Perché i paesi arabi restano in silenzio davanti ai massacri in Iran
Più di 2.500 persone sono morte in Iran durante le manifestazioni contro il regime islamico degli ayatollah. Il dato, diffuso dalla Ong Hrana, è però conservativo dal momento che internet è ancora bloccato nel paese e le comunicazioni funzionano a singhiozzo. Secondo Iran International, ad esempio, le vittime sono più di 12 mila e l’ordine di sparare sui manifestanti verrebbe direttamente dal Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e dalla Guida suprema Ali Khamenei. La strage sarebbe stata compiuta dai membri del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, i pasdaran, e dalla milizia Basij.
Si tratta del più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, con l’aggravante che le vittime sono soprattutto giovani sotto i 30 anni e che il dato potrebbe presto aumentare, dal momento che il presidente della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha promesso che «agiremo rapidamente» contro gli oltre diecimila arrestati. Molti, accusati di terrorismo, potrebbero ricevere la pena di morte.
Nonostante la situazione sia disastrosa, con Donald Trump che fomenta le proteste popolari e minaccia esplicitamente di attaccare l’Iran, i paesi sunniti del Golfo sono stranamente silenziosi nei confronti del loro avversario regionale numero uno.
Il mondo arabo resta prudente
Come nota l’Economist, l’ultima volta che la Repubblica islamica è stata invasa da proteste popolari di massa, nel 2022 in seguito alla morte di Mahsa Amini, i media panarabi, spesso sovvenzionati dalle monarchie del Golfo, ne hanno coperto tutti gli sviluppi 24 ore su 24 per settimane.
Oggi le proteste sono di gran lunga più ampie di quelle del 2022, e presentano per il regime degli ayatollah un pericolo di gran lunga superiore, eppure il mondo arabo non sta soffiando sul fuoco della protesta. Anzi.
Trump minaccia di colpire l’Iran
Arabia Saudita, Oman e Qatar hanno tentato privatamente di convincere l’amministrazione Trump a non attaccare militarmente l’Iran per non innescare una nuova fase di instabilità nella regione. L’iniziativa diplomatica è iniziata specialmente dopo che il presidente degli Stati Uniti ha scritto su Truth: «GLI AIUTI STANNO ARRIVANDO».
I paesi arabi temono innanzitutto l’impatto economico che un attacco potrebbe avere sul passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz, dal quale transita un quinto del petrolio mondiale e che potrebbe essere bloccato.

Petrolio, attacchi, instabilità
Inoltre, hanno paura che il regime degli ayatollah possa vendicarsi lanciando attacchi missilistici contro le truppe e le basi americane in Bahrain, Qatar, Kuwait ed Emirati.
Infine, una guerra civile o un cambio di regime in Iran potrebbe destabilizzare l’intero Medio Oriente per mesi, se non anni, minando quella stabilità che all’Arabia Saudita serve come il pane per portare avanti i suoi progetti di sviluppo economico.
L’Iran minaccia gli Usa
Il regime di Teheran avrebbe avvertito i paesi arabi che se gli Usa attaccheranno l’Iran, le basi americane sul loro territorio verranno colpite. Ali Shamkhani, consigliere di Ali Khamenei, ha avvisato gli Stati Uniti che il governo iraniano potrebbe colpire la base americana Al Udeid in Qatar, la più grande del Medio Oriente, dove si trovano 10 mila truppe Usa.
La probabilità di un attacco non è peregrina, per questo il Qatar ha preso non meglio specificate «misure di sicurezza» per il proprio personale, mentre gli Usa hanno fatto evacuare del personale dalla base qatariota e non solo. Le stesse misure erano state prese a giugno prima dei raid contro i siti missilistici e nucleari del paese.

In tanti vogliono un Iran debole
Un intervento militare americano potrebbe cambiare profondamente la situazione, ma al momento la repressione del regime islamico sembra avere funzionato. E molti paesi arabi potrebbero non essere così dispiaciuti.
L’Iran infatti è un gigante di oltre 90 milioni di abitanti (uno su due ha meno di 35 anni) con i secondi giacimenti di gas naturali più grandi al mondo e i quarti di petrolio. Nonostante questo, gli idrocarburi rappresentano soltanto il 10 per cento del Pil, generato soprattutto da servizi, industria e agricoltura.
Se nel paese si instaurasse un governo democratico, in grado di recuperare un ruolo positivo nella comunità internazionale, e venissero eliminate le sanzioni che pesano come un macigno sull’economia, l’Iran potrebbe diventare la principale potenza del Medio Oriente. E il suo successo potrebbe spingere le popolazioni di alcune monarchie autoritarie del Golfo a ribellarsi.
Ecco perché a molti paesi del Medio Oriente, tutto sommato, potrebbe fare più comodo un Iran debole e ininfluente sotto gli ayatollah, ora che l’Asse della resistenza del quale era a capo è stato smantellato, che un Iran democratico in grado di sviluppare tutto il proprio potenziale.
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