La sentenza che libera Arzoo non la riporta a casa

L’Alta Corte processerà secondo legge rapitore e complici della tredicenne cattolica. Ma non risolve il tema delle conversioni forzate e della custodia dei minori in Pakistan

Foto dalla pagina Facebook Justice for Arzoo Raja

Un passo avanti, in attesa della Corte Suprema: il matrimonio della piccola Arzoo Raja è stato invalidato, il suo aguzzino dovrà rispondere di stupro di una minorenne, crimine punibile con la reclusione a vita o la condanna a morte. Tuttavia Arzoo non tornerà da mamma e papà: l’Alta Corte del Sindh, che ha accettato di rivedere il caso annullando una sua precedente sentenza, ha stabilito infatti che la tredicenne non tornerà a casa. Dovrà crescere in un centro di accoglienza che provvederà alla sua istruzione fino alla maggiore età e qui dovrà restare se i suoi genitori non riusciranno a ottenere la sua custodia dai giudici della Corte Suprema.

IL LAVAGGIO DEL CERVELLO DEI RAPITORI

Indubbiamente la sentenza rappresenta un attesissimo precedente in Pakistan: per la prima volta viene intrapresa un’azione giudiziaria collettiva contro chi ha rapito e costretto a nozze forzate una bambina, falsificando documenti anagrafici e certificati di matrimonio, contro complici e chiunque abbia partecipato al piano criminale, «il tribunale ha ordinato di accusarli tutti ai sensi della legge» ha commentato l’avvocato Jibran Nasir. Tuttavia i giudici non osano un passo in più, considerando «il brutale trauma inferto a una bambina rapita, costretta ad abiurare e sposare l’uomo che l’ha violentata». Così gli attivisti dei diritti umani di Karachi, alle prese con il «lavaggio del cervello», lo stesso più volte denunciato dal legale dei genitori di Arzoo, a cui i rapitori musulmani costringono le loro vittime. Non è la prima volta: spesso le bambine, terrorizzate dal contraddire i giudici e dalle ritorsioni e conseguenze sulle famiglie d’origine minacciate dagli aguzzini, arrivano a negare di essere state rapite o forzatamente costrette ad abiurare e sposarsi.

LA VERSIONE DELL’AGUZZINO

È quello che è successo ad Arzoo. La piccola cristiana aveva già assistito a un verdetto dei giudici dopo il suo rapimento, avvenuto il 13 ottobre scorso, mentre giocava fuori dalla sua casa a Karachi, davanti alla parrocchia di Sant’Antonio. Nonostante l’immediata denuncia dei genitori e le suppliche alle forze dell’ordine di ricondurre a casa la loro bambina, l’Alta corte del Sindh aveva deciso di credere alle dichiarazioni del rapitore. L’uomo, Ali Azhar, un musulmano di 44 anni, aveva infatti presentato un documento su cui scritto che Arzoo aveva 18 anni, affermando che “liberamente” si era convertita all’islam e “liberamente” aveva deciso di sposarlo. Nonostante i genitori avessero provato il contrario, attestando che la piccola aveva solo 13 anni, ricordando che il matrimonio di minori in Pakistan è illegale e il rapimento punibile con la morte, i giudici avevano ordinato di chiudere le indagini e lasciare Arzoo in pasto al rapitore.

Ma la sentenza, così come le lacrime della mamma di Arzoo versate fino allo svenimento durante la prima udienza, questa volta non erano passate inosservate. Un intero popolo da Karachi a Lahore, da Hyderabad a Faisalabad si era riversato in piazza, centinaia di persone, tra cristiani, indù, sikh, laici, esponenti della società civile avevano alzato la voce, rispondendo all’appello di vescovi e politici contro l’ennesimo caso della sposa bambina invocando l’applicazione della legge contro i matrimoni sui minori (il Child Marriages Restraint Act), dal 2013 “in vigore” in Pakistan.

IL DIETROFRONT DEI GIUDICI

Così i giudici avevano fatto marcia indietro. Rovesciando le colpe sui poliziotti «per non aver seguito gli ordini dati riguardo alla protezione della minore», avevano ordinato loro di riprendere le indagini e portare Arzoo in attesa di un nuovo verdetto alla Darul Aman, “il rifugio delle donne”. Impossibile per la piccola fare i conti con il peso di una nuova udienza destinata a fare la storia in Pakistan da sola e lontana da casa. Chiamata a deporre il 5 novembre davanti ai giudici Arzoo aveva confermato la versione dei rapitori, negando la sua vera età e pregandoli di lasciarla tornare dal “marito”. Ma nemmeno i giudici potevano credere alle sue dichiarazioni terrorizzate: incaricata una commissione medica indipendente di valutare l’età effettiva della ragazzina l’Alta Corte ha deliberato che le surreali richieste di Azhar di ottenere la custodia della bambina e le sue accuse ai genitori di avergliela portata via fossero da rigettare e che il rapitore e complici dovessero essere giudicati secondo la legge a tutela dei minori (secondo il codice penale un matrimonio infantile consumato equivale a violenza sessuale).

LA LEGGE E IL DIRITTO ISLAMICO

I giudici non si sono addentrati negli aspetti religiosi e dell’abiura, «L’Alta Corte di Lahore in una sentenza del 2019 aveva affermato che “poiché la questione della fede era una questione di cuore e di convinzione, nessun tribunale può dichiarare la conversione di un minore non valida o nulla”», ha spiegato l’avvocato Nasir, aggiungendo che pronunciamenti del genere avvengono solo in casi di controversie sulle successioni. Tuttavia la produzione di un certificato di conversione all’islam rappresenta un aspetto centrale nel caso di Arzoo e di migliaia di ragazzine cristiane, come Huma e Maira, costrette a sposarsi: se in Pakistan l’età minima per sposarsi è 18 anni, le corti islamiche ammettono il matrimonio fin dal primo ciclo mestruale.

C’è poi la paura: i giudici hanno dichiarato che quando le è stato chiesto se desiderava tornare con i suoi genitori o alla casa di accoglienza prima del nuovo verdetto, Arzoo non ha optato per la prima ipotesi. Assecondarla, per l’attivista Qayyum Bahadur, è stato un errore: «Il tribunale avrebbe dovuto considerare che Arzoo è una minorenne che ha subito un trauma violento ed è sotto pressione dopo il rapimento, la conversione forzata e il matrimonio con l’uomo che l’ha violentata. Inoltre nella casa d’accoglienza resterà facilmente in balìa delle minacce dei familiari dell’accusato e di fanatici islamisti che continueranno a influenzarla rendendole impossibile tornare alla sua famiglia e alla fede cristiana».

LA CUSTODIA DI ARZOO

Secondo l’attivista, visto il peso nazionale e la risonanza che sta avendo il suo caso in tutto il Pakistan, «il tribunale deve riportarla e affidarla ai suoi genitori». Al pari del rapitore alla mamma e al papà di Arzoo è vietato infatti avvicinare la figlia. Tuttavia, hanno spiegato preoccupati ai media, la ragazzina riceve visite regolari di donne che non fanno parte della famiglia e che con la scusa di occuparsi della sua educazione hanno provato a far firmare loro documenti incomprensibili per cedere a loro la custodia della bambina. In una inquietante registrazione audio riportata da un media locale, una di loro – che ha dichiarato di essere stata autorizzata dal governo ad incontrare la bambina – spiega ad Arzoo cosa deve dire alla corte per andare a vivere con lei e sottrarsi alle torture che le infliggerebbero i genitori.

Foto Ansa