Utero in affitto, nel Punjab congedo di maternità anche per la committente

Ferie e remunerazione anche per chi ricorre alla surrogata, senza pancione e senza gameti. Nonostante i tentativi di arginare il turismo procreativo lo stato indiano promuove il diritto al pacchetto biologico altrui

Congedo di maternità non solo per la madre surrogata ma anche per la committente. Lo ha deciso il governo indiano del Punjab, stabilendo che hanno diritto a beneficiare della misura, con una retribuzione completa pari a 180 giorni, o 26 settimane, sia le donne lavoratrici che presteranno il proprio utero alla gravidanza per conto terzi, sia le donne che, anche senza metterci corpo e gameti, si limiteranno a registrare il bambino come proprio figlio alla nascita. La decisione, scrive il Times of India, è stata presa in considerazione del numero crescente di dipendenti che grazie ai progressi in campo scientifico affidano il proprio sogno di maternità alle tecniche di procreazione medicalmente assistita.

MATERNITÀ SENZA GRAVIDANZA

Le linee guida diramate dai funzionari governativi a tutti i capi dipartimento chiariscono infatti che saranno ammesse al congedo anche le lavoratrici che si avvalgono dei servizi offerti da un’altra donna per concepire un figlio «con o senza il proprio materiale genetico o quello del partner», oltre che ogni madre surrogata, «cioè la lavoratrice che dà alla luce un bambino per conto di un’altra donna, o dal proprio ovulo fecondato dal partner dell’altra donna, o dall’impianto nel proprio utero di un ovulo fecondato di un’altra donna». Il congedo sarà ammissibile agli stessi termini e condizioni previste per ogni dipendente che concepisce un figlio in modo naturale. Spetterà alle autorità competenti, sulla base della documentazione presentata da chi ricorre a surrogata, stabilire il periodo di congedo dal lavoro.

LA MECCA DEL TURISMO PROCREATIVO

Nonostante la Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento, abbia approvato il Surrogacy (Regulation) Bill, una legge che mette al bando la maternità surrogata a scopi “commerciali”, l’India non sembra voler rinunciare al suo primato di hub del turismo procreativo. Secondo la normativa infatti, ancora in discussione presso la Camera alta e da commissioni che ne contestano clausole imperfette quali la definizione di “parente stretta”, coppie sterili indiane sposate da almeno cinque anni, possono ricorrere alla surrogazione di maternità “altruistica” qualora la gravidanza venga portata a termine a fronte di un rimborso spese da una “parente stretta”.

Single, omosessuali e stranieri sono in teoria esclusi e puniti come i medici delle cliniche che violano la legge (con la detenzione fino a dieci anni e multe fino a un milione di rupie, 12 mila euro circa), ma è difficile porre un freno al business delle tecniche di riproduzione che, sulla pelle dei poveri e a costi competitivi (da 18 a 30 mila dollari per una gravidanza, un terzo dei prezzi degli Stati Uniti), ha trasformato l’India nella mecca della surrogata.

BABY MANJI E FATTORIE UMANE

Aprendo le porte all’utero in affitto nel 2002, senza alcun quadro legislativo, con a disposizione infrastrutture mediche di qualità e un enorme potenziale di donne povere ad alimentare la crescita di questa industria, il paese era diventato in brevissimo tempo meta di migliaia di coppie straniere (anche italiane) riversatesi in massa nel subcontinente. Il vuoto normativo aveva reso al contempo l’India la cartina tornasole di tutte le aberrazioni dell’utero in affitto. Basti ricordare il caso di Baby Manji, il bimbo “ordinato” da una coppia giapponese che ha divorziato un mese prima che una madre surrogata lo mettesse al mondo. O riguardare Google Baby, il documentario che ha mostrato al mondo cosa si nasconde dietro alla fiorente industria della surrogata in India: povere contadine, traffico di embrioni in valigia, menù di donatrici, poche fisime su aborto selettivo e committenti 57enni facoltosi e single (vale tutto, basta pagare). O ancora, rileggere il reportage di Julia Bindel pubblicato dal Guardian nel 2016 sulle fattorie umane indiane, le “surrogacy houses”, in cui venivano stipate “in batteria” donne sfamate e accudite a un unico scopo: produrre esseri umani dietro il corrispettivo di un prezzo.

PERDONARE LA SCHIAVITÙ RIPRODUTTIVA

Scopo del Surrogacy (Regulation) Bill era tutelare donne e bambini dalle conseguenze che anni e anni di mercimonio hanno inciso sulla carne viva di povera gente. Ma ciò che la reporter Pinki Virani, autrice fra gli altri del best seller Politics of the Womb: The Perils of IVF, Surrogacy and Modified Babies , ha definito un vero e proprio «assalto mondiale all’utero della donna nel nome di un bambino» ha in fretta condotto gli uomini a «non rendersi nemmeno conto di perdonare la schiavitù riproduttiva». Non solo l’infertilità è trattata alla stregua di una grave malattia che merita il diritto al pacchetto biologico di altre donne e uomini, tacendo dei reali rischi delle procedure sia per la gestante che per il bambino. Ma ora vale anche la proprietà individuale della maternità altrui, che come tale va compensata e tutelata da congedo lavorativo.

Foto Ansa