«Cancellare Colombo? La storia non c’entra, questa è ideologia. E pure anticristiana»

Intervista alla storica Angela Pellicciari sulla crociata “antirazzista” contro le statue dei grandi del passato: «Altro che giustizia e purificazione della memoria. È così che iniziano i movimenti violenti»

Statua di Cristoforo Colombo abbattuta negli Stati Uniti

La sapete l’ultima sulle rivolte antirazziste in America? Mercoledì scorso la capitale dell’Ohio ha rimosso dalla piazza antistante il suo municipio la statua dedicata a Cristoforo Colombo. Il fatto è che la capitale dell’Ohio si chiama Columbus in onore di Cristoforo Colombo.

Motivazione del gesto? «Per molta gente della nostra comunità», aveva spiegato il sindaco democrat Andrew Ginther prima di passare dalle parole ai fatti, «quella statua rappresenta patriarcato, oppressione e divisione. Tutto ciò non rispecchia la nostra grande città, e noi non vivremo più all’ombra del nostro brutto passato».

A dirla tutta, in realtà quella di Columbus che cancella Colombo non è l’ultima, ma solo la più paradossale. L’ultima in ordine di tempo è stata quella di Baltimora: qui il monumento a Colombo è stata prelevato dal suo piedistallo da un gruppo di manifestanti e gettato nel mare. Non è finita. «Altre statue sono state rovesciate o vandalizzate a Miami, Richmond, St. Paul e Boston dove l’effigie di Colombo è stata decapitata». Senza dimenticare che la crociata politicamente corretta contro il celebre navigatore va avanti da anni in realtà.

Lo scopritore dell’America comunque non è l’unico bersaglio dell’isteria iconoclasta “antirazzista”. «Simboli contestati», scrive la Cnn, «sono stati abbattuti in altre parti del paese. A Portland, Oregon, il mese scorso un gruppo ha tirato giù una statua di George Washington e ne ha dato alle fiamme la testa. A Richmond, Virginia, la folla ha divelto la statua di Jefferson Davis, presidente degli Stati confederati».

Poi ci sono i casi di san Junípero Serra di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi, Churchill a Londra, Montanelli in Italia. Ma il bersaglio preferito dei militanti di Black Lives Matter (o presunti tali) ora sembra essere senz’altro Colombo.

Ne abbiamo chiesto le ragioni – se così si possono chiamare – ad Angela Pellicciari, studiosa molto sensibile alle distorsioni e letture ideologizzate della storia. Autrice di diversi libri dedicati a smitizzare il Risorgimento italiano e a rivelarne l’intento anticattolico, la Pellicciari ha pubblicato recentemente un volume sulla Reconquista della Spagna e la conquista spagnola delle Americhe (Una storia unica. Da Saragozza a Guadalupe, ne abbiamo parlato qui), dove ovviamente la figura di Colombo è centrale. Trattata senza censure né pregiudizi.

Professoressa, da storica cosa pensa di questa cosiddetta “cancel culture”, l’idea di riparare le presunte ingiustizie del presente cancellando il passato?
Penso innanzitutto che bisogna imparare a contestualizzare i fatti del passato. Le categorie che vanno di moda oggi (sarebbe meglio dire il pensiero unico di oggi) sono diverse da quelle di trecento o quattrocento anni fa. E poi per valutare le azioni compiute, occorre guardarle nella loro complessità. Prendiamo proprio Cristoforo Colombo. Non ci sono dubbi che fosse immerso in una mentalità schiavista: nel 1454 era stato addirittura un papa, Niccolò V, a invitare il re del Portogallo a schiavizzare quante più persone possibile non solo tra i saraceni, ma anche tra i pagani. Colombo però fu mandato in America da Isabella di Castiglia che aveva un piano tutt’altro che schiavista.

Dice che il passato va contestualizzato. Ma i sostenitori di Black Lives Matter giustificano le rimozioni dei monumenti sostenendo che nella storia azioni di rimozione della memoria ci sono sempre state. È vero? Ha in mente altri casi?
Ho in mente quello che dice Gesù: voi che costruite i sepolcri dei profeti, siete peggio dei vostri padri che li hanno uccisi. Ora accade l’inverso, ma il monito di Cristo è perfettamente calzante. Rivisitare il passato cancellando le statue dei suoi protagonisti, togliere i loro nomi dalle strade, impedire che se ne parli all’università: sono pretese ideologiche. Non esistono giustificazioni scientifiche. Chiamiamo le cose con il loro nome: qui non si tratta di purificazione della memoria, stiamo assistendo a una rivoluzione.

