Che lezione deve imparare l’Australia dal caso Pell (ma la imparerà?)

Il commento di George Weigel dopo l’assoluzione del cardinale ex “numero tre del Vaticano”. «È in gioco la stessa democrazia. Non mancheranno altri attacchi»

Il cardinale George Pell in auto dopo l'assoluzione e la liberazione dal carcere

Per gentile concessione del The Catholic World Report e dell’autore, proponiamo di seguito in una nostra traduzione il commento di George Weigel alla notizia dell’assoluzione del cardinale George Pell dall’accusa di abusi sessuali su minore, apparso lunedì 6 aprile nel sito del magazine online. La versione originale inglese dell’articolo è disponibile in questa pagina.

George Weigel, autore di questo intervento, è biografo di san Giovanni Paolo II e Distinguished Senior Fellow presso l’Ethics and Public Policy Center di Washington, dove è titolare della cattedra William E. Simon in Studi cattolici. Fin dall’inizio del processo contro il cardinale australiano, ha sempre difeso Pell, del quale è amico personale, parlando di «caccia alle streghe». Un anno fa, dopo la condanna in primo grado dell’ex “numero tre” del Vaticano, Weigel ha firmato per Tempi una approfondita ricostruzione critica del caso.

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La decisione unanime dell’Alta Corte australiana di annullare il verdetto di colpevolezza ed emettere un verdetto di proscioglimento nel caso “Pell contro la Regina” ribalta sia l’incomprensibile condanna in primo grado del cardinale George Pell per l’accusa di “abuso sessuale storico”, sia l’altrettanto sconcertante conferma di tale sentenza sbagliata da parte di due dei tre membri di una Corte di appello dello Stato di Victoria nell’agosto scorso.

La decisione dell’Alta Corte libera un uomo innocente dall’ingiusta incarcerazione a cui è stato sottoposto, lo restituisce ai suoi familiari e amici e gli permette di riprendere il suo importante lavoro nella e per la Chiesa cattolica. La decisione inoltre avvia il processo di ricostruzione della fiducia internazionale nel sistema penale dell’Australia, gravemente compromessa dal caso Pell – e tuttavia resta ancora una grande opera di riparazione da fare su questo fronte, soprattutto nello Stato di Victoria, Ground Zero della caccia alla strega Pell, infuriata per anni e culminata in questa vicenda ignobile.

Chi ha studiato da vicino il processo “Pell contro la Regina” sapeva da tempo che questo caso non avrebbe mai dovuto arrivare in tribunale. L’indagine della polizia che ha portato a formulare le accuse contro il cardinale era stata condotta in modo sospetto, per non dire squallido. All’udienza preliminare (committal hearing, l’equivalente di un procedimento davanti a un gran giurì) il magistrato è stato sottoposto a intense pressioni per portare a processo una serie di accuse che lei stessa sapeva essere assai deboli.

Una volta che il caso è giunto in aula, la pubblica accusa non ha prodotto alcuna prova che i crimini addebitati all’imputato fossero mai stati commessi, e ha basato la sua argomentazione esclusivamente sulla testimonianza dell’accusatore – testimonianza che nel tempo si è rivelata contraddittoria e profondamente viziata. Non c’erano prove fisiche né testimoni ad avvalorare le imputazioni. Al contrario, tutti quelli che avevano un ruolo presso la cattedrale di Melbourne all’epoca dei presunti reati (circa vent’anni fa) hanno ribadito sotto giuramento e durante l’interrogatorio incrociato che era impossibile che gli eventi si fossero svolti come denunciava l’accusatore – e non tornavano né le tempistiche utilizzate dalla procura per ricostruire il presunto abuso né la descrizione della sacrestia (dove i crimini sarebbero stati commessi) fornita dall’accusatore.

Queste ampie testimonianze a discolpa del cardinale non sono mai state davvero scalfite dalla pubblica accusa. Per di più, l’assoluta impossibilità che quanto veniva denunciato avesse realmente avuto luogo è stata successivamente confermata da osservatori e commentatori imparziali, compresi quelli che in precedenza non avevano avuto alcun briefing con il cardinale Pell (e uno di loro ne era stato un critico severo).

