deve essere risanata attraverso riparazioni. Ma io non credo che la maggioranza della popolazione afroamericana pensi in questo secondo modo, io non credo che il modello Blm, erede della corrente rivoluzionaria di Malcolm X, sia vincente. Io credo che la maggioranza della popolazione afroamericana sia sulle posizioni di King, si riconosca nell’identità americana, e che ci sia una piccola minoranza di alta borghesia afroamericana che utilizza le idee e le proteste di oggi per una sua personale battaglia di scalata sociale, un po’ come una certa quota di alta borghesia femminile usa la retorica del MeToo per togliere di mezzo dei concorrenti e fare più facilmente una carriera folgorante. Entrambe sono assecondate dall’ultraborghesia delle grandi corporation che ha adottato l’ideologia diversitaria. Io credo che ci sia un’alleanza fra queste due ultraborghesie, chiamiamole la borghesia di Beyoncé, cioè la borghesia delle celebrità afroamericane, e quella della Coca-Cola, di Zuckerberg, delle grandi corporation che credono nell’ideologia diversitaria.

Queste rivolte e questo progressismo diversitario segnano il ritorno vittorioso sulla scena del marxismo, oppure sono funzionali alla riorganizzazione del capitalismo finanziario e dell’economia digitalizzata? È la classe dominante che strumentalizza i ceti marginali oppure siamo di fronte a una rivolta degli esclusi, degli emarginati analoga a quella bolscevica del 1917, che era più propriamente di classe?

Personalmente mi tengo su una strada mediana. Esiste un’eredità profonda delle ideologie otto-novecentesche sul nuovo progressismo, che consiste fondamentalmente nella volontà di riscrivere la storia. Dall’illuminismo enciclopedista ai totalitarismi del Novecento, cosa hanno in comune le ideologie radicali? Il proposito di costruire sistemi così perfetti, come dice Eliot, che non ci sia più bisogno di essere buoni. Questo coincide col proposito di riscrivere la storia: il ministero della Verità in 1984 di Orwell è la perfetta incarnazione di questo proposito catartico, purificatorio, gnostico per dirla con Eric Voegelin. Il nuovo progressismo diversitario è erede dei suoi predecessori, ma con una differenza fondamentale: mentre quelle ideologie cercavano una soluzione in termini di ingegneria sociale, quindi politici ed economici, come il collettivismo comunista, il progressismo diversitario fa un discorso culturale e psicologico, pedagogico: vuole rieducare la gente a pensare giusto, a non pensare in maniera discriminatoria, a pensare in termini di diversità.

In questo senso è la perfetta espressione di una nuova classe sociale, quella di una borghesia fluida fondata sulla conoscenza che non ha identità fissa, che non è legata alla nazione e a tradizioni, che concepisce la vita come perenne riprogettazione di se stessi in una proiezione verso l’onnipotenza, che si esprime in correnti culturali come il transumanesimo. Questa borghesia ha come suo credo il fatto che non ci sono identità fisse o ricevute: l’identità è legata all’autodeterminazione dei singoli e dei gruppi; quindi io sono il gruppo a cui scelgo di appartenere, ed è in quanto appartenente a questo gruppo che mi spettano dei diritti, non in quanto essere umano dotato da Dio di alcuni diritti inalienabili come diceva Thomas Jefferson nella Dichiarazione di indipendenza del 1776. I diritti mi spettano in quanto nero, in quanto ispanico, in quanto donna, in quanto gay, in quanto lesbica, eccetera. Questo particolarismo tribale va sostituendosi all’universalismo. La lotta per i diritti degli afroamericani fino a Martin Luther King è stata universalista, dopo ha risentito di questa proiezione tribalistica. Ma la logica per cui a ogni minoranza spettano certi diritti va contro l’universalismo dei diritti che è la spina dorsale della promessa americana.

Al presidente Lyndon B. Johnson non è stata storicamente riconosciuta nella sua pienezza l’importante responsabilità di avere realizzato, nella seconda metà degli anni Sessanta, la “Great Society” in cui la promozione degli afroamericani avveniva attraverso il pieno riconoscimento dei loro diritti civili. Ma insieme a ottime cose come i due Civil Rights Acts sui diritti degli afroamericani, c’è anche il famoso executive order 11.246 del 1965 che introduce il principio della affirmative action, cioè quello secondo cui le discriminazioni devono essere superate anche con dei favoritismi di gruppo: in certe circostanze chi appartiene a minoranze deve avere un trattamento migliore degli altri per riparare alle discriminazioni che lo hanno svantaggiato. Credo che questo principio abbia minato alle basi la convivenza tra i gruppi che compongono la cittadinanza americana, è stato foriero di conflitti e di equivoci che ci hanno portato alla situazione attuale.