Una “rivoluzione culturale”?
Speriamo che non si arrivi a tanto.

Insomma quali sarebbero i precedenti evocati dal movimento?
Io non so di azioni simili avvenute nel passato. So però come sono iniziati storicamente tanti movimenti violenti: nascono sempre in nome della giustizia e sfociano in rivoluzione, che è il tentativo di portare se stessi al potere.

È innegabile però che negli Stati Uniti esista un problema di razzismo.
Certo che il problema esiste. Osservo però che queste manifestazioni per i neri sono piene di bianchi. E mi chiedo: c’entra davvero il razzismo? Oppure la lotta al razzismo è una scusa per iniziare un movimento violento, magari sponsorizzato da qualche realtà impegnata politicamente contro la rielezione di Donald Trump a novembre?

Ma qual è la sorgente sotterranea del razzismo americano? C’è qualcosa della sua storia con cui la società americana effettivamente non è riuscita a fare i conti?
Con il peccato! Come tutte le società. E il peccato come si vince? Convertendosi e se mai prendendo su di sé il peccato degli altri. Ripeto: dietro questa storia c’è la rivoluzione, l’idea che alle ingiustizie bisogna rispondere con la rivoluzione. Ma questo porta dal male al peggio, sempre.

Perfino l’autorevole New York Times, con il suo impegnativo 1619 Project, si è messo a riscrivere la storia americana secondo la tesi per cui il paese non fu affatto fondato sulla libertà e gli altri bei valori della Dichiarazione di indipendenza, bensì ultimamente su schiavismo e razzismo. Quanto c’è di vero in questa visione condivisa da molti esponenti di Black Lives Matter?
Beh, che l’America sia stata costruita sulla libertà dei calvinisti e dei massoni contro la libertà di tutti gli altri, questo è vero. La storia degli Stati Uniti è il contrario di quella del Sud America. Isabella di Castiglia volle fin dall’inizio la propagazione della fede tra i popoli indigeni sudamericani, impedendo – impedendo letteralmente – la loro riduzione in schiavitù. Giunse a fare incarcerare Colombo e a togliergli tutto il potere che lei stessa gli aveva affidato proprio per punire il commercio di uomini condotto dal navigatore genovese. Isabella non l’aveva mandato nel nuovo mondo per trafficare persone: lo aveva mandato laggiù – come disposto da papa Alessandro VI con la bolla Inter caetera – ad annunciare il Vangelo. Negli attuali Stati Uniti, invece, dove comandavano i calvinisti, fu il contrario: schiavismo e massacri avvennero davvero. E pensare che sono stati proprio inglesi e americani a inventare la leggenda nera sugli spagnoli sanguinari e imperialisti.

Black Lives Matter sta prendendo piede anche fuori dagli Stati Uniti.
Scusi ma per il Sessantotto come sono andate le cose? Nacque a Berkeley e da lì si diffuse in tutto il mondo. Questa è una nuova edizione.

Ci sono motivi storici che ne giustifichino l’”esportazione”?
No che non ci sono: è una rivoluzione. È ideologia. La giustizia come scusa per dare libero sfogo al peggio che c’è negli uomini. Quando mai chi ha a cuore la giustizia mette a ferro e fuoco le città, brucia le chiese, butta giù i crocifissi, abbatte le statue dei santi come Junípero Serra?

Veniamo all’abbattimento del giorno: la città di Columbus, Ohio, ha rimosso la statua di Colombo che torreggiava davanti al municipio. Ammesso e non concesso che si possa veramente cancellare il passato eliminando una statua, a cosa dovrebbe rinunciare la civiltà americana per poter cancellare Colombo?
Beh, Colombo certamente vuol dire evangelizzazione. Con tutti i suoi limiti e peccati e deviazioni, partecipò all’evangelizzazione del continente, portando avanti con successo un progetto culturale grandioso e rischiosissimo. Per questo mi sembra evidente che oggi siamo davanti a un movimento rivoluzionario anticristiano.

In che senso queste rivolte hanno un fondamento anticristiano?
Io su questo non ho dubbio alcuno. Se vogliamo parlare di razzismo, Elisabetta I sì che commerciava in schiavi: possedeva ben due navi negriere grazie alle quali faceva molti soldi. Un altro che si arricchiva vendendo schiavi era John Locke, per esempio. Perché prendersela proprio con Colombo? Anche lui era uno schiavista, certo, e per questo fu punito; ma nello stesso tempo compì un’impresa enorme favorendo l’evangelizzazione delle popolazioni indie, portandole fuori da un paganesimo di una crudeltà oggi inimmaginabile: alcuni di quei popoli facevano decine di migliaia di vittime ogni anno, estraendo i loro cuori perché il sole potesse nutrirsene. Autentiche barbarie. Per questo penso che le campagne contro Colombo o Junípero Serra siano animate dallo stesso sentimento anticristiano, anche se il secondo fu un santo, il primo molto meno.