Anche le modalità in cui si è svolto il processo “Pell contro la Regina” hanno sollevato pesanti dubbi sul rispetto da parte delle autorità dello Stato di Victoria di cardini fondamentali del diritto penale anglosassone come la presunzione di innocenza e l’onere di provare l’accusa “oltre ogni ragionevole dubbio”.

In proposito, Mark Weinberg, il giudice dissenziente del processo di appello dell’estate scorsa, eviscerando la decisione dei colleghi di confermare la condanna del cardinale Pell, ha sollevato un’obiezione giurisprudenziale cruciale: rendendo la credibilità dell’accusatore il nocciolo della questione, tanto la pubblica accusa quanto i colleghi di corte d’appello di Weinberg hanno reso impossibile qualunque tipo di difesa. Per via di questo criterio della credibilità, non era più richiesta alcuna prova effettiva del crimine, né una convalida delle accuse; contava solo il fatto che l’accusatore apparisse sincero. Ma secondo la secolare tradizione del common law, questa non poteva essere una seria motivazione giudiziale. Era un esercizio di opinione, di sentimento perfino, e non aveva senso che fosse l’elemento decisivo nella condanna di un uomo per un crimine vile e nel privarlo della sua reputazione e della sua libertà.

(Se l’Alta Corte avesse confermato una condanna su queste basi, sarebbe sorto il dubbio che qualunque religioso cattolico, o meglio chiunque, accusato di abusi sessuali da un accusatore “credibile” potesse mai avere garanzia di un giusto processo in Australia. Poiché in forza di questo criterio della credibilità, qualunque imputato è condannato prima facie come colpevole).

Una volta che le straordinarie 200 pagine dell’opinione dissenziente del giudice Weinberg sono state digerite in Australia da giuristi e avvocati esperti, e una volta che la fine del silenzio stampa imposto sul processo ha svelato la fragilità delle tesi della procura, si è avvertita una marea crescente di preoccupazioni tra le persone di buonsenso, convinte che si stesse perpetrando una grave ingiustizia – e questo anche a migliaia di chilometri da Melbourne.

Può essere che tale preoccupazione si sia riflessa nella decisione dell’Alta Corte, supremo organo giudiziario dell’Australia, di accettare un ulteriore appello (che avrebbe potuto non essere garantito). Analoghe preoccupazioni sono emerse nel duro terzo grado imposto al procuratore capo della Corona durante l’appello del cardinale all’Alta Corte nel marzo scorso. In quei due giorni si è chiarito, di nuovo, che le tesi della procura non avrebbero soddisfatto il requisito della colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio; che la giuria del secondo processo contro il cardinale (che si è tenuto per la mancata unanimità della giuria nel primo) aveva prodotto un verdetto rischioso e in definitiva insostenibile; e che i due giudici della Suprema corte dello Stato di Victoria che avevano confermato la condanna (uno dei quali non aveva alcuna esperienza di giustizia penale) avevano commesso gravi errori che il loro collega, il giudice Weinberg, aveva colto nella sua opionione dissenziente.

La decisione dell’Alta Corte di prosciogliere il cardinale Pell e rimetterlo in libertà è dunque giusta e attesa. La questione di come tutto ciò sia potuto innanzitutto accadere deve ancora essere valutata, comunque. Ed è imperativo per il futuro del sistema di giustizia penale australiano, e per il futuro della stessa democrazia del paese, che abbia luogo un serio esame di coscienza seguito da una pubblica presa di posizione.

Come ho già scritto, il clima di aggressione che ha avvolto il cardinale Pell, soprattutto nello Stato di Victoria, suo paese natale, era analogo all’atmosfera velenosa che pervase l’affair Dreyfus nella Francia della fine del XIX secolo. Nel 1894, una politica rozza e antichi regolamenti di conti, autorità corrotte, una stampa rabbiosa e un grossolano pregiudizio religioso si sono messi insieme per colpire un innocente militare dell’esercito francese di origini ebraiche, il capitano Alfred Dreyfus, accusandolo di alto tradimento, e condannandolo all’inferno dell’Isola del Diavolo.

