«Senza intervento esterno, il regime teocratico in Iran non può cadere»

Di Carlo Marsonet
16 Gennaio 2026
Intervista a Pejman Abdolmohammadi, maggior studioso in Italia di storia dell’Iran e del Medio Oriente: «Quella in corso è una rivoluzione patriottica contro la dittatura degli ayatollah. Un coinvolgimento Usa non sarebbe colonialismo»
Manifestazione in Israele a sostegno del popolo iraniano
Manifestazione in Israele a sostegno del popolo iraniano (foto Ansa)

Chi esultò nel mondo libero per la Rivoluzione khomeinista del 1979 difficilmente può gioire oggi vedendo gli studenti che si ribellano al regime teocratico. Chi invece ha a cuore la libertà – una libertà concreta, reale, senza aggettivi – certamente sì. Si tratta di un momento storico per l’Iran, secondo Pejman Abdolmohammadi, maggior studioso in Italia di storia dell’Iran e del Medio Oriente. Professore associato all’Università di Trento e Visiting Professor a Berkeley, Abdolmohammadi aiuta da anni a comprendere l’Iran e gli avvenimenti del Medio Oriente coi suoi libri: La Repubblica islamica dell’Iran. Il pensiero politico dell’Ayatollah Khomeini (2009), L’Iran contemporaneo: le sfide interne e internazionali di un paese strategico (2015, con Giampiero Cama), Contemporary Domestic and Foreign Policies of Iran (2020, con Giampiero Cama). Da poco è in libreria col suo ultimo volume, Il nuovo Medio Oriente: potere, diplomazia e realismo, mediante il quale fornisce una prospettiva analitica del Medio Oriente ben poco affine al mainstream. Parliamo di questo e di ciò che sta avvenendo in Iran con lui.

Professore Abdolmohammadi, si tratta veramente di un momento storico per l’Iran, di una lotta di liberazione nazionale?

È così, senza dubbio. Potremmo anche parlare di una rivoluzione patriottica contro un sistema che è, va ricordato senza tentennamenti, teocratico-totalitario: i massacri di civili, dei veri e propri crimini contro l’umanità, ne sono l’ennesima testimonianza. Si vuole recuperare, insomma, quel mondo persiano pre-islamico per dare vita a un nuovo Iran: laico, democratico e liberale. Esistono difficoltà forti, certo. Ma le manifestazioni dimostrano che la stragrande maggioranza delle persone nel paese, soprattutto giovani, vogliono mettersi alle spalle il regime dei “barbuti”.

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Quali sono le difficoltà strutturali che questa “rivoluzione nazionale” deve affrontare perché si affermi? Qual è il sostegno di cui effettivamente gode il regime degli ayatollah?

La difficoltà più stringente consiste nel fatto che il regime mantiene un proprio nocciolo duro, come le repressioni dimostrano. Ma parliamo, indicativamente, di un 10 per cento della popolazione totale, che è composta soprattutto di giovani che vogliono essere liberi di vivere come vogliono. Ciò che serve è la pressione internazionale del mondo libero, che al momento manca o latita. Serve inoltre un intervento esterno, ma non per far cadere il regime, quanto piuttosto per indebolirlo.

Dunque, i molti analisti e attivisti che gridano all’esportazione della democrazia che gli Stati Uniti vorrebbero imporre sono fuori strada? Sono guidati dal solito e mai domo bias anti-occidentale?

È senz’altro così. Anche quello di cui si parla in queste ore, e cioè di un possibile coinvolgimento americano, non sarebbe un intervento boots on the ground, quanto piuttosto un intervento mirato e diretto contro il regime: un intervento insomma che serva a indebolire le strutture repressive e i gangli del potere, attraverso attacchi missilistici e forse attacchi informatici precisi. Chi parla, ideologicamente, di colonialismo è fuori strada. Occorre dirlo: senza l’indebolimento del sistema totalitario, è difficile che questo possa cadere semplicemente dall’interno.

Manifestazione a Berlino a sostegno del popolo iraniano: un uomo mostra un cartello e chiede a Trump di salvare l'Iran e colpire Khamenei
Durante una manifestazione a Berlino a sostegno del popolo iraniano, un uomo mostra un cartello e chiede a Trump di salvare l’Iran e colpire Khamenei (foto Ansa)

Detto degli Stati Uniti, quale ruolo ha e può giocare l’Unione europea?

L’Ue non ha grande interesse per questo possibile cambiamento. Non avrebbe nemmeno la forza per fare qualcosa, questo è chiaro. Ma basta vedere quanta ostilità richiama il figlio dello Shah come possibile garante della transizione: un nome non imposto dall’esterno, si badi, ma fatto nelle stesse piazze iraniane. L’attore chiave rimangono comunque, in questo quadro, gli Stati Uniti.

Gli attori del tutto ostili al nuovo Iran quali sono?

I paesi arabi del Golfo Persico, ovviamente, su tutti l’Arabia Saudita. Ma anche la Turchia, l’Azerbaigian, il Pakistan e parte, quasi paradossalmente, del mondo globalista occidentale. Ho detto “quasi” perché è sufficiente ricordare storicamente quanto appoggio occidentale abbia avuto la Rivoluzione khomeinista del 1979. Ciò che vediamo, per semplificare, è la lotta tra chi rincorre e lotta per la libertà e chi auspica e sostiene il dispotismo.

Venendo al suo ultimo libro (Il nuovo Medio Oriente: potere, diplomazia e realismo), lei propone un’utile guida per comprendere le trasformazioni sul piano internazionale, e segnatamente in Medio Oriente, occorse dopo l’elezione di Donald Trump nel 2017. Parla di un vero e proprio cambio di “paradigma” e di un “realismo elegante” che pare segnare questa nuova epoca. Ci può spiegare il nucleo delle sue argomentazioni?

Il cambio di paradigma si verifica, per l’appunto, nel 2017. Con l’elezione di Trump ma anche con la Brexit. Significa insomma il ritorno al paradigma precedente alla caduta della presidenza Nixon. Un’era basata sul rapporto uno a uno tra i paesi, sul commercio, sulla diplomazia: torna insomma la politica e lo scambio sostituisce la predicazione morale; tornano i patti tra sovranità al posto dell’uniformità; quello che chiamo l’“artigianato del possibile” scalza la retorica del destino. L’idea è quella di superare un mondo fatto di idealismo e di proclami, per tornare invece a una prospettiva pienamente realista: un quadro in cui a contare sono le intese di potere tra sovranità che scoprono di ottenere di più scambiando che predicando. Parlo di “realismo elegante” proprio per evidenziare tutto questo.

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