Il Papa dirà anche “banalità” sulla guerra. Ma ha ragione da vendere

Di Leone Grotti
12 Giugno 2026
Il conflitto in Ucraina ha già superato per durata la prima guerra mondiale. In Iran e Libano non si intravede una soluzione. L'appello alla pace di Leone XIV vale più di mille (pessime) strategie militari
Carri armati russi distrutti in mostra a Kiev, in Ucraina
Carri armati russi distrutti in mostra a Kiev, in Ucraina (foto Ansa)

La guerra in Ucraina, come notato ieri dal New York Times, ha ufficialmente superato per durata la Prima guerra mondiale. Al di là di tutte le analogie che possono essere fatte tra i due conflitti – dalle innovazioni belliche sperimentate in battaglia all’utilizzo delle trincee – e fatte salve le evidenti differenze, il dato temporale dimostra nella sua semplicità il clamoroso errore compiuto da Vladimir Putin con l’invasione dell’Ucraina: il presidente della Russia pensava di cavarsela in poche settimane, se non pochi giorni, e invece si ritrova invischiato in un conflitto senza vincitori né vinti, con gli obiettivi minimi (la conquista del Donbass) ancora lontani da raggiungere, senza avanzamenti o arretramenti significativi degli eserciti da due anni e mezzo. A questo ritmo, notano gli esperti, Mosca impiegherebbe altri 12 anni a conquistare l’intero Donbass. Così, il Cremlino passa il tempo a ordinare rappresaglie contro le città ucraine, lanciando attacchi terroristici di droni e missili senza alcun obiettivo militare, se non quello di far pagare alla popolazione civile ucraina i propri errori e la propria frustrazione.

Quando finirà la guerra in Iran?

La stessa cosa, mutatis mutandis, sta avvenendo nel Golfo persico, anche se la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran non può essere in alcun modo paragonata all’invasione dell’Ucraina da parte di Putin. Il regime degli ayatollah, infatti, dopo l’ennesima strage compiuta ai danni del proprio popolo a gennaio, ha perso ogni tipo di legittimità, senza contare il fatto che per decenni ha sponsorizzato il terrorismo internazionale, oltre a tentare di costruire un ordigno atomico per «spazzare via dalla faccia della Terra» lo Stato ebraico.

Il fatto che possano esistere buone ragioni per cercare di abbattere il regime islamico di Teheran non significa però che muovergli guerra sia una buona idea. Ancora una volta, sono i fatti a dimostrarlo. Il conflitto iniziato il 28 febbraio continua a trascinarsi stancamente fino a oggi e l’impossibilità di ottenere la vittoria sperata spinge Tel Aviv e Washington a incaponirsi in attacchi che non più alcun valore militare.

Un colono israeliano in Cisgiordania fotografa un missile iraniano
Un colono israeliano in Cisgiordania fotografa un missile iraniano (foto Ansa)

Le bombe non possono tutto

Gli Usa, infatti, hanno già decimato le difese aree e le postazioni di lancio missilistiche dell’Iran, così come Israele ha ormai ridotto in polvere la parte più pericolosa dell’arsenale militare di Hezbollah in Libano, oltre ad aver decapitato la leadership politica e bellica del “Partito di Dio”.

Ma le bombe, i raid, i missili e i droni non possono tutto: non possono riaprire il fondamentale Stretto di Hormuz, troppo facile da controllare anche con i ridotti mezzi militari rimasti a Teheran, né azzerare il ben strutturato regime iraniano e la sua macchina repressiva. Allo stesso modo, gli incessanti bombardamenti sulle principali città del Libano non possono sconfiggere un’organizzazione terroristica come Hezbollah, che tiene in ostaggio un paese intero ma non combatte in suo nome e che si nasconde tra la popolazione inerme.

Crimini di guerra e raid punitivi

Anche Trump – per Benjamin Netanyahu il discorso è diverso, visto che sembra trarre cinicamente profitto in termini elettorali da uno stato di “neverending war” – pensava di cavarsela con poco, di ottenere con relativa facilità un regime change a Teheran. E ora che i suoi piani avventati sono falliti si ritrova davanti a una dittatura ancora più feroce e cinica che non ha nessuna intenzione di chiudere il conflitto prima di avere ottenuto nero su bianco condizioni «umilianti» (copyright Friedrich Merz) per gli Stati Uniti, che sono allo stesso tempo vincitori e sconfitti.

E così, non volendo assumersi il costo politico di una rischiosissima invasione “boots on the ground”, a Trump non resta altro che ripartire con i bombardamenti punitivi, come si è visto nelle ultime ore. Addirittura, l’esercito di Washington avrebbe distrutto un impianto per l’approvvigionamento di acqua potabile sulla costa meridionale dell’Iran, lasciando senz’acqua ventimila persone.

Quello che, nota il Nyt, se confermato è a tutti gli effetti classificabile come un crimine di guerra fa il paio con i tanti già commessi da Israele in Libano. E questo, per paesi o organizzazioni terroristiche come Iran e Hezbollah, che i crimini di guerra li hanno nel dna e che criticano ogni giorno la presunta superiorità dei paesi occidentali, è già una vittoria.

Papa Leone XIV celebra la Messa presso la Sagrada Familia a Barcellona
Papa Leone XIV celebra la Messa presso la Sagrada Familia a Barcellona (foto Ansa)

Meglio la “banalità” di Leone XIV

Se Putin non sa come chiudere la guerra in Ucraina e Netanyahu non ha alcuna intenzione di fermare quella in Libano, Trump fatica a interrompere il conflitto in Iran. Addirittura, come ha detto il vicepresidente J.D. Vance, le operazioni potrebbero andare avanti «per un altro anno». Un altro anno di crisi militare, economica ed energetica per il mondo intero.

La lezione da trarre non è nuova e l’aveva già individuata Niccolò Machiavelli nelle sue Istorie fiorentine 500 anni fa: «Comincionsi le guerre quando altri vuole, ma non quando altri vuole si finiscono».

Ecco perché, alla prova dei fatti, l’appello di Leone XIV contro la guerra, l’invito alla negoziazione, la denuncia del «delirio di onnipotenza» che acceca tanti leader mondiali e il richiamo alla «pace disarmata e disarmante» sono molto più puntuali e strategicamente realisti di quanto sembri. Saranno anche parole ingenue e “banali”, come sostengono in tanti, ma la «pace attraverso la forza» sbandierata dalle grandi potenze, e da personaggi sulfurei come il ministro della Difesa americano Pete Hegseth, non si è finora dimostrata in grado né di portare la pace, né tantomeno uno straccio di vittoria degno di questo nome.

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