Il poeta bianco che si è finto nero e fluido per farsi pubblicare

Di Piero Vietti
30 Luglio 2025
Un canadese bianco eterosessuale che non riusciva a trovare un editore per i suoi versi si è reinventato di colore e gender-fluid e ha pubblicato decine di poesie bruttissime. Un caso esemplare di cancel culture
Jeffrey Wright nei panni del professor Thelonious “Monk” Ellison, protagonista di “American Fiction”
Jeffrey Wright nei panni del professor Thelonious “Monk” Ellison, protagonista di American Fiction

Tra le poesie candidate al Best of the Net Award 2025, premio che ha lo scopo di attirare l’attenzione sugli scrittori emergenti della scena letteraria indipendente, c’era anche un testo di b.h. fein, autore (o autorə) i cui pronomi sono “è/complicato”. La poesia ha un titolo volgarissimo e irripetibile, e fa così:

Poesia woke di b.h. fein pubblicata dalla rivista “Jake”
Screenshot da jakethemag.com

La poesia è orrenda, ed è stata pubblicata sulla rivista online Jake, uno di quei magazine che piacciono a chi si sente alternativo, radicale, colto e naturalmente chic. Perché parlarne? Lo ha fatto qualche giorno fa The Free Press, partendo proprio da questa poesia di b.h. fein per dire, innanzitutto, che b.h. fein non esiste. È uno dei tanti pseudonimi di un canadese bianco ed eterosessuale, che ha raccontato alla testata diretta da Bari Weiss di aver passato gli ultimi anni a inventare identità minoritarie, per poi pubblicare poesie terribili sotto questi pseudonimi.

Il poeta «membro gender-fluid della diaspora nigeriana»

Ha finto di essere Dirt Hogg Sauvage Respectfully, autore di poesie come dio non-b o: quale divinità sarebbe una Terf?, e si è spacciato online come Adele Nwankwo, «membro gender-fluid della diaspora nigeriana», che ha pubblicato decine di poesie «comiche e brutte» (cit. The Free Press) in una vasta gamma di riviste letterarie indipendenti nell’anglosfera negli ultimi tre anni, tra cui una su una wrestler lesbica di cui vale la pena riportare alcuni versi:

«Volete sapere come mi sento dopo essere stata fregata dalla vittoria su Pat Patriarchy a Survivor Series? Sono furiosa. Sono eccitata. Oh, sono così arrabbiata che potrei baciare una donna che non mi piace nemmeno in questo momento!».

Ad aprile, l’uomo dietro queste identità ha confessato online di avere «assunto una serie di pseudonimi “attraenti”» per «testare i limiti dell’industria della poesia e quanta buffoneria fosse disposta a tollerare al giorno d’oggi». River Page di Tfp, che ha verificato le sue affermazione e parlato con lui, scrive che l’uomo, presentatosi come Jasper Ceylon, avrebbe «passato due anni a ingannare gli editori, facendo credere loro che i suoi pronomi o il colore della sua pelle fossero meno “regolari” di quanto non fossero in realtà; e in quel periodo, ha affermato che 47 delle sue poesie intenzionalmente brutte erano state pubblicate su numerose riviste letterarie indipendenti».

La poesia di un bianco non trova spazio? E lui diventa nero

Qualche anno fa Jasper Ceylon, il cui vero nome è in realtà Aaron Barry, come svelato da Tfp, cercava di farsi pubblicare alcune poesie, venendo sistematicamente respinto dalle case editrici. «Non rientravo nel gruppo demografico che avrebbero anche solo preso in considerazione di accettare. Sui loro siti web sostenevano apertamente le voci degli emarginati e tutto il resto. Ho pensato: “Wow, probabilmente sarebbe molto più facile entrare se avessi qualche tipo di legame con una di queste identità”».

