Pedofilia. Le voci sulla condanna del cardinale Pell in un clima da «caccia alle streghe»

«Il numero 3 del Vaticano» sarebbe stato trovato colpevole di abusi sessuali su minori. Ma i dubbi sull’equità del processo contro di lui abbondano

Il cardinale George Pell

Secondo indiscrezioni avvalorate da più organi di stampa (vedi Vatican Insider, per fare un esempio italiano), martedì 11 dicembre il cardinale australiano George Pell sarebbe stato condannato a Melbourne per abusi sessuali su minori compiuti negli anni Novanta, quando era arcivescovo della città. La notizia, in caso di conferma, ma forse anche in caso di mancata conferma, avrebbe un peso molto rilevante, poiché Pell è il “ministro dell’Economia” del Vaticano (prefetto della segreteria per l’Economia della Santa Sede), scelto da papa Francesco per prendere in mano uno dei dossier più importanti del suo pontificato, la gestione delle “sacre finanze” appunto, e si trova in Australia da oltre un anno, con permesso speciale accordato da Bergoglio in persona, proprio per liberarsi davanti alla giustizia di accuse così infamanti.

Per di più, il porporato australiano ha fatto parte fino a ieri del circolo più stretto di collaboratori del Pontefice, il cosiddetto C9, il consiglio dei nove cardinali istituito da Francesco per supportarlo nel governo della Chiesa e nella riforma della curia. E proprio ieri il direttore della Sala stampa vaticana Greg Burke ha reso noto che il Papa ha accettato le dimissioni di tre membri di tale organo senza sostituirli, almeno per ora. Dei tre, uno è Pell. Inevitabile il corto circuito fra le due circostanze.

SILENZIO E PERPLESSITÀ

Sulla condanna è inutile attendere a breve conferme ufficiali, dal momento che l’intero procedimento è stato sottoposto a un “gag order”, «un ordine – spiega Vatican Insider – che impedisce qualsiasi tipo di copertura mediatica sul processo da parte delle testate dell’Australia, perseguibili anche a livello penale in caso di violazione». Il provvedimento potrebbe restare in vigore ancora per diversi mesi. Tuttavia, la gravità di un verdetto che colpirebbe una personalità così alta in grado nella gerarchia ecclesiastica (il Daily Beast, primo a riportare la voce della condanna, chiama Pell «il numero 3 del Vaticano») obbliga fin da subito a evidenziare qualche perplessità, prima che anche questa notizia finisca acriticamente nel calderone della “crisi pedofilia”.

«TERRIBILE INGIUSTIZIA»

Scrive LifeSiteNews, portale non sempre indulgente verso papa Francesco e i suoi uomini:

«Una fonte australiana affidabile dice a LifeSiteNews che il cardinal Pell ha già fatto ricorso. La fonte definisce la sentenza una “terribile ingiustizia” che rivela il “pregiudizio scandaloso” della giuria, e aggiunge che in tribunale c’è stata “sorpresa totale” per la decisione. Dice anche che la giuria ha raggiunto il verdetto nonostante l’accusa avesse solo un testimone e nessun’altra prova».

NON COLPEVOLE, ANZI COLPEVOLE

Anche il già citato Vatican Insider sottolinea qualche aspetto dubbio del processo:

«A quanto apprende Vatican Insider da fonti di Melbourne, il giudizio nei confronti di George Pell – che rimane per ora in carica come “ministro” dell’Economia vaticana – è giunto martedì 11 dicembre al termine di tre giorni di deliberazioni di un collegio giudicante. Lo stesso che, fino a qualche tempo fa, affermava di non poter raggiungere un verdetto per l’inconsistenza e la scarsa credibilità di alcune accuse, ma che adesso si è trovato concorde nel ritenere “colpevole” il cardinale di cinque capi d’accusa: quattro per atti osceni in luogo pubblico, uno per una violenza nei confronti di un minore negli anni Novanta».

