Che senso può avere la tragedia di Albizzate senza Cristo e la Sua Croce?

«Ho pregato per quel povero padre marocchino rimasto in vita a sopportare questo dolore per il resto dei suoi anni. Cosa se ne fa della nostra “accoglienza”?». Una lettera

Vigili del fuoco al lavoro sulle macerie del tetto crollato ad Albizzate (Varese) sotto il quale sono rimasti vittime una donna marocchina e due dei suoi figli

L’epopea della fase 2 / 16

Tutti i santi giorni, a cominciare dal principiare del mattino, ricevo i pensieri in libertà ma anche notevoli rassegne stampa da un chirurgo mio coetaneo rimasto vedovo dopo che la moglie, esattamente come nel caso Eluana, vittima di un ictus era rimasta allettata e apparentemente priva di coscienza vigile per molti anni. Forse dieci, forse di più.

Dovrei pubblicarlo tutti i santi giorni per l’acutezza e profondità dei suoi giudizi. E chissà che succederà se il direttore vorrà inaugurare una nuova rubrica che potrebbe avere uno di quei magnifici titoli che il fondatore di Jaca Book appioppava a libri, collane e perfino al Meeting di Rimini al tempo dei qualificativi “Socrate, Sherlock Holmes, Don Giovanni”.

E comunque il mio amico chirurgo venerdì mattina mi ha mandato una cosa che mi pare bello e istruttivo condividere con i lettori. Dice che

Oggi ho pregato per quella povera famiglia di marocchini di Albizzate, per la povera madre morta, per i bambini morti e per il povero padre rimasto in vita a sopportare questa ferita e questa croce per il resto dei suoi anni.

Appunto noi diciamo in questi casi con facilità “croce”… e chi non conosce il valore redentivo e consolante della Croce? Nella mia esperienza personale in tanti mi hanno aiutato e ringrazio tutti, amici e parenti, cristiani e non, ma al fondo quel che mi ha fatto stare davanti a reggere per anni questa situazione che Dio mi ha dato, questa dura prova di tenuta di equilibrio anche psicologico, come marito e come padre, nel profondo più profondo di me stesso, alla radice di me stesso, è stata la fede nelle modalità con cui l’avevo ricevuta da piccolo.

Io ringrazio tutti, ripeto, ma senza quella radice non avrei neanche capito o forse neanche accettato l’aiuto e la presenza degli amici.

Ci ho pensato tante volte nel mio lavoro, davanti a pazienti musulmani vittime di malattie incurabili o di gravi traumi gravemente disabilitanti (ricordo anni fa un operaio caduto e rimasto tetraplegico: continuavo a guardarlo negli occhi, come per dirgli qualcosa, che Cristo c’era anche per lui, ma non potevo dirglielo verbalmente). Pensando al padre di Albizzate: la loro religione, che aiuto avrebbe potuto dare loro?

In una religione dove non c’è la conoscenza della Croce, la sofferenza di un essere tetraplegico che dura anni, un dolore così, che che senso possono avere?

Per questo, aver ridotto la fede solo ad una compagnia sociale di pur belle amicizie, ma che non riescono mai ad arrivare nel profondo dell’anima di ognuno in modo da “armarlo” e renderlo capace di affrontare le prove della vita, è stato un grave delitto che ha privato anche i non cristiani venuti qui, anche i musulmani venuti qui in Italia e che soffrono nel corpo e nello spirito, della possibilità di una forza per vivere.

Venendo qui trovano invece solo chiacchiere e il paternalismo dialogante di volontari e assistenti sociali. Mai incontrano la forza per vivere dopo certe disgrazie, come l’avrebbero incontrata decenni fa. Per fare i moderni dialoganti a tempo perso, abbiamo privato anche loro di questo tesoro spirituale (che c’era in Italia!) che avrebbe potuto aiutarli in certe situazioni drammatiche. Come ad Albizzate.

Invece adesso quel tesoro che abbiamo buttato via non l’abbiamo più noi e quindi non possiamo neanche darlo a loro. E dell'”accoglienza” che facciamo anche nella Chiesa dovremmo solo vergognarci: è puro fumo, nel migliore dei casi, quando non è addirittura interesse economico…

La prima accoglienza è dare la fede in Cristo. Far conoscere e Cristo e la Sua Croce. Il padre di Albizzate adesso che cavolo se ne fa dei discorsi vaghi e melliflui che fa tanta Chiesa attuale sulla accoglienza e sul volemose bene?

La sua prova adesso è simile a quella che ho avuto (e ho) io, anzi più pesante. E posso dire che senza quella fede radicata da 2000 anni nella Chiesa – che mi auguro in futuro sia sempre in ritardo, non di 200, ma di 2000 anni! – senza quella fede lì io non ce l’avrei fatta.

Grazie F.

Foto Ansa