L’impresa di raccontare le imprese. Parla Paolo Bricco, premiato a Caorle
Oggi, sabato 14 giugno, l’inviato del Sole 24 Ore Paolo Bricco sarà ospite del Festival di Tempi “Chiamare le cose con il loro nome” a Caorle (Ve). Interverrà alle 18 sul palco in piazza Vescovado sul tema “Inverno demografico industriale. L’Italia non fa più figli né imprese”. Con lui l’ex ministro del Lavoro e attuale presidente dell’Associazione Amici di Marco Biagi Maurizio Sacconi. Al termine dell’incontro Paolo Bricco riceverà il Premio Luigi Amicone – Premio Cultura Città di Caorle 2025. Di seguito l’intervista a Paolo Bricco pubblicata sul numero di giugno di Tempi.
***
Dice Paolo Bricco che per lui “chiamare le cose con il loro nome” significa tentare di «far collimare la realtà con la sua rappresentazione. Cosa non facile, soprattutto in un’epoca in cui vige la meta-rappresentazione». E anche perché, aggiungiamo noi, ognuno pretende di essere lui a rappresentare meglio la realtà. «Sì – replica Bricco –, ma io sono sicuro che la verità esiste. E questo me lo conferma il fatto che spesso mi accade di trovare punti di contatto con persone magari molto lontane da me, culturalmente o politicamente. Voglio dire: ci si può dividere sulle interpretazioni, ma ad un certo punto la realtà è quella, i fatti sono quelli, la verità di ciò che accade emerge».
Tempi premia Paolo Bricco a Caorle
Dal 2007 Bricco lavora al Sole 24 Ore, è inviato e si occupa prevalentemente di crisi industriali; le racconta, le spiega, analizza i numeri e ne studia le cause. Ha un dottorato di ricerca in Economia all’Università di Firenze. Dal 2007 al 2013 è stato membro del Consiglio direttivo dell’Archivio Storico Olivetti. Nel 2016 si è aggiudicato come saggista il Premio Biella Letteratura Industria e nel 2019, come giornalista, il Premiolino. «Come si diceva una volta, mi occupo di “economia reale”, il cannocchiale con cui guardo la realtà è il punto di vista delle imprese».
Il 14 giugno a Bricco sarà consegnato il “Premio Luigi Amicone – Città di Caorle 2025” e quella sarà l’occasione per confrontarsi con lui su un tema cui Tempi ha dedicato la copertina del numero di marzo, quella sull’“Inverno demografico industriale”. Notavamo allora che, accanto ai numeri che certificano il declino demografico del nostro paese, ve ne sono altri che mostrano un fenomeno simile sul fronte imprenditoriale.
A inizio anno, sul Sole 24 Ore fu pubblicato uno studio secondo cui, negli ultimi cinque anni, l’Italia ha perso 59 mila aziende manifatturiere. Dal 2019 è sparita un’impresa su dieci e ne faticano a nascere di nuove anche in territori tradizionalmente “fertili”.
«Io credo – dice Bricco – che all’origine di questi due fenomeni pur così diversi ci sia un motivo “spirituale”, umano e religioso. Per generare figli o per dare vita a un’impresa bisogna compiere un azzardo, bisogna credere in un ignoto. Nell’atto creativo c’è sempre qualcosa che ti porta a credere che, sebbene esistano molti dati che ti sconsigliano di provarci, tu hai dentro di te un desiderio di dare vita a qualcosa di nuovo, qualcosa che non esiste, ma che grazie al tuo contributo può nascere, può esserci». Un desiderio che oggi si è spento? «Così pare, sì. Tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso, il nostro paese ha vissuto un boom demografico e industriale, c’era una vitalità che oggi si è persa, siamo in una fase di ripiegamento».
Vivaci, vitali, protagonisti
Bricco è autore di biografie su due protagonisti della storia imprenditoriale italiana: Marchionne lo straniero. L’uomo che ha cambiato per sempre l’industria mondiale dell’auto (Rizzoli, 2018) e Adriano Olivetti, un italiano del Novecento, di cui è appena uscita una nuova edizione aggiornata.
«In un certo senso, Olivetti e Marchionne hanno rappresentano due blocchi alternativi. Il primo, al di là delle sue idee politiche, è stato un grande imprenditore che ha cercato una via diversa alla pianificazione socialista e al mercato, il secondo ha incarnato uno spirito imprenditoriale internazionale che rifiutava il ripiegamento provinciale. Entrambi erano caratterizzati da una strana “joie de vivre” che li rendeva vivaci, vitali, protagonisti del loro tempo. Una caratteristica umana che sarebbe preziosa anche oggi».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!