«CACCIA ALLE STREGHE»

La Catholic News Agency aggiunge quanto segue:

«Nonostante l’obbligo di silenzio, una fonte mette in dubbio l’integrità del procedimento. Parlando alla Cna, definisce il processo una “farsa” e una “caccia alle streghe”. I magistrati australiani, dice, hanno voluto assicurarsi una condanna, nonostante il precedente annullamento per impossibilità di raggiungere un verdetto. “Sono andati avanti finché non hanno trovato una giuria che desse loro quel che volevano”, spiega la fonte alla Cna».

INFLUENZE INDEBITE

Sempre la Cna ricorda che proprio la settimana scorsa (6 dicembre) un altro tribunale australiano ha annullato una condanna nei confronti dell’ex arcivescovo di Melbourne, Philip Wilson, per presunti insabbiamenti di abusi.

«Il giudice del distretto di Newcastle Roy Ellis ha detto che la Corona non è riuscita a provare al di là di ogni ragionevole dubbio che l’arcivescovo non avesse riferito degli abusi […]. Il giudice ha anche fatto notare la possibilità che i media abbiano influito in maniera indebita sul caso. “Non è una critica ai media, ma che questo sia voluto o meno, la sola presenza di tanti giornalisti da tutta l’Australia e da tutto il mondo comporta una certa pressione sui tribunali”, ha dichiarato Ellis».

Com’è immaginabile, in quanto a pressione mediatica, il processo contro il cardinale Pell, «il numero 3 del Vaticano», non ha avuto nulla da invidiare a quello contro monsignor Wilson.

UNA CAMPAGNA AD AMPIO SPETTRO

Non va dimenticato neanche che il porporato nel 2016 era già stato interrogato per una settimana in collegamento video Roma-Australia dalla “Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse”, la Commissione d’inchiesta del paese sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori, dalla quale sono scaturite proposte per la lotta alla pedofilia come – incredibile ma vero – l’abolizione per legge del segreto confessionale. Tempi ne ha scritto in più occasioni, per esempio in questo articolo.

LA DIFESA DI UN AMICO «ORGOGLIOSO»

Vale la pena infine di recuperare le nette prese di posizione in difesa di Pell di un intellettuale del calibro di George Weigel. Vero che in materia di giustizia non vige il principio di autorità, tuttavia nel mondo anglosassone, dove il sistema giudiziario gode di una credibilità infinitamente superiore rispetto a quello italiano, non capita spesso che qualcuno con una reputazione da tutelare si sbilanci in modo così spericolato a favore di un imputato. E visto che Weigel ci ha messo la faccia, merita di essere preso sul serio.

Weigel ha scritto almeno due articoli sull’argomento, all’inizio del processo nell’estate 2017, sempre dicendosi «orgoglioso» di potersi annoverare tra gli amici del cardinale Pell.

Dalla National Review, 29 giugno 2017:

«La campagna [sulla pedofilia nella Chiesa] si è ora intensificata in Australia, creando un clima parecchio avvelenato ed esacerbato da denunce mal provate ma ampiamente diffuse, nessun rispetto per l’elementare equità e una curiosa relazione tra elementi della stampa australiana e la polizia dello Stato di Victoria durante i due anni di indagini che hanno portato a formulare le attuali accuse. Può dunque valere la pena, prima di offrire le mie riflessioni personali su questa vergogna, riprendere alcuni commenti recenti da parte di australiani che non si sono lasciati coinvolgere dal clima di isteria e persecuzione che richiama inevitabilmente paragoni con Salem, Massachusetts, secolo XVII.

Su The Australian del 26 giugno Robin Speed, presidente dell’Australian Rule of Law Institute, un’organizzazione apartitica e no profit il cui scopo è indicato nel nome, ha messo in guardia dai magistrati che agiscono contro il cardinale Pell “in risposta al latrare della folla”. Speed, avvocato a sua volta, ha anche ammonito che se il cardinale fosse stato incriminato (come è avvenuto) e poi riconosciuto innocente (come i suoi amici credono che avverrà), l’eccessiva lunghezza dell’indagine potrebbe meritare a sua volta una indagine giudiziaria.

