«O Cristo o il nulla». In morte di Goffredo, un uomo emozionato

Sei stato il più famigliare compagno di lockdown. Tu tra gli Appennini molisani. Io in collina di Gallura

San Vincenzo al Volturno

L’epopea della fase 2 / 17

«Carissimo Gigi, quanto lavoro c’è da fare per penetrare la cortina di menzogne messa su dalla mentalità dominante. Non è proprio facile, ma bisogna farlo. È un lavoro sovrumano. Va fatto con l’aiuto della Madonna. “O Cristo o il nulla”. Grazie e buona giornata».

Era il 29 aprile. Sei stato il più famigliare compagno di lockdown. Tu tra gli Appennini molisani. Io in collina di Gallura. Goffredo Giacca, caro Goffredo, te ne sei andato l’altro ieri, sabato mattina 27 giugno, nel bel mezzo di eventi crudelissimi e insormontabili dalla sola umana ragione. La povera mamma uccisa coi suoi due bambini dal cornicione di Albizzate. Il povero padre assassino che ha strozzato i suoi due splendidi bambini e si è buttato giù dal ponte della Vittoria, un tonfo di 94 metri, in quel di Cremeno, Valsassina (e chissà perché mi sono fatto l’idea biblica di una tragedia biblica: «Maledetto l’uomo solo, quando cadrà non ci sarà nessuno a rialzarlo»). E adesso tu, amico mio.

Mentre il giorno se ne va col mistero di una bambina di nome Giada, pochi mesi, abbandonata dalla madre perché affetta da una malformazione cardiaca. Aveva giusto trovato casa, stava arrivando tra le braccia di una coppia di amici. «Ma questa mattina è morta». (E io adesso so perché Dio nella Bibbia dice: «Il mio giusto vive di fede», la giustizia è la fede. Menzogna suprema sono le magliette e gli striscioni che cercano giustizia nei tribunali: non scrivete più “giustizia per pincopallo”, scrivete la verità: “Siamo vittime, vogliamo denari”). 

Dopo di che, arriva la telefonata di Nicola, dalla fatica affannosa di un uomo sotto pesante chemioterapia – un uomo dalla statura eccezionale – che mi informa col calore di lacrime della tua morte improvvisa, Goffredo Giacca, lassù sui tuoi monti della Meta.

Non era una semplice gita la tua. Avevi questa fissa di onorare con una edicola scolpita nella roccia i Martiri volturnensi. 10 ottobre 881: 900 monaci benedettini trucidati dai Saraceni. Trent’anni dopo, il monastero venne ricostruito sulla riva destra del Volturno e i trenta monaci benedettini che lo rifondarono animarono anche i primi insediamenti di popolo. Le tue radici erano già lì. Tant’è che il tuo borgo, Colli al Volturno, appartiene di diritto a quella epopea benedettina.

Ecco, grazie a te e ai tuoi-nostri amici di Comunione e Liberazione, il seme della fede dei martiri ha continuato a fiorire fino a diventare un pellegrinaggio annuale che attraversa gli Appennini e si unisce all’abbazia di Montecassino. La stessa abbazia a cui è ancorata la Fraternità  di Cl.

«Ci tengo a farti vedere una delle intenzioni di preghiera del matrimonio di mia figlia domani: Per Yair e Marzia, perché nella sequela ai santi della loro storia, in particolare Andrea Aziani e Luigi Giussani, e con la grazia di Cristo, divampi in loro la “febbre di vita” e la passione per l’uomo. Ascoltaci, o Signore».

E questa è del 30 aprile, vigilia del matrimonio a Roma di tua figlia Alessandra. Caro Goffredo, te ne sei andato all’improvviso in mezzo a tre eventi insormontabili dall’umana ragione. E invece no – ci hai voluto dire con la tua morte – niente è estraneo alla ragione, poiché la Ragione è Cristo. «O Cristo o il nulla».

Eri buono. Davvero buono, come mi ha detto Nicola tra le lacrime. E come già sapevo. Eri un uomo buono perché eri un uomo – non so come dire, lasciamela passare per adesso, non so dire meglio – eri un uomo emozionato. Emozionato e buono, come emozione e bontà suscitano quei Colli al Volturno, quelle sorgenti del Volturno. Acque limpide (ci sono ancora i gamberetti d’acqua dolce) dove mi accompagnasti un giorno a farmi notare gli incroci del Destino: i martiri volturnensi, il cardinale Schuster, quella foto di classe del seminario di Venegono, la stele a don Giussani. Come sia stato possibile che Nicola, io, te, Schuster, Giussani, 900 ragazzi e chissà quanti Saraceni, ci siamo incrociati in tempi diversi ma per qualcosa di identicamente significativo e vitale, che non dimenticheremo mai, alle sorgenti del Volturno; uomini di tempi e regioni così diverse e lontane…

Tu adesso questo lo sai. A dire il vero già un po’ lo sapevi. Altrimenti, avresti potuto scrivere al nostro direttore qui di Tempi – era pieno lockdown, era assalto alla Lombardia – che fu per un soldato milanese capitato in casa dei tuoi avi molisani che infine arrivasti a incontrare il movimento a Rimini nel 1986?

«Ebbene, carissimo fratello, questo per dirti che al di fuori della Storia cristiana tentativamente vissuta non c’è salvezza. Bisogna ricominciare dall’educazione del popolo, come sempre ci ha detto il nostro Grande Amico. E per noi europei italiani può essere una grande occasione perché siamo già dentro la Tradizione, basta guardare la storia cristiana, ambrosiana e benedettina. La Longobardia. Se vuoi la nostra storia, quella della Chiesa. La Madonna, sicurezza della nostra speranza, non ci farà mancare il Suo aiuto».

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