Il woke è ancora vivo, e si è spostato a destra. Parola di Rod Dreher
«Il wokismo non ha ancora raggiunto il suo apice, ma è rimasto profondamente radicato nelle istituzioni americane. In più, si è spostato a destra». A scrivere queste parole non è un editorialista di Repubblica o del Washington Post, ma uno dei più seri esponenti del conservatorismo americano, lo scrittore Rod Dreher.
L’autore de L’opzione Benedetto e La resistenza dei cristiani (che Tempi presentò a Roma e Milano nel 2021 insieme all’autore) non è certamente sospettabile di intelligenza con il nemico: trasferitosi anni fa a Budapest per sfuggire agli eccessi woke dell’America liberal e perché «affascinato dal modo in cui questi paesi post-totalitari si stanno ricostruendo», amico di J.D. Vance, stimato da Viktor Orbán, da tempo denuncia il “totalitarismo soft” in cui la sinistra occidentale è caduta a colpi di cancel culture e politicamente corretto.
Come scrive Bari Weiss introducendo il saggio che Dreher ha pubblicato su The Free Press, «Rod supererebbe i più severi test di purezza conservatori contemporanei», ma «è molto preoccupato per la direzione che sta prendendo la destra americana».
Rod Dreher: «Non voglio vivere in un mondo totalitario né di sinistra né di destra»
Negli ultimi mesi Dreher sta girando gli Stati Uniti per presentare il documentario tratto dal suo libro Live Not by Lies – A Manual for Christian Dissidents e, scrive, «sto assistendo alle profonde incursioni, in un periodo così breve, che il totalitarismo di destra, espresso il più delle volte come antisemitismo, ha compiuto, soprattutto tra una crescente fascia di uomini di destra. E a differenza di tanti che lo sottolineano, questa comunità non mi è esotica o estranea: questo è il mio mondo. Non voglio vivere in un mondo totalitario di destra più di quanto non voglia vivere in uno di sinistra. Anche se la consapevolezza è in declino, gli indicatori di una società matura per il totalitarismo sono ancora ben presenti. E quindi sento il bisogno di lanciare l’allarme».

Lo scrittore conservatore, cattolico convertitosi all’ortodossia, mette in fila numerosi esempi soprattutto di come l’estremismo di destra si nutre di complottismo online e sfocia nell’antisemitismo, anche da parte di tanti cristiani. Negli ultimi anni negli Stati Uniti c’è stato un boom di podcaster di destra, ascoltati da milioni di persone, che in reazione all’oppressione woke di sinistra hanno lanciato una controffensiva “culturale” altrettanto violenta e senza esclusione di colpi.
La rabbia dei bianchi diventa radicalismo di destra e antisemitismo
Scrive Rod Dreher che «tanti giovani bianchi, eterosessuali e cristiani sono cresciuti in una cultura che li ha convinti di essere la fonte della maggior parte dei mali del mondo, semplicemente in virtù della loro identità non scelta. Il radicalismo di destra, incluso l’antisemitismo, poiché alcuni dei loro persecutori sono figure intellettuali e culturali ebraiche, esprime la loro rabbia e il loro trauma e ne convalida la furia». In più c’è brivido della trasgressione nello scandalizzare i liberal che per anni hanno spiegato loro che dovevano odiare se stessi in quanto maschi bianchi etero e i conservatori che non si sono opposti a quell’ideologia dominante.
La diagnosi di Dreher è chiara: «Se quasi tutto nella tua cultura ti dice che sei un pezzo di merda, non per qualcosa in cui credi o che hai fatto, ma per quello che sei, allora è facile capire perché inizierai ad ascoltare e a fidarti di chi denuncia questa menzogna come tale. Ma – e questa è la chiave – in una cultura che valorizza l’identità, le emozioni e la trasgressione, è anche facile lasciarsi sedurre da cattivi attori che trasformano la tua rabbia in un’arma».
Stiamo parlando di una minoranza?
