«L’Iran può fare la fine del Venezuela»
È una repressione brutale, senza precedenti negli ultimi anni, quella scatenata dal regime degli ayatollah in Iran contro la popolazione. Il blocco di internet nella Repubblica islamica e le comunicazioni che funzionano a singhiozzo non hanno impedito a dettagli agghiaccianti di emergere: il fermo immagine dei cadaveri ammassati a decine in lugubri sacchi neri nel Centro di medicina legale di Kahrizak alle porte di Teheran, i filmati ripresi con gli smartphone delle forze di sicurezza che sparano sulla folla, quelli dei cecchini che abbattono pacifici manifestanti, gli arresti di massa.
Secondo alcune organizzazioni per i diritti umani le vittime sono almeno 538 (Human Rights Activists News Agency), per altre hanno già raggiunto le 2.000 unità (fondazione del premio Nobel per la pace Narges Mohammadi). Sarebbero invece oltre 10 mila gli arrestati nel tentativo di frenare le manifestazioni di piazza iniziate il 28 dicembre dai commercianti per protestare contro il crollo spettacolare del rial, la moneta locale. Con l’inflazione in crescita del 39 per cento annuo, se nel 2018 un dollaro valeva 50 mila rial, oggi 1,4 milioni.
«La repressione del regime è più violenta perché la natura delle proteste è diversa rispetto al passato e il governo ha paura», commenta a Tempi Nicola Pedde, studioso della Repubblica islamica, direttore dell’Institute of Global Studies (Igs) di Roma e della rivista Geopolitics of the Middle East. «È possibile che si arrivi a una “soluzione venezuelana” come quella che abbiamo visto poche settimane fa a Caracas».
Professore, che cos’ha di diverso questa ondata di proteste rispetto alle tante che ciclicamente investono l’Iran?
Per la prima volta abbiamo osservato una protesta che unisce tre diverse componenti: i piccoli commercianti, storicamente ai margini dell’attività politica e di protesta nel paese e che in passato hanno sostenuto la Repubblica islamica; le componenti giovanili, quelle che di solito scendono in piazza contro il regime e che hanno un’agenda diversa rispetto a quella dei commercianti, perché non chiedono un miglioramento della condizione economica ma la democrazia e la fine del regime islamico; e infine i gruppi etnici curdi e arabi che hanno manifestato per le strade e hanno assaltato caserme di polizia e palazzi istituzionali.
È l’inedita unione di queste tre anime del paese che ha spinto il regime a utilizzare tanta violenza?
Sì, la saldatura di queste tre diverse posizioni ha allarmato le autorità della Repubblica islamica. La protesta, però, presenta anche somiglianze con quelle del passato.
Quali?
Non c’è una leadership condivisa, non esiste oggi un leader che catalizzi l’intera dimensione della protesta. Inoltre, manca un programma politico che possa unire i manifestanti e trasformare queste proteste in attività pre-rivoluzionarie o rivoluzionarie.

Reza Pahlavi, il figlio dello scià di Persia, dall’esilio negli Stati Uniti ha dichiarato di essere «pronto a governare il paese».
Lui è stato evocato in modo consistente sia durante le proteste sia dalla diaspora, ma è difficile capire se possa davvero unire il paese. Solo alcuni tra coloro che si oppongono a Khamenei sostengono la monarchia. Mi sembra più un’icona anti-regime, un po’ come una volta Khomeini era un’icona anti-monarchia. Non tutti quelli che invocano Pahlavi, insomma, lo vogliono davvero così come non tutti quelli che inneggiavano a Khomeini un tempo desideravano davvero una repubblica islamica. Forse è più un desiderio occidentale che della protesta iraniana.
Come sta reagendo il regime alle manifestazioni?