Detto, fatto: Ceylon si presenta online come Adele Nwankwo e si fa pubblicare versi scritti in finto creolo intitolati yah jah gah hah in una raccolta di poesie pensata per «amplificare le voci dei sottorappresentati e degli emarginati».

Come nota River Page, «Ceylon non è certo il primo a sostenere che l’editoria in lingua inglese sia invasa da quello che il mio collega Coleman Hughes chiama “il nuovo razzismo”: ovvero, invece di dare a tutti pari opportunità, indipendentemente dal colore della pelle, gli editori percepiscono attivamente alcune etnie come più meritevoli di altre».

Lo “scherzo” di Peter Boghossian

Il caso di Jasper Ceylon ricorda da vicino due episodi emblematici. Il primo è il progetto satirico di Peter Boghossian e colleghi, che alcuni anni fa riuscirono a far pubblicare, in riviste accademiche di alto profilo, articoli deliberatamente assurdi e costruiti per assecondare i dogmi dell’identità, del genere fluido e dell’oppressione sistemica. In uno di questi testi, gli autori sostenevano con tono serio che osservare cani che si accoppiano nei parchi potesse essere un’esperienza utile per decostruire il patriarcato. Il punto era dimostrare che il sistema editoriale delle humanities americane aveva ormai rinunciato a ogni criterio di verità o rigore, in favore di un conformismo ideologico assoluto. Il successo dell’esperimento fu tale da costare a Boghossian la carriera universitaria: fu accusato non di aver mentito, ma di aver messo in discussione la macchina ideologica (Tempi lo ha intervistato nel 2021).

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Il secondo parallelo viene dalla cultura pop, con il film (e romanzo) American Fiction, premiato con l’Oscar 2024 per la miglior sceneggiatura. Il protagonista, uno scrittore nero frustrato dall’industria editoriale, pubblica per gioco un romanzo grottesco, pieno di stereotipi razziali, e lo firma con uno pseudonimo inventato. Risultato: il libro diventa un successo. Il messaggio del film è chiaro e amaro: l’industria culturale americana, che si proclama antirazzista, ha in realtà bisogno di stereotipi e cliché per riconoscere l’identità nera. Invece di combatterli, li mercifica.

Che poesia interessa agli editori?

L’aneddotica abbonda, eppure ci si continua a domandare come sia possibile che un’intera industria culturale – fatta di editor, curatori, redazioni, professori e lettori – non si sia accorta per anni che l’identità di quei poeti assurdi era finta. La risposta è semplice: non potevano permettersi di dubitare. In una cultura dove l’identità percepita vale più della realtà, ogni sospetto rischia di trasformarsi in “razzismo”. Meglio dunque accettare acriticamente, pubblicare senza fiatare, aderire alle formule previste. Il politicamente corretto non è più un fenomeno esterno che disturba il lavoro culturale: è il lavoro culturale stesso.

Come ha twittato la scrittrice Joyce Carol Oates nel 2022: «Un amico agente letterario mi ha detto che non riesce nemmeno a convincere gli editori a leggere i primi romanzi di giovani scrittori bianchi, non importa quanto bravi; semplicemente non sono interessati. È straziante per autori che, in realtà, potrebbero essere brillanti e critici nei confronti del proprio “privilegio”».

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Donald Trump è stato rieletto lo scorso anno anche per mettere fine a tutto questo. La sua crociata contro i Dei (e adesso addirittura contro il woke nell’intelligenza artificiale) ha meriti indiscutibili, al netto di qualche eccesso da “woke di destra”. Ma come scrive Page, «è molto più difficile cambiare un settore e una cultura che cambiare l’inquilino della Casa Bianca». Cancel culture e politicamente corretto non sono più marginali o temporanei. Sono ormai meccanismi interni e strutturali della produzione culturale americana. Non si limitano a censurare chi dissente, ma costruiscono ambienti in cui il dissenso non è nemmeno concepibile. Dove si premia solo chi si adegua, anche fingendo, anche mentendo, purché lo faccia nella lingua giusta.

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