Che posto ha il presidente Donald Trump in questo dramma? È uno dei colpevoli della radicalizzazione dello scontro politico, oppure è un argine in difesa delle libertà americane? Quando le prime proteste sono degenerate in atti violenti, Trump non ha cercato di fare da paciere ma è sembrato voler aumentare il livello della tensione per averne un guadagno politico. Trump però è anche il leader che ha introdotto l’espressione “fascismo di sinistra” per lanciare l’allarme sul nuovo conformismo che viene imposto agli americani, e nel discorso del 4 luglio ha avuto delle espressioni molto forti sul nuovo totalitarismo incombente.

Per rispondere a questa domanda bisogna chiarire un punto: chi sono gli elettori di Donald Trump. Gli elettori di Donald Trump appartengono in gran parte a quella enorme fascia di società americana che non fa parte né dell’ultraborghesia hi-tech che si è arricchita con la globalizzazione, né degli emarginati che non si sono mai integrati. Si tratta di quella enorme fascia di classe media che è stata falcidiata dalla “globalizzazione cinese”, che va dalle Pmi al terziario, al commercio, fino alle classi operaie dei settori industriali tradizionali. Quello è stato il cuore dell’elettorato trumpiano, un elettorato che non è definibile in termini di destra e di sinistra tradizionali, e nemmeno di partito repubblicano e partito democratico, perché in effetti Trump è stato un outsider che si è imposto al partito repubblicano quasi con la forza.

Perciò Trump ovviamente non può essere in consonanza con l’interpretazione delle due ultraborghesie: né con quella bianca delle grandi corporation dell’hi-tech, di Silicon Valley, che pure gli serve per trainare l’economia americana e che lui ha cercato di riattrarre attraverso le politiche di rimpatrio dei capitali e delle imprese, ma neanche con quella nera che favoleggia di risarcimenti. Le persone a cui lui si rivolge sono bianchi, asiatici e afroamericani – per quanto pochi afroamericani lo votino perché dai tempi di Johnson sono affiliati al partito democratico – che chiedono la crescita economica per migliorare le proprie condizioni. Questa gente non ha tempo per rivendicazioni di tipo culturalista, risarcimenti veri o immaginari, vogliono avere cose concrete.

E qui si inserisce la strategia trumpiana: contro l’ideologia vacua di quelli che vogliono buttare giù le sculture del monte Rushmore o la statua di Cristoforo Colombo, lui dice: a) legge e ordine, slogan che negli Stati Uniti funziona sempre; b) la cosa migliore per sconfiggere le discriminazioni razziali è la crescita economica. Infatti, quand’è che si è attenuato il problema sociale della minoranza afroamericana? Quando l’economia statunitense è stata in crescita, cioè nel periodo degli anni Sessanta della Great Society, sotto la presidenza Reagan, poi nel periodo di Bill Clinton, e poi di nuovo c’è stato un nuovo aumento del reddito degli afroamericani proprio con la presidenza Trump, che ha portato il tasso di disoccupazione anche dei neri ai minimi storici e le retribuzioni degli afroamericani ai massimi storici.

Per la verità l’ultimo grafico in materia prodotto dal Financial Times mostrava un andamento a lama di sega del reddito degli afroamericani, che rispetto a quello medio americano è cresciuto e poi è diminuito due-tre volte.

È vero, ma è un andamento che segue quello generale del paese. Più o meno il gap tra il reddito degli afroamericani e quello dei bianchi è rimasto costante, anzi è diminuito un po’. La diseguaglianza non si è sanata, ma questo è un falso problema in un sistema come quello americano che non è fondato sull’uguaglianza, ma sulle opportunità di crescita economica per i singoli e per le comunità. Il problema è quanta gente ha il lavoro e quanta non ce l’ha, se chi aveva un’impresa è riuscito a restare in piedi o è fallito. Si può dire: questo non basta, c’è anche un aspetto culturale. Infatti ci sarebbe un discorso da fare sulle scuole, sulla formazione, sull’effettiva integrazione sociale nelle grandi periferie, nelle grandi metropoli dove ancora oggi la gran parte degli afroamericani vive. Se prendiamo il caso di Chicago, governata storicamente dai democratici, è quello di una città dove i quartieri degli afroamericani hanno un tasso di omicidi più alto di quello di Scampia: sono centinaia all’anno, quasi due al giorno. Questa è la conseguenza di una sacca di emarginazione che non si riesce a riassorbire e che dovrebbe trovare soluzione attraverso un’istruzione di alto livello qualitativo sempre accessibile ai meritevoli. Mentre si è cercato di risolvere il tutto con l’affirmative action, che non serve a niente, anzi serve a incancrenire i problemi.

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