Da un lato, come vediamo tutti, con una repressione molto violenta, cercando di soffocare nel sangue la protesta. Dall’altro tentando di dividere il fronte della protesta tra manifestanti legittimi e illegittimi. Ai primi, cioè i commercianti, ha dato risposte rivedendo la legge di bilancio, incrementando i salari dal 20 al 40 per cento, per contenere l’inflazione, e stanziando un fondo straordinario di 9 miliardi per sostenere i sussidi al commercio. I secondi, invece, sono stati accusati di condurre una guerriglia e di essere terroristi: ecco perché vengono affrontati nel modo più violento possibile.
Il regime degli ayatollah la spunterà anche questa volta, come è già riuscito a fare tante volte in passato?
Io prevedo quattro possibili scenari. Primo: la repressione diventa talmente violenta che riesce a soffocare le proteste. Secondo: i manifestanti individuano una leadership, innescano un meccanismo rivoluzionario e fanno cadere il regime. Oppure, a fronte di un intervento di attori esterni, le autorità della Repubblica islamica percepiscono una minaccia esistenziale e sprofondano il paese in una sanguinosa guerra civile.

Qual è l’ultimo scenario?
Quello verso il quale il paese sembrava dirigersi già negli ultimi mesi. Il regime, cioè, cambia faccia e in seguito a un colpo di mano interno, un golpe bianco, gli esponenti di seconda generazione del regime legati ai pasdaran si liberano della teocrazia, dei vertici religiosi e sottomettono il paese con una nuova forma di autoritarismo.
Un regime militare?
Sì, qualcosa di simile a quello che accade in Egitto e Pakistan. Questa soluzione potrebbe essere interessante per gli americani, che vogliono il regime change ma non un collasso istituzionale del paese. Un Venezuela bis, insomma.
Donald Trump ha minacciato un intervento militare. Quali conseguenze potrebbe avere e come potrebbe essere condotto?
L’unico modo per aiutare la protesta sarebbe colpire l’apparato di sicurezza del regime, le caserme delle forze armate e le stazioni di polizia. Se puntassero alle postazioni missilistiche e agli impianti nucleari non vedo come potrebbe giovare ai manifestanti.
Trump ha anche dichiarato che l’Iran è «disposto a trattare». Su quali basi potrebbe essere condotta questa trattativa?
L’Oman sta cercando di mediare un negoziato e l’obiettivo sarebbe transitare il paese oltre il dominio degli ayatollah, ma non è chiaro quali potrebbero essere i termini. Se si verificasse uno scenario come l’ultimo che ho descritto, probabilmente Trump in cambio di aiuti chiederebbe garanzie di sicurezza per Israele e la riduzione del progetto nucleare. Ma tutto è ancora in fase embrionale.
I giovani che rischiano la vita per scendere in piazza si accontenterebbero di uno scenario venezuelano?
Non penso proprio. Sarebbe certamente troppo poco. I giovani, che rappresentano il 75 per cento della popolazione, non vogliono un autoritarismo diverso in sostituzione di quello religioso, vogliono un sistema democratico.
L’Iran è così debole a causa delle sconfitte subite nell’ultimo anno, dai raid americani dell’ultima estate allo smantellamento del cosiddetto “Asse della resistenza” da parte di Israele?
Nello scontro con Washington e Tel Aviv, Teheran ha superato una linea rossa e ha provocato uno choc emotivo alla popolazione perché era dai tempi della guerra con l’Iraq che il paese non veniva attaccato da una forza straniera. Lo sgretolamento delle alleanze regionali, dalla caduta di Assad in Siria, al ridimensionamento di Hezbollah in Libano e di Hamas a Gaza, fino alla difficoltà a gestire un alleato come gli Houthi in Yemen, ha infine indebolito il regime degli ayatollah.
Un Iran governato da un diverso tipo di regime smetterebbe di essere considerato un pericolo nel Medio Oriente e nel mondo?
Forse Teheran entrerebbe in un percorso di normalizzazione sul piano geopolitico, ma dal punto di vista interno per i giovani iraniani non cambierebbe quasi niente.
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