Lo Stato islamico fortifica Mosul: mura e fossato come nel Medioevo. Civili: «Qui è un inferno»

Secondo gli americani ci vorranno «anni» per sconfiggere lo Stato islamico. I curdi intanto si avvicinano a Mosul, dove gli abitanti sono disperati: «Meglio morire che vivere così»

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Tutte le amministrazioni del mondo pubblicano dei bandi per appaltare opere pubbliche. Lo Stato islamico non è da meno, anche se le opere pubbliche di Mosul sono un po’ diverse da quelle delle altre città. Uno degli ultimi bandi recitava: «Un fossato di due metri di profondità e due di larghezza deve essere scavato attorno a Mosul».

RITORNO ALL’OTTAVO SECOLO. L’impresa edile che si aggiudica l’appalto verrà pagata quattromila dollari per ogni chilometro scavato. Quanto un fossato possa servire a difendere Mosul non è chiaro, di sicuro aiuterà lo Stato islamico a raggiungere il suo scopo: riportare la seconda città più importante dell’Iraq ai tempi del Califfato abbaside, cioè all’ottavo secolo.

«PERDERE LA CITTÀ SAREBBE LA FINE». Secondo quanto dichiarato a Reuters da un ex generale dell’esercito iracheno che vive a Mosul, i terroristi di Al-Baghdadi si stanno preparando a difendere la città da un attacco dei curdi e dell’esercito iracheno. Per questo hanno anche ostruito l’entrata occidentale della città costruendo un lungo muro di cemento. «Si batteranno fino all’ultima goccia del loro sangue per difendere Mosul. Perdere la città sarebbe la fine per loro».

isis-stato-islamico-vice-news-hL’AZIONE DEI PESHMERGA. La battaglia finale non sembra alle porte, se è vero quello che dicono i generali americani, e cioè che ci vorranno «anni» per sconfiggere lo Stato islamico. I curdi però si portano avanti. Mercoledì i Peshmerga hanno conquistato un tratto della strada che collega Mosul a Tal Afar e Sinjar, una via indispensabile anche per la comunicazione tra Mosul e i territori dell’Isis in Siria. Avendo ripreso, grazie ai bombardamenti americani, gran parte della provincia di Sinjar, ora i curdi hanno di fatto isolato la città di Mosul da tre lati.

«LA VITA È UN INFERNO». Sono tanti gli abitanti di Mosul che sperano che la città venga presto riconquistata e i terroristi cacciati. «L’unica cosa che posso dire è che la vita sotto l’Isis è un inferno, non il paradiso che vogliono far credere», spiega Tariq, che studiava in un istituto tecnico e che al contrario di altri non ha paura di rendere noto il suo vero nome al Guardian. «Ora non si può più studiare e non so che cosa il futuro abbia in serbo per noi».

OBBLIGATORIO DONARE IL SANGUE. Un negoziante che un tempo faceva buoni affari, prima che lo Stato islamico distruggesse la moschea di fianco alla quale aveva il negozio, vorrebbe andarsene ma non sa come: «Per lasciare Mosul hai bisogno che tre persone garantiscano che tornerai entro cinque giorni. Se non fai ritorno, metti le loro vite in serio pericolo». Chi resta, però, deve dare tutto se stesso per i terroristi e non per modo di dire. Oltre a pagare una tassa giornaliera, «io sono stato costretto a donare il sangue tre volte ai miliziani feriti nel Sinjar».

«MEGLIO LA MORTE». La donazione obbligatoria di sangue ai feriti è una delle ultime trovate dei terroristi, che si aggiunge a quelle già conosciute: l’obbligo di coprirsi per le donne, il divieto di bere, fumare e ascoltare musica, oltre a tutto ciò che viene prescritto dalla sharia. È a Mosul che pochi giorni fa l’Isis ha assassinato due omosessuali gettandoli da un palazzo. Anche gli eterosessuali che vivono una relazione al di fuori del matrimonio vengono lapidati a morte. Per questo Tariq non ha remore a riferire il suo vero nome: «Meglio la morte di una vita così».

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