La Melbourne Assessment Prison e la Her Majesty’s Prison Barwon, i due istituti nei quali è stato incarcerato George Pell, non sono certo l’Isola del Diabolo. Ma molti degli stessi elementi che portarono alla condanna sbagliata di Alfred Dreyfus hanno avuto un ruolo anche nella putrida atmosfera che ha regnato nello Stato di Victoria negli ultimi quattro anni di caccia alla strega Pell. La polizia, già sotto esame per incompetenza e corruzione, è andata in cerca di “prove” di crimini che nessuno aveva denunciato; e stando a certe ricostruzioni, vedeva nella persecuzione di George Pell come un mezzo utile per distogliere l’attenzione dai suoi stessi problemi (per dirla in modo gentile).

Con poche lodevoli eccezioni, la stampa locale e nazionale invocava il sangue del cardinale. Qualcuno ha finanziato i cartelli contro Pell stampati in tipografia ed esposti dalla folla che circondava il tribunale in cui si stava svolgendo il processo. E l’Australian Broadcasting Corporation – un’istituzione pubblica pagata dai contribuenti – si è prodotta nella peggior propaganda anticattolica e ha trasmesso una raffica di notizie diffamatorie nei confronti del cardinale Pell (anche recentissimamente in una serie concomitante con le decisioni dell’Alta Corte).

Immaginare che in queste febbrili circostanze potesse essere selezionata una giuria imparziale significa immaginare tanto – forse immaginare l’impossibile. Eppure la legge in vigore nello Stato di Victoria non consentiva al cardinale di chiedere un processo con un giudice unico. Così quello che si sarebbe potuto prefigurare come un sobrio procedimento penale ha finito per assumere i toni di un lento assassinio politico con mezzi giudiziari.

E non si fa fatica a immaginare che questa fosse da subito l’intenzione di alcune delle persone coinvolte nella persecuzione di George Pell.

La politica in democrazia è uno sport di contatto e in Australia più che in qualunque altro posto. La frenetica follia che ha avvolto George Pell non è stata segno di una solida democrazia sostenuta da una vivace cultura morale; ha rivelato qualcosa di più primitivo e assai più pericoloso. Dunque l’Alta Corte ha sferrato un colpo a favore della decenza e della rinascita democratica, così come della giustizia, consentendo al cadinale Pell di fare appello ed emettendo un verdetto di prosciogliemento. La decisione dell’AltaCorte non cambierà le idee degli odiatori patologici di Pell, il cui nome è legione. E si può tranquillamente scommettere che arriveranno altri attacchi alla figura del cardinale. Forse però la decisione dell’Alta Corte incoraggerà il parlamento australiano a fare un passo ulteriore verso il rinnovamento democratico e a esaminare lo stato della polizia e il sistema di giustizia penale nello Stato di Victoria – e a indagare sul motivo per cui la rete pubblica di proprietà del governo può permettersi di partecipare alla diffamazione di una personalità con i soldi dei contribuenti.

Lungo tutto questo calvario, il cardinale George Pell è stato un esempio di sopportazione e di temperamento sacerdotale. Sapendo di essere innocente, è rimasto libero anche in carcere. E ha impiegato utilmente quel tempo – «un ritiro prolungato», come lo chiamava lui – consolando i suoi molti amici sparsi in tutto il mondo e intensificando una vita già robusta di preghiera, studio e scrittura. Adesso che finalmente può di nuovo celebrare Messa, non ho dubbi che includerà fra le sue intenzioni la conversione dei suoi persecutori e il rinnovamento della giustizia nel paese che ama.

Come cittadino del Vaticano, il cardinale Pell non era tenuto ad abbandonare il suo lavoro a Roma per ritornare in Australia a farsi processare. Tuttavia il pensiero di appellarsi alla sua immunità diplomatica non gli è mai passato per la testa. Perché era determinato a difendere il suo onore e quello della Chiesa australiana, che per anni aveva guidato nell’affrontare i reati e i peccati di abuso sessuale (e in molti altri modi). George Pell ha scomesso sull’essenziale lealtà dei suoi compatrioti. La decisione dell’Alta Corte lo ha ripagato, finalmente. L’accoglienza di questa sentenza ci dirà se tutto ciò ha insegnato qualcosa ai media australiani e alla gente.

Foto Ansa