Anche la Francia vorrebbe una Corte disciplinare per i magistrati
«I meccanismi per sanzionare i giudici non funzionano. Dipendono dal Consiglio Superiore della Magistratura, che è troppo corporativo e sindacalizzato nella sua composizione. (…) Nella nostra Repubblica non può esistere alcuna categoria di dipendenti pubblici che non sia tenuta a rispondere di eventuali condotte professionali scorrette».
Echi della campagna dell’italico referendum sulla giustizia, che proponeva fra le altre cose l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare per i magistrati? Vecchie dichiarazioni che tornano in circolazione? Nemmeno per sogno. Quelle che avete letto sopra sono parole tratte da un’intervista rilasciata da Bruno Retailleau, presidente del partito gollista Les Républicains e candidato alle elezioni presidenziali francesi del 2027, al quotidiano Le Parisien all’indomani dell’omicidio di Lyhanna Rameau Bernard, l’11enne violentata e uccisa nel sud-ovest della Francia da un pedofilo già noto alle forze dell’ordine per precedenti giudiziari e nuove denunce circostanziate alle quali non era seguito il suo arresto.
A ruota è seguito un intervento televisivo di François-Xavier Bellamy, vice presidente ed eurodeputato dello stesso partito:
«L’indipendenza della giustizia è un principio fondamentale, ma l’indipendenza non è l’irresponsabilità. Non esiste alcun sistema nel quale si possa sfuggire alla responsabilità personale. Tutti i francesi sanno che se faranno un errore ne assumeranno le conseguenze. Non c’è nessuna ragione per cui la giustizia debba sfuggire a questo principio di responsabilità. Oggi il dramma è che non c’è mai veramente sanzione, e questa è la ragione per cui Bruno Retailleau ha proposto che un domani i magistrati possano essere sanzionati non già dall’attuale Consiglio superiore della magistratura, che è composto di magistrati, e che non sanziona quasi mai, ma che possano essere sanzionati da una nuova istanza che comprenderebbe anche dei cittadini francesi sorteggiati».
Che cosa ha proposto, attraverso la sua intervista, l’ex ministro degli Interni Retailleau? Una Corte disciplinare che dovrà comprendere
«un collegio di cittadini, scelti col sorteggio, accanto a giudici e personalità qualificate. Questo tribunale non sarà presieduto da un giudice, ma da uno degli altri membri, eletto dai propri pari. Ad esso potranno adire sia i cittadini che i superiori gerarchici dei giudici messi in causa o il ministro della Giustizia».
La preferenza è una cosa seria.
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Critiche e proteste
Come si può vedere, una proposta ben più radicale della riforma Nordio. Essa infatti prevedeva il sorteggio per 3 dei 15 componenti dell’Alta Corte, ma estratti a sorte da un elenco di professori di diritto e avvocati predisposto dal Parlamento; stabiliva che il presidente della corte sarebbe stato uno di questi 3 membri oppure uno dei 3 nominati dal presidente della Repubblica, scelti tra professori ordinari di diritto e avvocati con almeno 20 anni di esercizio; infine riservava al ministro della Giustizia e al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione la facoltà di adire alla Corte (salvo che una legge ordinaria successiva al referendum non avesse allargato la platea).
Come ci si poteva aspettare, la proposta di Retailleau ha sollevato critiche e proteste da parte di esponenti politici di sinistra e rappresentanti sindacali della magistratura. Ma mentre i secondi perlopiù si sono limitati ad accusare l’ex ministro degli Interni di speculazione politica su un crimine orrendo, i magistrati contestano le motivazioni. Ludovic Friat presidente dell’Union syndacale des magistrats (il principale sindacato dei magistrati francesi) ha rivendicato un numero oscillante fra le 5 e le 15 all’anno di sanzioni disciplinari erogate dall’attuale Consiglio superiore della magistratura, nel quale i magistrati già ora non sono in maggioranza (sono 7 su 15 componenti) e ha fatto presente che in nessun ordine professionale esiste un collegio di semplici cittadini associato all’organo incaricato dei provvedimenti disciplinari. Ma soprattutto Friat e altri denunciano la carenza di mezzi a disposizione della giustizia francese, che disporrebbe di quattro volte meno procuratori della media europea (poco più di 3-3,2 ogni 100 mila abitanti, contro una media europea di 11-12, l’Italia sta poco meglio a 3,7-3,8).
