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L’annus horribilis dei regimi non è l’età dell’oro della democrazia

dicembre 25, 2011 Leone Grotti

I dittatori di Tunisia, Egitto, Myanmar, Libia, Yemen e Corea del Nord sono caduti nel 2011 in modi e tempi diversi. Senza parlare dell’uccisione di Osama Bin Laden. Ma il manifestante globale lodato dal Time, dopo aver tagliato la testa al regime, non ha portato alla pace e alla democrazia

Zine El-Abidine Ben Ali, Hosni Mubarak, Than Swe, Muammar Gheddafi, Ali Abdullah Saleh e Kim Jong-il. Il 2011 è stato l’annus horribilis dei regimi: Tunisia, Egitto, Myanmar, Libia, Yemen e Corea del Nord hanno perso i rispettivi dittatori, senza contare l’uccisione di Osama Bin Laden, leader dell’organizzazione terroristica al Qaida. La perdita dei rispettivi raìs – cacciati, uccisi, deceduti o dimissionari – non ha portato però la pace in nessuno di questi paesi, il manifestante tanto invocato dal Time è riuscito a tagliare la testa ma non a purificare il corpo.

Il primo a cadere, dopo 23 anni al potere, è stato Ben Ali, costretto a fuggire all’estero il 14 gennaio in seguito alle continue rivolte del popolo tunisino, che ha dato il via alla cosiddetta “primavera araba”. Le elezioni parlamentari di ottobre, vinte dagli islamisti di Ennahdha, sono arrivate solo dopo mesi di ulteriori rivolte per i continui abusi della polizia e dell’esercito, che continuano a giocare un ruolo di primo piano nel paese. Dopo la Tunisia, cade l’Egitto: Mubarak, dopo 30 di governo, è costretto a dimettersi per le proteste di piazza Tahrir l’11 febbraio. In attesa di essere processato, si trova nella sua residenza di Sharm el-Sheik. Al posto del rais non si è però insediato un governo civile, il potere è tuttora saldamente in mano al Consiglio supremo delle Forze armate e gli scontri con la popolazione continuano ad avere luogo al Cairo e in altre città, causando decine di vittime e centinaia di feriti. Le prime elezioni parlamentari libere, che si stanno svolgendo in questi giorni, hanno finora assegnato la maggioranza ai Fratelli Musulmani e al gruppo integralista islamico salafita.


Il 30 marzo è Than Swe a cedere il potere a Thein Sein, dopo avere dominato il Myanmar dal 1992. Ma il passaggio da un governo militare a un governo civile dominato dai militari non ha cambiato granché nell’ex Birmania, che si ritrova ancora a dover fare i conti con un regime liberticida a tutti gli effetti.

Il 2 maggio, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, annuncia al mondo intero che il re dei terroristi, Osama Bin Laden, leader di al Qaida e principale organizzatore dell’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, è stato scoperto e ucciso ad Abbottabad, in Pakistan, da un gruppo di Navy Seal, le forze speciali della marina statunitense. Il cadavere non è mai stato mostrato ma i primi dubbi sulla sua reale morte sono stati fugati dalle dichiarazioni del successore, Ayman al-Zawahiri, che ne ha confermato l’uccisione. Simile alla sorte di Bin Laden, quella di Muammar Gheddafi, braccato e infine ucciso, invece che dagli Stati Uniti, dai ribelli di Bengasi con la direzione e il fondamentale aiuto della Nato. Questa, rispetto al mandato dell’Onu, “difendere i civili”, si è allargata un po’ e dopo avere aperto la strada ai ribelli per la conquista delle roccaforti del rais a suon di bombardamenti, ha finito per colpire con un areo il veicolo con cui Gheddafi da Sirte stava scappando per sfuggire ai rivoluzionari. Quando i ribelli lo hanno trovato, il 20 ottobre, gli hanno sparato un colpo in testa, mettendo fine a 42 anni di dominio sul paese. Ora diversi rapporti delle organizzazioni per i diritti umani continuano a parlare delle esecuzioni sommarie e delle carcerazioni senza processo operate dai ragazzi di Bengasi, che assicurano di volere instaurare la Sharia.

A novembre rassegna le dimissioni il dittatore dello Yemen, Saleh. Dopo essere stato ferito durante una delle tante rivolte popolari che hanno infiammato fin dall’inizio dell’anno il suo paese, cede il potere al vicepresidente Rabbuh Mansur dopo 33 anni, il 23 novembre. Un gesto che ha tutt’altro che spento le rivolte della gente. Ma non finisce qui, perché alle porte del 2012, il 19 dicembre, arriva la notizia che il 17, in seguito ad attacco di cuore, è morto a 69 anni Kim Jong-il, il “caro leader” della Corea del Nord. Il figlio di Kim Il-sung dominava la Corea comunista dal 1994 e durante il suo “regno”, in 17 anni, più di due milioni di persone sono morte per fame e oltre 300 mila sono cadute nei gulag. Ma lo scettro del potere non è certo tornato al popolo: si è fermato nelle mani del terzogenito 28enne Kim Jong-un. Il “grande successore” non ha certo la fama di essere un riformatore, ma dopo un 2011 così, chi si sente di escludere alcunché?

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