Perché il regime in Iran è così duro a cadere

Di Rodolfo Casadei
20 Gennaio 2026
Come fa la Repubblica islamica ogni volta a superare indenne proteste, bombardamenti, opposizione interna, fallimenti? Grazie a un sistema costruito per sopravvivere e prontissimo a sacrificare il popolo per la propria conservazione
La guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, saluta la folla durante una cerimonia a Teheran il 3 gennaio scorso (foto Ansa)
La guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, saluta la folla durante una cerimonia a Teheran il 3 gennaio scorso (foto Ansa)

Se diamo per sedata l’ultima ondata di proteste, quella che Donald Trump non più tardi di un settimana fa aveva promesso di aiutare concretamente, invitando i manifestanti a impadronirsi delle istituzioni, sono nove i moti popolari maggiori che con le buone o con le cattivissime (quasi sempre queste ultime) la Repubblica islamica dell’Iran è riuscita a reprimere senza modificare nulla del suo regime politico negli ultimi diciassette anni.

L’elenco comprende il Movimento verde contro le frodi alle elezioni presidenziali del 2009-2010, la ripresa dello stesso movimento sull’onda delle Primavere arabe fra il 2011 e il 2012, le proteste per il costo della vita fra il dicembre 2017 e il luglio 2018, il Novembre insanguinato del 2019 per l’aumento dei prezzi dei carburanti che si protrasse fino al luglio 2020, le proteste per la penuria di acqua nel Khuzestan nel luglio 2021 che si estesero in un’altra decina di province, le proteste per il pane del maggio 2022, le manifestazioni del 2022-’23 innescate dalla morte in detenzione di Mahsa Amini nel settembre del 2022, arrestata per non aver indossato l’hijab in modo corretto, le centinaia di scioperi del mondo del lavoro nel corso del 2023.

Una resilienza apparentemente inscalfibile

Il regime degli ayatollah è sopravvissuto a ognuno di questi sussulti, come pure al crollo di gran parte dell’“Asse della resistenza”, cioè la rete di governi e combattenti di paesi stranieri che conducevano guerre per procura a vantaggio di Teheran in una mezza dozzina di paesi e territori del Vicino Oriente. La reazione israeliana ai massacri del 7 ottobre 2023 sponsorizzati dall’Iran ha prodotto la caduta del regime di Damasco solidissimo alleato degli ayatollah e la forte degradazione delle capacità militari di Hamas palestinese e di Hezbollah libanese, fino ad allora gioielli della corona e punte di lancia del progetto di obliterazione dello stato di Israele. A ciò si aggiungano i bombardamenti americani-israeliani alle installazioni del programma nucleare nell’estate scorsa, subite senza quasi poter reagire.

Nulla di tutto ciò ha scalfito la resilienza della repubblica islamica, che non ha esitato a uccidere migliaia di contestatori in meno di tre settimane fra il 28 dicembre e il 14 gennaio scorsi, e a snobbare le minacce di Donald Trump tornato alla carica con l’annuncio che avrebbe agito militarmente se le autorità iraniane fossero passate alle condanne a morte nei confronti dei manifestanti arrestati.

L’deologia del sacrificio e un apparato progettato per la guerra interna

Agli occhi di gran parte degli osservatori occidentali la capacità di autoconservazione della teocrazia iraniana appare un enigma, soprattutto in considerazione dell’alto tasso di alfabetizzazione degli iraniani (89 per cento nella popolazione generale, 98 per cento presso i giovani fra i 15 e i 24 anni), di formazione superiore (60 per cento degli iraniani in età di studi universitari iscritti a corsi di livello terziario), della crescente secolarizzazione (solo il 40 per cento degli iraniani si considerano musulmani praticanti) e del discredito della repubblica islamica come forma di governo (solo il 22 per cento della popolazione la vede con favore, secondo l’analisi del Gamaan, il Group for Analyzing and Measuring Attitudes in Iran).

Un murale antiamericano a Teheran, 3 gennaio 2026 (foto Ansa)
Un murale antiamericano a Teheran, 3 gennaio 2026 (foto Ansa)

Una spiegazione credibile arriva dal giornalista israeliano Haviv Rettig Gur. Scrive l’editorialista del Times of Israel.