Ora sarebbe facile obiettare a Dreher – ed è quello che succede, scrive lui – che non si deve dare troppo peso ai troll, che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio e che tra tanti “buoni” a destra può capitare che ci siano delle mele marce. Però, replica il pensatore conservatore, giustificare questi eccessi in nome della più alta e importante battaglia contro il pensiero totalitario progressista può avere conseguenze molto gravi: «Il pensiero totalitario è negativo, qualunque sia la sua base ideologica. Anche se la versione di sinistra ha perso un po’ di vigore nell’era post-Biden, le condizioni che hanno portato alla consapevolezza permangono – e le persone di destra (soprattutto i giovani) sono altrettanto suscettibili al canto delle sirene della certezza ideologica e alla tentazione di schiacciare chiunque si frapponga sul loro cammino».
Demonizzati per anni dalle elite politiche e culturali, i ragazzi bianchi americani sono cresciuti sentendosi additare come i colpevoli di tutto ciò che non va nel mondo, trovandosi senza demeriti più indietro di altri appartenenti a minoranze nelle graduatorie scolastiche e nelle possibilità di fare carriera. È il paradosso della politica identitaria, scrive Dreher: «Non solo perché diceva alle minoranze che la cosa più importante per loro è la loro identità, ma perché allo stesso tempo diceva agli uomini bianchi che per loro la cosa più importante è l’essere bianchi». È normale che cerchino solidarietà con altri che subiscono la stessa ingiustizia o la denunciano (molti podcaster di destra che danno spazio a tesi aggressive e strampalate non sono uomini bianchi, una delle più note anzi, Candace Owens, è una donna di colore).
Rod Dreher: «La destra non è immune dagli eccessi woke della sinistra»
«Il Grande Risveglio ci ha rivelato quanto la sinistra politica fosse disposta a rendersi folle, e a cercare di costringere il resto di noi a esserlo, per il bene di sostenere le sue verità ideologiche. “Rispetta il pene femminile, bigotto”, e così via. La destra non è immune a questo». Soprattutto se si affida a chi – seguito da milioni di persone – diffonde teorie assurde sull’allunaggio “falso e gay”, dice che gli esperimenti sugli ebrei ad Auschwitz sono “bizzarra propaganda” e che il vero cattivo della Seconda Guerra mondiale era Churchill e non Hitler.

La reazione agli eccessi woke è diventata un “liberi tutti” che dà spazio e dignità a qualsiasi idea tranne a quelle woke. E se si fa notare a qualcuno di destra che ha espresso un’opinione spregevole ci si sente rispondere con battute sulla cancel culture, dice Dreher, che saggiamente annota: «Opporsi alla cultura della cancellazione – il soffocamento istintivo di qualsiasi discorso o espressione che violi un tabù – non ci obbliga a lasciar passare tutto il male che si può dire solo per dimostrare la nostra buona fede nella libertà di parola».
Il legame tra solitudine e totalitarismi
In un mondo iperconnesso in cui le persone sono però sempre più sole, è facile cadere preda dei totalitarismi, come diceva Hannah Arendt citata da Dreher: «Ciò che prepara gli uomini al dominio totalitario in un mondo non totalitario è il fatto che la solitudine, un tempo un’esperienza limite solitamente sofferta in certe condizioni sociali marginali come la vecchiaia, è diventata un’esperienza quotidiana delle masse in continua crescita del nostro secolo».
Se questo era vero sessant’anni fa, oggi lo è ancora di più, poiché «viviamo in un mondo in cui milioni di persone vivono intrappolate in una rete digitale da loro stesse creata. La solitudine e l’ansia sociale sono fuori scala, soprattutto tra i giovani. Siamo entrati in una cultura distopica in cui le persone sole hanno relazioni con amanti creati dall’intelligenza artificiale e in cui i magnati della tecnologia parlano di migliorare la vita delle persone sole usando l’intelligenza artificiale per inventare loro più “amici”. Quanto può resistere una cultura del genere alle tentazioni totalitarie provenienti da sinistra o da destra?
All’inizio del suo saggio Dreher racconta di un uomo che, dopo una presentazione del suo documentario, gli chiede se con Trump alla Casa Bianca il wokismo sia finito. La risposta è no. «Le condizioni che hanno permesso a entrambe le forme di totalitarismo di trionfare in Germania e Russia sono ancora ben presenti», conclude il pensatore conservatore. Prima ce ne accorgiamo, meglio è.
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