«Sarà una nuova Libia». Alcuni buoni motivi per dubitare del piano di Obama contro lo Stato islamico

Il presidente Usa vuole bombardare le postazioni dei terroristi islamici in Siria, lasciando il lavoro sporco sul campo ai ribelli “moderati”. Che però quasi dappertutto sono ormai alleati di Al Qaeda

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«La cosa migliore del piano della Casa Bianca? Barack Obama si è finalmente convinto che quella dell’Isis è una minaccia strategica». Punto. Le buone notizie cominciano e finiscono qui secondo Richard Haas, capo del Council on Foreign Relations, collaboratore di Bush padre e convocato alla Casa Bianca per discutere l’operazione prima del discorso di Obama.

IL PIANO. Con un intervento televisivo in prime time il presidente Usa ha promesso di eliminare lo Stato islamico bombardando con altri paesi le postazioni dei suoi oltre 30 mila uomini in Iraq e in Siria, senza mandare un uomo (a parte alcuni esperti e addestratori) sul campo. In Iraq, il lavoro sporco sarà compiuto dall’esercito curdo e da quello del nuovo governo di Baghdad, in Siria dai ribelli “moderati”, che Washington finanzierà, armerà e addestrerà.

E DOPO I JIHADISTI? «Con gli attacchi dal cielo si può fare molto ma non tutto», ha detto Haas rispondendo alle domande del Corriere della Sera. «Immaginiamo per un attimo che i bombardamenti americani mettano in fuga l’Isis: chi occuperebbe il territorio così liberato? Non vogliamo certo che siano il regime di Assad o altri gruppi terroristi come il fronte di Al Nusra. Certo, idealmente dovremmo puntare sui combattenti delle formazioni moderate, ma sappiamo che si tratta di gruppi deboli e divisi. È qui che il silenzio di Obama inquieta».

PROBLEMI IN IRAQ. Se infatti l’operazione annunciata da Obama è «difficile, ma non impossibile, in Iraq», secondo il Corriere, l’attacco è «molto più complicato, se non destinato al fallimento, in Siria». La verità è che sul campo non ci sono «alleati affidabili»: «A fianco del nuovo governo di Baghdad, ancora tutto da verificare per tenuta e affidabilità, ci sono le infide milizie sciite». In Siria invece va peggio: «Qui le milizie “alleate” sono morte e sepolte ormai da tempo. I jihadisti le hanno sterminate o assorbite nei loro ranghi quasi ovunque».

ESISTONO I “MODERATI”? Anche uno dei jihadologi più famosi, Aymenn Jawad Al Tamimi, è della stessa opinione: «La strategia americana è rischiosa: c’è il pericolo di rafforzare Al Nusra, l’affiliato di Al Qaeda, il gruppo più potente sul terreno, ma che a sua volta prepara un Emirato». Il problema è sempre lo stesso, ha detto ieri in un’intervista a Repubblica: «Come selezionare i “moderati” in Siria, ammesso che esistano e sappiano contrastare l’Is? Senza una forza esterna sul terreno, chi assicurerà che non si coordinino con Al Nusra, il ramo di Al Qaeda? Al Nord e al Sud della Siria, non esiste quasi gruppo che non abbia stretto un sodalizio con Al Nusra». Anche l’Esercito libero siriano appoggiato dall’Occidente «coordina le azioni con Al Nusra. Finiscono per condividere le armi [dell’Occidente] con i jihadisti».

RESTA SOLO ASSAD. Si rischia, insomma, di creare «una nuova Libia». L’alternativa, per quanto «pessima», potrebbe essere solo una: «L’opzione peggiore, ma forse inevitabile – conclude Haas -, è quella di scendere a patti con Assad: lasciarlo al potere per ora nella parte del paese abitata dagli alawiti a patto che non pretenda di avere un ruolo nelle zone sunnite del paese né cerchi di rioccupare le zone liberate. Niente di tutto questo però è facile da realizzare».

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