Bene i 300 milioni alle paritarie, ma la libertà di educazione è lontana

I 300 milioni hanno un valore politico certamente importante, ma non scambiamo l’elemosina per quello che davvero c’è bisogno in Italia

Primo giorno di scuola

L’Italia, fra i paesi sviluppati, è tra i pochissimi, se non l’unico, a richiedere il pagamento di una “penale” a quei genitori che vogliono scegliere la scuola per i loro figli, esercitando così quel potere decisionale che loro compete. Infatti i cittadini italiani sono costretti a pagare il servizio scolastico “cosiddetto pubblico” attraverso le imposizioni fiscali e, contemporaneamente, la retta scolastica se ritengono di scegliere una scuola diversa da quella gestita dallo Stato, risultando così penalizzati dovendo pagare due volte il servizio scolastico cui hanno diritto. Ma ancor più grave la situazione di quei genitori e di quelle famiglie che avendo un reddito basso – o non avendone alcuno – di fatto sono discriminate perché costrette a rinunciare ad esercitare il loro diritto di scelta dell’educazione e della scuola per i propri figli, non potendo pagare una seconda volta quel servizio a cui, in quanto cittadini al pari degli altri, hanno diritto. Questa dello Stato italiano è una condizione illiberale e antidemocratica dal sapore chiaramente truffaldino.

L’art. 30 della Costituzione detta «il dovere e diritto dei genitori a mantenere, istruire ed educare i figli». Questa disposizione va interpretata anche alla luce del compito della Repubblica di eliminare gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 31), il quale si svolge nelle formazioni sociali di cui il singolo è partecipe (art. 2): la formazione sociale originaria in cui ciascun individuo è inserito è «la famiglia». È tempo di uno Stato operatore di “giustizia”! È un profondo disagio che colpisce le famiglie e pervade il mondo dei giovani. Lo stato della scuola dimostra tutti gli anni che ha e che mal si adatta alle trasformazioni che il mondo moderno sta vivendo. Se guardiamo la situazione odierna, ci accorgiamo che il tipo di scuola nato nel dopoguerra è molto diverso dal modello costituzionale.

Intendiamoci: la scuola italiana ha avuto il grande merito di diffondere l’istruzione di base e di favorire la mobilità sociale in un momento in cui l’Italia è diventata una delle potenze industriali del mondo. Tuttavia essa è andata via via allontanandosi da quel modello costituzionale che mantiene ancor oggi una sorprendente validità. Basta esaminare brevemente gli articoli 33 e 34 della Costituzione. L’art. 33 dice che l’arte e la scienza sono libere e libero è il loro esercizio, anche da parte di enti e privati. È questa una visione di scuola pluralistica, in cui libero è l’insegnamento e dove vi è “autonomia” di governo, didattica ed economica. Non è certamente la scuola centralizzata e burocratica, fondata sulla stretta regolamentazione e sulle circolari, impositive e spesso discriminanti. Così come il senza oneri per lo Stato fa a pugni con l’art. 34, il quale, per quanto riguarda il finanziamento, detta la gratuità della scuola dell’obbligo – elementari e medie – e il sostegno agli studenti frequentanti i gradi più elevati dell’istruzione.

Tutto ciò chiama in causa la responsabilità dello Stato, che non può continuare ad essere inadempiente, e fare testo insuperabile quel «senza oneri per lo Stato» mediante una lettura «non più costituzionale». Infatti, lo Stato sociale, oltre a enunciare i diritti fondamentali di libertà ed eguaglianza come garanzie individuali che competono ai singoli se esercitare o meno, si ispira – o comunque dovrebbe ispirarsi – ai valori di laicità e pluralità, garantendo libertà e eguaglianza a tutti i cittadini. Il sistema scolastico si fonda sul principio costituzionale della «libertà di insegnamento», ed è strettamente collegato al «diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero» (art. 21) e al «diritto di professare liberamente la propria identità in qualsiasi forma» (art. 19). La scuola non può dettare un indirizzo politico o ideologico che faccia venire meno la «libertà» individuale dei singoli cittadini, studenti, genitori e insegnanti.

«La discussione su come sostenere di più le paritarie – ha sottolineato l’on. Graziano Delrio sull’Avvenire del 5 luglio 2020 –  ha consentito di riportare al centro dell’interesse e dell’attenzione la insostituibile funzione di questi istituti che sono presidio della libertà di scelta educativa. La straordinaria opera sociale e culturale che questa scuola ha iscritta nella propria missione non va persa di vista: una nazione che sa mettere a valore la ricchezza di opportunità e di scelte che fioriscono al proprio interno è sicuramente una nazione più forte, inclusiva, aperta alle novità e al futuro. Nel dibattito pubblico, varrà la pena riflettere sui troppi silenzi di questi mesi, e sul valore della scuola, come se non fosse la grande infrastruttura su cui far rinascere il Paese, come se le scuole di ogni ordine e grado, le scuole pubbliche di ogni tipo, statali e paritarie, non giochino un ruolo determinante, non solo per l’acquisizione dei saperi formali, ma per l’acquisizione dei valori su cui si fonda la nostra comunità».