Visto che lo ha già nominato due volte, chi era Junípero Serra, il santo francescano preso di mira da Black Lives Matter in quanto “razzista”?
Siamo circa duecento anni dopo Colombo. Carlo III di Borbone era molto meno animato dal desiderio di evangelizzare rispetto a Isabella: se mandò i francescani in America, dopo aver distrutto i gesuiti, fu anche (soprattutto) in funzione dell’aumento del potere della corona spagnola davanti all’avanzata inglese. In ogni caso, questo fra’ Junípero si fece centinaia di chilometri a piedi, o a dorso di mulo, per poter battezzare e cresimare. E non è un caso se al Congresso di Washington una delle due statue che rappresentano la California riproduce proprio questo missionario. Non poteva essere diverso: Junípero Serra fu un grande inventore. Ancora oggi l’unica attrattiva storico-artistica di valore esistente in California è il Camino Real realizzato dal santo francescano: una strada che percorre la costa statale da nord a sud, punteggiata da 21 conventi fortificati. Senza dimenticare certi nomi di città: San Francisco, Los Angeles, Santa Monica, Santa Barbara, San Diego… Figurarsi se Junípero Serra fu un persecutore degli indios. Suvvia, conserviamo un po’ di cervello.

Lei parla di cultura anticristiana, ma l’impressione è che non si salvi nessuno. Nemmeno i generali confederati né i padri fondatori. Qualcuno ipotizza seriamente la demolizione del Monumento nazionale del Monte Rushmore.
Certo che non si salva nessuno: per costruire un mondo nuovo, in cui non ci sono più uomini né donne ma solo desideri che diventano realtà grazie alla tecnica, conviene non avere un passato. Così si potrà “fare tutto nuovo”. È una costante di tutti i progetti rivoluzionari. Lo ha scritto magistralmente François Furet a proposito della Rivoluzione francese: i rivoluzionari puntano al futuro perché il passato non è il loro, mentre nel futuro al centro del mondo ci saranno loro e il loro potere sconfinato. Perché in fondo, stringi stringi, il movente è sempre l’invidia.

L’invidia?
Il paradigma delle rivoluzioni è Eva: l’invidia di Dio, il superamento di ogni limite. La volontà di distruggere il passato è una manifestazione di questo sogno. Senza più passato, saremo liberi di creare il futuro come ci pare. Mi creda, sono stata sessantottina, conosco questi meccanismi.

Ora se ha finito con le domande, le lancio io una provocazione.

Prego.
Augusto Comba scrive in Valdesi e massoneria: «Va detto che dopo aver contribuito con la partecipazione attiva dei suoi uomini, primo fra tutti Garibaldi, al Risorgimento come realtà, dagli anni 1880 in poi la massoneria contribuì a costruirne il mito, quel mito che è simboleggiato dal tricolore. E ciò non solo con i discorsi di Crispi, le poesie di Carducci e Pascoli, i racconti di De Amicis, le statue di Ettore Ferrari, ma anche localmente la toponomastica, la museografia, la monetazione eccetera, insomma i minuti accorgimenti che quel mito hanno stampato durevolmente nella mente degli italiani».

Perché questa citazione?
Per ricordare che la storia la scrivono i vincitori: il passato viene sempre tramandato come conviene alle élite dominanti. Vale anche per il nostro Risorgimento, che fu una mascalzonata organizzata da Inghilterra e Francia per ridurci a colonie per mezzo dei Savoia, ed è stato mitizzato con i metodi descritti dal massone Comba. Per questo le nostre città sono piene di piazze e monumenti a Garibaldi, Mazzini, Cavour. Che facciamo? Li demoliamo tutti?

Non ci vuole una rivoluzione, ci vuole un’educazione.
Ci vuole cultura! Il contrario dell’ideologia che si nasconde dietro parole d’ordine come giustizia, libertà, progresso, uguaglianza. Per smascherare la menzogna, basta osservare come si traducono gli slogan nei fatti: è giustizia vandalizzare una statua o appiccare il fuoco a una chiesa?

Foto Ansa