Terremoto Emilia. Il panettiere che insegna a dare con due mani e ricevere con una

Lettera di un lettore. «Non si è mai fermato, dice, nemmeno dopo tutte le scosse. La gente ha bisogno di un panettiere, e bisogna lavorare, semplicemente».

Una sera come tante. Rimbombano nella mia casa gli echi di un terremoto nemmeno troppo lontano, scanditi dalla voce monotona e spassionata del Tg5. Un’altra tragedia, semplicemente. Niente di nuovo, niente di vecchio. Ti sei assuefatto a quella voce sempre così terribilmente uguale. Un servizio su uno dei paesini della Bassa travolti dalla scossa. L’inviato gira il paese completamente deserto. Poi trova un panettiere, l’unico ancora aperto e intervista il vecchio proprietario. Il volto stesso dell’Emilia umile e dimenticata, ogni ruga sulla faccia narra una storia di sudore e grinta. Non si è mai fermato, dice, nemmeno dopo tutte le scosse. La gente ha bisogno di un panettiere, e bisogna lavorare, semplicemente. Tutto suona così normale in quella bocca. Io sgrano gli occhi davanti alla televisione. «Incoscienza o forse altro, non lo so», dice il vecchio alzando leggermente le spalle. «Io confido nel Signore: se vuole mi proteggerà, deciderà lui». La voce di una antica saggezza popolare, così vera e così povera, che ha radici più profonde di qualsiasi altra quercia. Si vede che non è una frase detta per circostanza: lo si legge dagli occhi che questa semplice e umile fiducia è stata il fulcro della sua vita. C’è uno scarto, quasi abissale, tra il mondo delle fanfare, dei pianti e degli strepiti, e queste schiene riarse dal sole. È gente d’altri tempi. Forgiati dal fuoco vivo e dal duro lavoro. «Ho sempre vissuto in mezzo alle difficoltà. Sono nato mentre bombardavano la città. Avevo cinque mesi quando hanno mitragliato casa».

Mi ritrovo commosso. La voce del servizio va avanti, raccontando che lui fa il panettiere, come suo padre e suo nonno prima di lui. E come fanno i suoi figli. È un uomo dalla scorza dura, di poche parole. Preferisce i fatti, nudi e crudi, ai discorsi. Sa cos’è la fatica. Fatica: come siamo giunti a questa disabitudine? La fatica di chi lavora senza mai fermarsi, con la testa bassa, perché la vita non ha mai concesso troppo a loro. I primi tragici giorni faceva i doppi turni, regalando il pane a chi ne aveva bisogno. Il forno rimaneva sempre acceso. Lui continua a impastare anche mentre lo intervistano. «Bisogna lavorare, non c’è altro panettiere nel raggio di 15 chilometri». Sorride un poco. «Mio padre mi diceva sempre: dai con due mani, ricevi con una». Ecco la saggezza che noi, metafisici prodotti di un Occidente troppo ricco abbiamo scordato. Ma l’Emilia è donna di zigomo forte. E si sa che le donne sono coloro che conservano la memoria. La loro fede è forse più povera, ma anche più vera della nostra. Ti ritrovi a imparare da un vecchio panettiere terremotato che cos’è la vita. Scopri che devi ancora imparare a donare così, con due mani. Gli occhi di un uomo appassionato. Non ricordo nemmeno il suo nome. Comincio a pensare che è un semplice panettiere la speranza dell’Emilia ferita.

Simone Lombardo