«La Repubblica islamica sopravvive non perché è popolare, ma perché è costruita per sopravvivere. Ha una storia ideologica che le conferisce un enorme vantaggio in momenti come questi, e un apparato di sicurezza specificamente progettato per la guerra interna contro il suo stesso popolo. In effetti, ha fallito in quasi tutto ciò che ha tentato, o affermato di tentare, per 47 anni: distruggere Israele, garantire prosperità. La legittimità del regime non si basa principalmente sulla competenza, sulla prosperità o su ciò che offre al suo popolo. Si basa sulla capacità di sfida. Cioè sulla lotta sacra, sulla resistenza al “Grande Satana” che sono gli Stati Uniti e al “Piccolo Satana” che è Israele. In un simile quadro ideologico, perdite umane elevate vengono facilmente interpretate come una prova di rettitudine, non come un fallimento politico; come una dimostrazione di volontà e capacità di sacrificio, piuttosto che come segno di incompetenza ed estremismo; e come prova di quanto si è fedeli alla sacra visione religiosa».

A costo della rovina nazionale

Secondo Gur il regime iraniano condivide la concezione di Hamas del proprio popolo come entità sacrificabile in vista degli obiettivi politici dell’organizzazione:

«Negli ultimi 20 anni, Hamas ha ripetutamente dimostrato di preferire la sopravvivenza organizzativa e il posizionamento ideologico al benessere dei civili. Hamas considera la sofferenza dei civili strategicamente utile, perché aumenta il costo della guerra per Israele. Ha una narrativa e un’infrastruttura ideologica che interpreta la distruzione come un sacrificio sacro che rafforza la legittimità del movimento, mentre catastrofi sempre più gravi vengono imposte ai civili palestinesi. Il regime iraniano condivide questo vantaggio. È più resistente di quanto la maggior parte degli osservatori occidentali creda. Non ottimizza, come la maggior parte delle nazioni occidentali, il suo governo per il benessere nazionale, ma piuttosto per la sopravvivenza del movimento, per una sfida sacra anche a costo della rovina nazionale».

Il collante della guerra Iran-Iraq

Si può aggiungere che questa intransigenza non si è cementata soltanto attraverso le sofferenze della lotta rivoluzionaria degli anni Settanta, quando la Savak, la polizia segreta dello scià, si comportava con gli oppositori (islamisti e comunisti) come oggi si comportano gli epigoni dell’ayatollah Khomeini con quelli attuali, ma soprattutto attraverso l’esperienza della fraternità in armi della guerra Iraq-Iran che ebbe luogo fra il 1980 e il 1988.

Quel conflitto causò 1 milione di morti e vide molti paesi occidentali sostenere con armamenti e prestiti finanziari le forze dell’aggressore Saddam Hussein. A governare l’Iran e a comandare l’apparato repressivo del regime sono ancora oggi i reduci di quella guerra, paragonabile per i suoi effetti psicologici di coesione, connivenza e inclinazione all’uso della violenza da parte di coloro che ne presero parte all’influsso che ebbe la Prima Guerra mondiale sull’ascesa del fascismo in Italia e del nazismo in Germania. Questo spiega in buona parte anche la brutale efficienza del quadrilatero della repressione rappresentato dalle Guardie della rivoluzione islamica (Irgc), dalle milizie paramilitari Basij, dal ministero dell’Intelligence e della sicurezza (Mois) e da Gasht-e-Ershad, la polizia morale incaricata di far rispettare il codice religioso.

