L’arresto del rapitore di Huma. Qualcosa si muove in Pakistan

Prime azioni giudiziarie contro gli aguzzini delle spose-bambine. Frutto di manifestazioni di popolo e di coraggiosi avvocati e vescovi che muovono anche il governo

«Il tribunale di Karachi oggi ha chiesto l’arresto di Abdul Jabbar, rapitore della minorenne cristiana Huma Younus. Il reato non prevede libertà su cauzione». È il 7 gennaio quando Aiuto alla Chiesa che Soffre annuncia la svolta nella vicenda giudiziaria della quattordicenne rapita il 10 ottobre scorso da tre uomini, sposata a forza a uno di loro e convertita all’islam, auspicando che «sia fatta giustizia e che anche in Italia si parli di queste “spose-bambine”». 

Qualcosa di importante sta accadendo finalmente in Pakistan, grazie alle campagne, petizioni e raccolte fondi per riaprire le indagini e sostenere le spese legali delle famiglie lanciate soprattutto dalla fondazione pontificia in difesa delle oltre mille giovani ragazzine, cristiane e non, che ogni anno cadono nelle mani di una vera e propria “mafia” pakistana che coinvolge imam, magistrati, poliziotti corrotti. Una cricca di ricchi possidenti ed estremisti che sempre ha avuto la meglio sulla legge della Repubblica, che dal 2013 vieta le conversioni forzate e i matrimoni sotto i 16 anni, classificando come stupro ogni rapporto al di sotto di questa età, mentre le corti islamiche ammettono il matrimonio fin dal primo ciclo mestruale.

LE MANIFESTAZIONI IN PIAZZA E IL CORAGGIO DEGLI AVVOCATI

Tuttavia in questi ultimi mesi le tragiche storie di Huma, Maira, Sadaf, Neha, e soprattutto quella della piccola Arzoo che ha portato leader cattolici, gruppi per i diritti umani e molti esponenti della società civile a scendere in piazza a Karachi, Lahore, Hyderabad, Faisalabad, e circa 400 persone, tra cristiani, indù, sikh, laici, a riunirsi nella cattedrale di San Patrizio a Karachi per rispondere all’appello del cardinale Joseph Coutts per chiedere un processo equo e giustizia alle autorità del Sindh, hanno varcato i confini del Pakistan. Un movimento di popolo unito agli sforzi per attirare l’attenzione internazionale sulle spose-bambine e le pressioni subite dalle famiglie dai coraggiosi legali delle ragazze, prima fra tutti Tabassum Yousaf, avvocato dell’Alta Corte del Sindh cattolica e madre di due figli, che si è assunta la difesa dei genitori di Huma ricevendo minacce da parte dei seguaci di Jabbar servendosi della legge anti-blasfemia: «Non è raro che ciò avvenga – spiegava ad Acs Yousaf che ha già seguito pro bono molti altri casi di conversioni e matrimoni forzati -. Gli aggressori musulmani dicono a genitori e avvocati: “Se non smettete di cercare vostra figlia, strappiamo delle pagine del Corano, le mettiamo davanti casa vostra e diciamo che avete profanato il libro sacro”».

I CASI ANCORA APERTI DI MAIRA E ARZOO

In queste ore vive nascosta la famiglia di Maira Shahbaz, la ragazzina rapita, violentata, filmata, costretta ad abiurare e sposare a forza il suo aguzzino sulla cui testa pende ora un’accusa di pedofilia e che ha sobillato i musulmani a bussare ad ogni porta per rintracciare la famiglia sostenendo che Maria è colpevole di apostasia, un atto di tradimento meritevole di morte, legittimato come delitto d’onore. Non sappiamo quale destino attenda la rgazzina o Arzoo, strappata al rapitore dai giudici (costretti dalle pressioni di manifestanti e del partito popolare pachistano rivedere il caso e annullare la precedente sentenza che aveva abbandonato la tredicenne in pasto al suo aguzzino) ma ancora reclusa in una casa di accoglienza lontana dalla famiglia. Sappiamo però che grazie al sostegno e alla rivolta di popolo e società civile qualcosa sta succedendo in Pakistan. Che la revisione del “caso Arzoo” e dell’arresto di Jabbar rappresentano un attesissimo precedente in Pakistan: per la prima volta, viene osata un’azione giudiziaria contro chi ha rapito e costretto a nozze forzate una bambina, falsificando documenti anagrafici e certificati di matrimonio, contro complici e chiunque abbia partecipato al piano criminale.

I PASSI AVANTI DEL GOVERNO

Lo scorso anno un nuovo disegno, il “Minority Rights Protection Bill, 2020” introdotto dal senatore Javed Abbasi, coraggioso membro della Lega musulmana del Pakistan, volto a criminalizzare conversioni e nozze forzate veniva respinto dalla Commissione per gli affari religiosi del Senato. Ma qualcosa sembra muoversi anche qui. Parlando a Fides il Vescovo Samson Shukardin, vescovo di Hyderabad e nuovo presidente della Commissione nazionale cattolica per la Giustizia e la Pace, ha lodato la nuova iniziativa lanciata da Hafiz Tahir Mehmood Ashrafi, capo del Pakistan Ulema Council, e consigliere speciale del primo ministro Imran Khan. Il leader islamico si è appellato a tutti i pachistani non musulmani annunciando l’istituzione di un’apposita divisione in seno all’Ufficio del Governo per l’Armonia Interreligiosa, dedicata specificamente ad affrontare la piaga dei matrimoni e delle conversioni forzate nonché quella dell’abuso della legge sulla blasfemia. Negli ultimi due mesi «abbiamo salvato 101 pakistani non musulmani da false accuse» ha spiegato Hafiz Tahir Mehmood Ashrafi che il 5 dicembre scorso ha salvato da una condanna per blasfemia sei netturbini cristiani, ingiustamente accusati di aver gettato pochi giorni prima nella spazzatura opuscoli contenenti il nome del profeta Maometto. Dopo una rapida inchiesta il consiglio degli Ulema, appurato che tutti e sei gli uomini erano analfabeti e quindi innocenti, li aveva “restituiti” alle loro famiglie.

«SIAMO CITTADINI PACHISTANI, SIA LO STATO A TUTELARCI»

Pochi passi, forse non decisivi ma sicuramente nella direzione giusta: nessun crimine e persecuzione ai danni delle minoranze sarà mai perseguibile ed evitabile in Pakistan finché verrà affrontato sul solo piano religioso. A partire dalla piaga delle spose bambine: come ha ricordato durante l’incontro organizzato dalla Commissione Giustizia e Pace presso la cattedrale di San Patrizio a Karachi il cardinale Joseph Coutts: «Siamo cittadini pakistani e la legge è la stessa per ogni cittadino pakistano; è responsabilità dello Stato garantire giustizia ai propri cittadini. Va affrontato il tema dei rapimenti, delle conversioni forzate e dei matrimoni forzati sulla base dei diritti umani fondamentali, piuttosto che farne una questione religiosa. È responsabilità dello Stato fornire protezione, garantire giustizia a ogni cittadino, senza distinzione di credo, cultura, etnia e classe sociale». 

Foto Ansa