Contorni del mondo che verrà (e che iniziamo a scorgere)

Di Carlo Marsonet
12 Luglio 2026
L’ultimo volume di Giulio Sapelli constata che viviamo in una situazione di una «guerra totale permanente». Non esiste più una stabile (per quanto precaria) situazione di equilibrio geopolitico
Bombardamento aereo di guerra
Foto Depositphotos

Si stava meglio quando c’era la Guerra Fredda. Non sono in pochi a pensarla così, e forse non a torto. Basta guardarsi intorno per scorgerne le ragioni: conflitti sparsi qua e là, situazioni di tensione capillari, mancanza di equilibrio su scala internazionale. Se è vero, come insegnano i classici realisti antichi e moderni delle relazioni internazionali, che il sistema interstatale è basato sull’anarchia, meglio un’anarchia temperata da un precario equilibrio tra grandi blocchi e grandi potenze piuttosto che una situazione in cui si fatica a comprendere gli schieramenti. Non solo. In cui si sfarina una certa coesione sul piano valoriale. Ci eravamo illusi che la storia fosse finita con la caduta del Muro di Berlino. L’insipienza mostrata chiede ora il conto salato, salatissimo.

Quello che si può fare è riscoprire un po’ di realismo leggendo grandi autori come Kenneth N. Waltz, del quale non a caso è stato da poco pubblicato, nella collana “Scienza politica e Teoria politica” curata da Damiano Palano ed edita da Scholé, L’uomo, lo Stato e la guerra. Un’analisi teorica. La citazione ciceroniana che lo studioso americano mancato ormai più di dieci anni fa inserisce in un capitolo chiave del libro spiega forse più di molte altre considerazioni il suo realismo e fa luce su come vada letta la realtà internazionale: «Giacché che cosa si può fare contro la forza senza forza?». Un altro libro, ancora più recente, che aiuta a riflettere sul mondo odierno e su quello che forse verrà è quello appena pubblicato da Guerini e Associati a firma di Giulio Sapelli: Il nuovo mondo. Guerra terra, potere, Trump e i nuovi imperialismi (con prefazione del politologo Mauro Calise).

Una lotta costante

Economista e storico di fama internazionale, Sapelli invita a guardare al mondo di oggi senza infingimenti: finita la Guerra Fredda, è l’ora – non da oggi, in verità – di una sorta di guerra latente permanente. Anzi, per dirla proprio con le sue parole, meno ottimistiche, di una «guerra totale permanente». Un’espressione ripresa da uno studioso di geopolitica del primo Novecento, Nicholas J. Spykman (sulla cui figura, per chi fosse interessato, si può vedere il focus dedicato nel 2015 dalla “Rivista di Politica” diretta da Alessandro Campi). Per lo studioso nato ad Amsterdam e morto negli Stati Uniti nel 1943, dopo l’avvento del nazionalsocialismo si sarebbe verificata una cesura netta nei conflitti: se prima, cioè, era relativamente chiara la divisione tra tempi di pace e tempi di guerra, in seguito le cose sarebbero mutate drasticamente, venendo meno la «distinzione delle forme assunte dalla lotta per il potere in tempo di pace e in tempo di guerra. Nessuno Stato – scrive Spykman – può più illudersi che l’allestimento della difesa nazionale possa limitarsi alla preparazione di un conflitto futuro. La lotta è ormai una costante. La guerra totale è una guerra permanente».

Vecchi e nuovi imperialismi

Per Sapelli, il mondo attuale (e quello del futuro) sperimenta conflitti costanti: non esiste più una stabile (per quanto precaria) situazione di equilibrio geopolitico basato sulla diplomazia (andatevi a rivedere il focus che Lisander ha dedicato proprio al tema della crisi della diplomazia). Tale assenza comporta il rischio di una costante guerra permanente, appunto. Ma non è solo questo. Sapelli vede chiaramente emergere vecchi-nuovi imperialismi, quello americano-trumpiano e quello cinese. Denuncia inoltre alcune minacce più vive che mai, come il fondamentalismo islamista, da troppi negato o minimizzato, e l’incapacità complessiva delle élite occidentali della missione a cui sono chiamate. Quando si dice che l’insipienza chiede prima o poi il conto.

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