I numeri della giustizia francese
Su quest’ultima denuncia tutti i politici francesi, di destra e di sinistra, si dichiarano d’accordo, tranne l’entourage presidenziale, che rivendica un sensibile miglioramento delle dotazioni della magistratura francese durante i due mandati di Emmanuel Macron. La guerra delle cifre è interessante, anche se si deve tenere conto che gli ultimi dati ufficiali, che riguardano tutti i paesi europei, risalgono al 2022. Nello specifico, risulta che la Francia spende 77,20 euro pro capite all’anno per il suo sistema giudiziario (esclusi carceri, giustizia minorile e costi operativi del ministero della Giustizia), rispetto alla media europea di 74,80 euro. Nel 2014 la cifra era di 65,60 euro. A titolo di confronto, la Germania stanzia quasi il doppio per la giustizia, con 136,10 euro pro capite, l’Italia 100,60, la Spagna 96,80 euro, il Belgio 102,50. Se si considera il bilancio per la giustizia in percentuale del Pil, la Francia si colloca sotto la media europea (0,28 per cento) con il 0,20 per cento. Sopra la media, pur non di molto, si collocano Germania (0,30 per cento), Italia (0,31) e Spagna (0,34).
Il basso numero di pubblici ministeri in rapporto alla popolazione (poco più di 3, come s’è detto) contribuisce a spiegare il carico di lavoro dei procuratori in Francia, che hanno ricevuto una media di oltre 2 mila casi a testa nel 2022, rispetto ai 1.192 dell’Italia, agli 804 della Germania e ai 639 del Belgio. La media europea è stimata intorno ai 430 casi per Pm all’anno. Il 75 per cento dei casi gestiti in Francia dalla procura viene archiviato senza procedere nel corso dell’anno, contro una media dei paesi del Consiglio d’Europa che è del 57 per cento. Quando si va a giudizio, la giustizia si muove a rilento per scarsità di giudici: in Francia ce ne sono 11,3 ogni 100 mila abitanti rispetto a una media di 17,6 negli Stati membri del Consiglio d’Europa. Il notevole carico di lavoro di ciascun tribunale si traduce in tempi di elaborazione significativamente più lunghi per i casi pendenti, sia civili che penali. Nello specifico, occorrono 487 giorni per la risoluzione di un caso civile dinanzi alla Corte di Cassazione francese, rispetto alla media di 152 giorni negli altri stati membri del Consiglio d’Europa. Nei casi penali, un caso di secondo grado richiede 366 giorni per essere risolto, rispetto ai 110 giorni negli altri stati membri del Consiglio d’Europa.

Come è possibile?
Tutto ciò avverrebbe nonostante il numero di pubblici ministeri francesi sia aumentato del 9 per cento dall’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza nel 2017. Da quando Macron è capo dello Stato, il bilancio della giustizia è aumentato significativamente: +40 per cento rispetto al 2017. Il bilancio della giustizia ammontava a 8 miliardi di euro nel 2016, oggi supera gli 11 miliardi.
I discorsi sulla giustizia sprovvista di mezzi non convincono molto i francesi, che nei sondaggi online dei quotidiani esprimono la convinzione che ci sono stati errori inescusabili da parte dei magistrati del dipartimento di Gers e del tribunale di Auch, direttamente coinvolti nella vicenda.
Commenta un editoriale di Yves Thréard su Le Figaro:
«Si invoca il fallimento del sistema giudiziario francese. Certo, ma questo sistema è gestito da professionisti, i garanti dello stato di diritto. Erano a conoscenza da tempo del pericolo rappresentato dall’assassino di Lyhanna. Com’è possibile che una denuncia contro di lui per lo stupro di un’altra ragazza sia rimasta negli archivi per nove mesi? La risposta non è la solita “questione delle risorse”, perché il tribunale di Auch non è certo oberato di casi. Inoltre, dove sta scritto che si debba attendere la conclusione delle indagini prima di disporre una custodia cautelare? Le argomentazioni del pubblico ministero di Auch non reggono minimamente».
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