Intenti lodevoli che speriamo siano celermente attivati. Ci auguriamo solo che non restino lettera morta. Non ci fidiamo più delle promesse: non sarebbe la prima volta che le famiglie e i loro diritti vengono ignorati, trascurando il loro ruolo sociale ed economico nella comunità. La concentrazione del potere spesso, troppo spesso, ha negato al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere e attuare la sua volontà. Non sarebbe la prima volta che il cittadino viene ammansito con informazioni distorte, con una giustizia inquinata, con una scuola paralizzata.

Certo: è di questi giorni il riconoscimento per le scuole paritarie della somma di 300 milioni, dopo una lunga trattativa dovuta all’impegno di alcuni parlamentari e alla presa di posizione di dirigenti scolastici e associativi, e, non va taciuta, la presentazione di una petizione al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio, da parte dell’Agesc lombarda, con oltre trentamila firme di richiesta di aiuto alle scuole paritarie messe in grave difficoltà dalla “pandemia”. Trecento milioni – la cui distribuzione vede 180 milioni alla scuola dell’infanzia, e 120 milioni alle scuole di grado superiore, dalle elementari ai licei – che hanno un valore politico certamente importante, ma che, tuttavia, sono poca cosa, ancora insufficienti, una elemosina erogata in virtù del momento particolare. Tuttavia restano ancora troppe dimenticanze e preclusioni discriminanti al vero sostegno della libertà di educazione. Come ebbe a osservare la vicepresidente del Forum delle associazioni familiari, Maria Grazia Colombo, urge risolvere definitivamente la discriminazione, articolando uno strumento legislativo certo e serio teso al concreto finanziamento delle paritarie dopo l’emergenza Covid-19.

«Non è più possibile eludere il problema di uno Stato che si assume il compito dell’organizzazione e della gestione della scuola. Esistono ancora le ragioni che portarono al monopolio o quasi monopolio statale dell’istruzione? Dove stanno motivazioni convincenti contro una scuola libera finanziariamente penalizzata da una “impar condicio”? Un cittadino è  libero di scegliere la località ove trascorrere le vacanze; è libero di abbracciare o meno questa o quella fede religiosa o nessuna fede; è libero di iscriversi a questo o a quel partito politico, è libero di cambiare partito. E perché mai, invece, un padre di famiglia non deve essere libero di scegliere gli insegnanti dei propri figli? Perché non dovrebbe essere libero di scegliere una scuola con un certo programma invece che con un altro? Lo Stato ha diritto di imporre, in regime di quasi monopolio, insegnanti e programmi? Sull’educazione di intere generazioni lasciamo decidere lo Stato, cioè un gruppetto di individui, fallibili come noi e meno interessati di noi all’educazione dei nostri figli, e in genere più interessati a difendere “linee” di partito o questioni di varie categorie. Ci scandalizzeremmo se una legge di Stato imponesse un solo giornale sull’intero suolo nazionale, un giornale di Stato; e perché mai dovremmo allora essere soddisfatti con un solo tipo di scuola, la scuola di Stato? Le diversità – di visione del mondo, di valori scelti, di proposte politiche, di modi di vita – sono l’essenza di una società aperta. La negazione delle diversità è pericolosa per la società, e non la sua aperta, leale e tollerante affermazione. Il soffocamento delle diversità è la prima causa della sua violenta esplosione». (Dario Antiseri – Lettera sulla scuola a studenti, genitori e insegnanti, ed. SEI Torino).

Non è improprio e riduttivo impostare il tema dell’educazione libera in termini economici e normativi, perennemente impegnati a sollecitare dallo Stato ciò che doverosamente dovrebbe riconoscere per giustizia.  La libertà non è qualcosa di residuale, non è un bisogno primario per l’individuo e secondario per la società. Essa rimane sempre al primo posto: consentire la scelta e l’autonomia di giudizio agli individui significa infatti arricchire contestualmente gli altri con i risultati a cui provengono le esplorazioni di ciascuno. «Significa la possibilità e la capacità di dire e di conoscere altro, che qualcosa d’altro possa nascere, che possa esprimersi, che non sia quella decisa dallo Stato» (Luigi Giussani).

Foto Ansa