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Sta per finire la politica espansiva della Bce. Ecco perché dobbiamo preoccuparci

giugno 8, 2018 Leone Grotti

Il Qe ha permesso all’Italia di risparmiare 70 miliardi. Intervista all’economista Quadrio Curzio: «Lo spread che si alza? Brutto segnale. Quando hai 2300 miliardi di debito, il governo deve fare i conti con i mercati».

Reddito di cittadinanza, riforma della legge Fornero sulle pensioni, flat tax per imprese e famiglie. L’approvazione delle tre leggi bandiera contenute nel contratto di governo Lega-Cinquestelle (o “libro dei sogni”, come lo chiamano in molti) non dipenderà tanto dall’abilità politica dei maggiorenti Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ma da quello che si deciderà nei prossimi giorni a Francoforte. Il 14 giugno si riuniranno a Riga i governatori dell’area Euro e decideranno il destino del programma di acquisto di titoli pubblici che la Banca centrale europea (Bce) ha iniziato nel 2015 e che ha permesso all’Italia di risparmiare circa 70 miliardi in tre anni. Secondo i più ottimisti, il cosiddetto Quantitave Easing (Qe) verrà ridotto e prolungato fino a dicembre 2018, per poi cessare del tutto. «È difficile valutare per quanto tempo verrà ancora adottata questa politica espansiva di natura eccezionale e che effetti la sua fine avrà sull’Italia», spiega a tempi.it Alberto Quadrio Curzio, professore emerito di Economia politica all’Università cattolica di Milano e presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, la più antica accademia scientifica del mondo. «Di sicuro questa politica monetaria della Bce, che ora sta per finire, ha avuto effetti molto positivi sul nostro paese e il recente rialzo dello spread non è un buon segnale».

 Professor Quadrio Curzio, qual è l’orientamento della Bce?
Ha già ridotto il volume di titoli di Stato acquistati (dagli 80 miliardi al mese iniziali ai 30 attuali, ndr). Mi sembra che gradualmente stia ponendo fine al Qe. L’inflazione, che è il target che determina le scelte della Bce, si sta riprendendo. La crescita dei prezzi, insieme alla ripresa economica dell’Eurozona, fa sì che la situazione di emergenza che ha portato Francoforte a scegliere questa politica monetaria non ci sia più. Inoltre, alcuni paesi come la Germania scalpitano perché si concluda il programma.

Perché è stato dato il via alla politica espansiva nel 2015?
In base al suo statuto e ai Trattati europei, la Bce ha sempre detto giustamente che bisognava riportare il tasso di aumento dei prezzi al 2%. La politica monetaria intrapresa quindi era del tutto legittima. Inoltre, l’obiettivo era stroncare una turbolenza pericolosissima sui titoli di Stato dell’Eurozona che poteva mettere a rischio l’Eurozona stessa e di conseguenza anche la sopravvivenza della Bce.

Molti accusano il presidente della Bce, Mario Draghi, di aver approvato il Qe per stimolare la crescita dell’Eurozona, sostituendosi così agli Stati membri, troppo divisi politicamente.
Il Qe ha rilanciato la crescita economica, ma questo è solo un effetto collaterale, non è mai stato l’obiettivo della Bce. Non c’è dubbio che la politica monetaria abbia aiutato l’Unione Europea a uscire dalla crisi, ma non era lo scopo della Bce, perché si sarebbe trattato di una scelta politica.

La Bce ha raggiunto gli obiettivi che si era prefissata?
Quasi. Il target del 2% non è stato ancora raggiunto ma la tendenza al rialzo dei prezzi e la ripresa economica fanno pensare che il raggiungimento dell’obiettivo dipenda ormai da dinamiche interne. Non c’è più bisogno di un sostegno così marcato.

Dalle parti di Bruxelles circola un’altra malignità: non è che Draghi voleva solo togliere all’Italia le castagne dal fuoco?
Diciamolo in modo chiaro: la politica della Bce non è mai stata adottata per favorire un solo paese. Premesso questo, il Qe ha aiutato moltissimo l’Italia: ha contribuito a ridurre in modo radicale i tassi di interesse sui titoli di Stato e a ridurre lo spread rispetto ai titoli tedeschi. Ha permesso poi enormi risparmi per quanto riguarda l’approvvigionamento di finanze attraverso il debito pubblico e aiutato la ripresa economica, in un momento in cui il nostro sistema bancario ha sofferto molto.

Contano più le misure della Bce delle riforme dei governi?
Se siamo tornati a crescere credo sia per merito delle ottime politiche economiche messe in campo dal ministro Pier Carlo Padoan. Questo non significa che l’Italia abbia risolto tutti i suoi problemi, visto che i nostri 2.300 miliardi di debito pubblico ci sono ancora e se i tassi tornano a crescere, le finanze pubbliche andranno sotto pressione e rifinanziare i titoli sarà più difficile.

Sta dicendo che dobbiamo cominciare a preoccuparci?
Dipende. Le componenti che determinano i livelli dei tassi di interesse sui titoli pubblici sono moltissime: alcune sono connesse alla crescita economica, altre alle esportazioni, alla stabilità politica e alle politiche economiche che scelgono i governi. C’è una concorrenza di cause che rende difficile fare previsioni.

In questi giorni intanto lo spread ha toccato quota 250.
Questo non è un bel segnale e non mi tranquillizza. Lo spread è tornato ai livelli del 2012, quando Mario Monti lasciò il governo e quando ancora non era cominciata la politica espansiva della Bce.

Da che cosa è dipeso l’ultimo rialzo?
Credo dalla incoerenza delle dichiarazioni fatte dal governo sulla futura politica fiscale ed economica rispetto alle condizioni oggettive dell’Italia. Qualcuno può non comprendere queste dinamiche o opporvisi, ma quando si hanno 2300 miliardi di debito bisogna tenere conto che i mercati devono essere convinti del progetto a lungo termine da intraprendere.

Reddito di cittadinanza, flat tax e riforma delle legge Fornero sono insostenibili?
Io sono un economista e il mio modo di ragionare tiene conto delle dinamiche di lungo periodo. Dal 2014 a oggi, ma forse anche da prima, i governi hanno mantenuto una linea economica non dico identica, ma che in qualche modo ha rassicurato sia i mercati che l’Unione Europea. La politica del ministro Padoan è stata più espansiva delle precedenti, ma sempre in un contesto che dava sicurezza. Se si vogliono intraprendere cambiamenti radicali bisogna convincere i mercati che le nuove politiche non costituiranno nel lungo periodo una deviazione dalla traiettoria intrapresa.

È una critica al governo giallo-verde?
No, non voglio entrare ulteriormente nel dettaglio. Ripeto: le politiche che portano a crescita e riduzione della disoccupazione vanno valutate nel lungo periodo. Dal 2011, pur in mezzo a tante difficoltà, l’Italia è uscita dalla crisi e ora bisogna ripartire con nuove misure, che però non cambino la strada intrapresa dall’Italia. Non dirò di più.

Foto Ansa

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