L’Europa usa la violenza sulle donne per imporci la teoria del “gender”. L’Italia ratifica

L’Italia ha sottoscritto la Convenzione di Istanbul, adottando così per la prima volta “l’identità di genere”

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Chi, dotato di un briciolo di buon senso e di umanità, non desidera che siano spese energie per prevenire le violenze sulle donne e per sanzionarle con la severità che meritano? L’ordinamento italiano ha strumenti aggiornati per svolgere una seria prevenzione (basta pensare alla legge sullo stalking) e un’altrettanto seria punizione; si può discutere, se mai, e sarebbe opportuno farlo, se queste norme siano applicate in modo omogeneo ed efficace. Ma quel che è accaduto alla Camera qualche giorno fa ha a che fare poco con tutto questo: traendo spunto da episodi terribili, è stata approvata in gran fretta la legge di recepimento della Convenzione di Istanbul.

L’Italia ha sottoscritto l’accordo, ovvio che lo debba inserire nell’ordinamento. Vi è però un articolo della Convenzione (il 72) che dà la possibilità di proporre emendamenti: nella rapida discussione nessun deputato li ha ipotizzati. Dov’è che non va bene? Nel fatto che per la prima volta una legge italiana adopera la categoria della “identità di genere”; la violenza alle donne è qualificata strumentalmente come “violenza di genere” (articolo 2). Gli stati firmatari «si impegnano a inserire una prospettiva di genere nell’applicazione» delle disposizioni (articolo 6) e di ciò dovrà esserci preciso riscontro «nei programmi scolastici di ogni ordine e grado» (articolo 14).

Tutto questo è avvenuto in un pomeriggio, all’unanimità, e non mancherà di produrre effetti. Nel giro di dieci anni il Parlamento è passato dall’approvazione della legge 40 sulla fecondazione artificiale (nel 2004, fu un atto positivo, rispettoso dei princìpi naturali) alla pur importante battaglia di interdizione sui Dico e sull’antiomofobia, alla legalizzazione dell’incesto, all’introduzione dell’identità di genere quasi senza discussione. Cosa deve accadere ancora per svegliarsi?

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