Due settimane prima, nello stesso giornale, l’opinionista Angela Shanahan ha speso parole affilate sulla atmosfera che ha infettato l’Australia come una febbre: “Complotti e chiacchiere regnano sovrani, la logica e i fatti se ne sono usciti dalla finestra nel caso Pell… In questa furia, il cardinale si è comportato in maniera impeccabile. Non ha detto nulla a parte affermare la propria innocenza. Aspetta, prega e continua a lavorare. Peccato che molta gente non abbia fatto lo stesso”. […]

A fine maggio, Amanda Vanstone, una politica australiana che è stata titolare di vari portafogli ministeriali oltre a servire come ambasciatrice australiana in Italia, ha confessato al Sydney Morning Herald di “non essere fan di nessuna religione organizzata” ma subito dopo ha detto che “il processo mediatico contro George Pell deve finire”. “Quello a cui stiamo assistendo è degno di un linciaggio da secoli bui”, ha scritto. “Nei media alcuni ritengono di essere sopra la legge… Quello a cui stiamo assistendo oggi è molto peggio di un semplice giudizio di colpevolezza. Si sta usando la pubblica piazza per distruggere una reputazione e probabilmente per impedire un giusto processo”.

E a metà maggio, Andrew Halphen, copresidente della sezione penale del Law Institute of Victoria, ha descritto sul Sydney Morning Herald le fughe di notizie in merito all’indagine su Pell come una “mancanza di riguardo” per i diritti del cardinale e un “affronto spaventoso” al sistema legale. Halphen ha anche espresso “seria preoccupazione” sulla possibilità che a Pell sia garantito un “giusto processo”. […]

Non è irragionevole immaginare –  in verità è più che probabile – che quando la riforma [di Pell in Vaticano] ha iniziato a minacciare serie conseguenze finanziarie (e forse legali) per i furfanti, quelli determinati a mantenere lo status quo da cui traevano ricchi benefici si siano assicurati di far deragliare il cardinal Pell alimentando false accuse in Australia, dove, come detto, il terreno era stato avvelenato a dovere per accogliere tali calunnie. […]

Comunque egli non sarà il solo sul banco degli imputati. La reputazione di equità e onestà della polizia e del sistema di giustizia australiani saranno processati con lui, così come i media australiani e quanti nella politica australiana hanno direttamente o indirettamente incoraggiato – o che quanto meno non hanno contrastato – l’attacco brutale e senza sosta in atto contro uno dei figli migliori del paese».

Da First Things, 5 luglio 2017:

«Se Pell non fosse divenuto arcivescovo di Melbourne, e successivamente cardinale arcivescovo di Sydney, si può scommettere che il cattolicesimo australiano oggi ricorderebbe la Chiesa irlandese da cui la Chiesa australiana discende in larga parte: tormentata dagli scandali, demoralizzata, intellettualmente sciatta, persa nella lontana periferia della Nuova Evangelizzazione. […]

I risultati del cardinal Pell hanno avuto costi. L’Australia è un paese di sport di contatto fisico, e quella tendenza nazionale a colpire duro si esprime anche nei media australiani e nella vita della Chiesa. I nemici di George Pell e i loro cagnolini mediatici non si sono fatti scrupoli a mentire su di lui per anni. […] Recentemente, le calunnie si sono fatte più nere. L’uomo che ha ideato e realizzato la prima vigorosa risposta della Chiesa australiana agli abusi sessuali sui giovani è stato accusato di essere un abusatore. I suoi amici confidano che le incriminazioni, come altre accuse fantasiose che il cardinale ha sempre negato e dalle quali è stato prosciolto, si dimostreranno menzogne clamorose – non da ultimo perché crediamo che Pell dica il vero quando nega totalmente e con convinzione le attuali accuse. […]

Il cardinale George Pell è un grande uomo in ogni senso del termine e la sua tempra sotto attacco è ammirabile. Alla radice di questa, però, non c’è la sua innata combattività, bensì la fede di Pell. La cui solidità, e il coraggio che infonde, possono esacerbare ancor più i suoi avversari».

Foto Ansa