«L’Iran è la nostra patria», recita in persiano una maxi affissione per le strade di Teheran, 19 gennaio 2026 (foto Ansa)
«L’Iran è la nostra patria», recita in persiano una maxi affissione per le strade di Teheran, 19 gennaio 2026 (foto Ansa)

Una “controrivoluzione” con poche speranze di successo

In questo quadro, la rinnovata alleanza di fatto fra commercianti del bazar e studenti universitari, che fu decisiva al tempo della rivoluzione contro lo scià Mohammad Reza Pahlavi (1978-’79), non appare affatto sufficiente a far cadere il regime al potere. Scrive Niall Ferguson:

«Chiunque speri nel successo di una controrivoluzione deve porsi quattro domande: 1) C’è una crisi di leadership o un vuoto di potere con la scomparsa dei leader originali della rivoluzione? 2) Il vecchio regime ha un candidato credibile da ripristinare? 3) Le potenze straniere possono fornire assistenza senza screditare l’opposizione interna? 4) Le forze repressive possono essere divise o in qualche modo sopraffatte? Dubito che nell’Iran di oggi la risposta sia “sì” anche a una sola di queste domande. […] Nell’Iran di oggi, sarebbe necessario che una parte significativa delle Guardie della rivoluzione islamica vedesse maggiori opportunità di profitto in un regime post-islamico rispetto all’attuale status quo. E a quanto pare non siamo ancora a questo punto».

Chi vuole davvero la caduta degli ayatollah?

La contrarietà di virtualmente tutti i paesi dell’area (pare da Israele all’Arabia Saudita passando per la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti) a un intervento militare dall’esterno di grande portata contro il regime sciita nasce da più fattori, che comprendono il timore di rappresaglie di tipo terroristico, la prospettiva di una destabilizzazione regionale, la convinzione che una guerra rafforzerebbe anziché indebolire la teocrazia al potere a Teheran, permettendole di fare ricorso alla carta del patriottismo e creando le condizioni per l’eliminazione fisica generalizzata degli oppositori.

Le politiche suggerite per indebolire il regime iraniano continuano ad essere il rafforzamento dell’embargo sul petrolio e dell’isolamento finanziario, sanzioni ad personam e incriminazioni di esponenti dell’apparato repressivo dai vertici fino ai livelli locali, riattivazione di internet e di tutta la comunicazione digitalizzata bloccate dal regime attraverso Starlink ed altre forme di soccorso tecnologico che permettano all’opposizione di riaggregarsi. Senza farsi troppe illusioni.

@RodolfoCasadei

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2 commenti

  1. GIANLUIGI LASSINI

    Purtroppo credo che il punto debole della rivolta iraniana sia la mancanza di leader che possano organizzare le azioni dei cittadini . I cittadini ribelli che rappresentano la maggioranza del popolo non formano un gruppo coordinato con leader che coordinano le azioni

  2. Andrea Bellinaso

    Ho letto con molto interesse l’articolo di Rodolfo Casadei, completo e chiaro.
    Mi permetto solo di far rilevare che allo stato attuale non esistono dei partiti/partito di opposizione in grado di prendere le redini del paese. Troppi anni sono passati dal 1979 e l’assoluto controllo del regime esercitato con violenza belluina, ha spazzato via qualsiasi opposizione organizzata. Neppure la famigerata savak, con l’aiuto della cia, ha saputo debellare alla radice il partito comunista iraniano. Una delle forze meglio organizzate e strutturate in quell’angolo di mondo. Nell’assoluto silenzio dei partiti comunisti, in particolare quelli occidentali, che ben vedevano quella fusione, innaturale, tra fondamentalismo sciita e massimalismo marxista.
    Un altro aspetto che l’articolo ben evidenzia è la memoria del conflitto Iran-Iraq, guerra che ha ancor di più saldato il clero sciita con la popolazione più umile, quella delle campagne. Che ha sacrificato decine di migliaia di giovanissimi figli, usati come vomeri umani per aprire i varchi nei campi minati iracheni (che costruiti secondo la dottrina sovietica rappresentavano un incubo per qualsiasi esercito preparato e addestrato, figurarsi quello iraniano depurato di buona parte di ufficiali e sottoufficiali). Da lì nasce il potere assoluto e la mistica dei guardiani delle rivoluzione. Il loro uso della violenza più brutale in nome di un disegno divino più grande e che giustamente giustifica, anzi loda, l’uccisione di migliaia di propri cittadini. Così come venera quei poveri giovani macellati sui campi minati iracheni e trasformati in martiri della rivoluzione, collante e fondamento del potere teocratico iraniano.

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