Noi, cristiani senza patria. Il lungo calvario della Chiesa cominciato con la fine della Primavera araba

Nigeria, Siria, Indonesia, Marocco, Pakistan. In poco più di un mese sono centinaia le vittime dei terroristi, le chiese bruciate, i fedeli in fuga

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Nigeria. L’intensificarsi degli attacchi di Boko Haram, terroristi che hanno come obiettivo la cacciata dei cristiani dal nord del paese e la formazione di uno Stato islamico retto dalla sharia, ha causato quasi 500 vittime in un solo mese tra attentati a chiese, scuole, uffici governativi e omicidi di semplici civili. Siria. Altre due chiese sono state bruciate dai guerriglieri legati ad al Qaeda nella città di Raqqa, ormai diventata un vero e proprio califfato, mentre i cristiani di al Tabqah sono stati costretti a fuggire dagli islamisti, che li minacciavano così: «Vi taglieremo la testa e la esporremo in moschea».
Indonesia. Un pastore protestante e quattro cristiani sono stati arrestati per «proselitismo» mentre folle di estremisti hanno impedito l’apertura di due chiese autorizzate dallo Stato. Marocco. Un giovane è stato condannato a due anni e sei mesi di prigione per essersi convertito dall’islam al cristianesimo. Pakistan. Almeno 85 fedeli sono stati uccisi dai talebani all’uscita della chiesa di Tutti i santi, dove al termine della funzione due kamikaze si sono fatti esplodere tra la folla.

Settembre è stato un mese nero per i cristiani perseguitati, colpiti in tutto il mondo dal terrorismo di matrice islamica. «Siamo addolorati per uno degli attacchi più gravi e mortali nella storia della Chiesa pakistana», ha dichiarato nei giorni scorsi l’arcivescovo di Karachi e presidente della Conferenza episcopale pakistana Joseph Coutts. «Uccidere innocenti in un momento di preghiera è un vergognoso atto di codardia. Al governo chiediamo di prendere misure immediate per arrestare i responsabili e proteggere i luoghi di culto, ai fedeli domandiamo di restare calmi e di non cedere alla tentazione di reazioni violente».
Sull’attentato del 22 settembre è intervenuto da Londra anche l’arcivescovo anglicano di Canterbury Justin Welby: «L’apparenza spesso inganna, io credo che i cristiani siano attaccati semplicemente per la loro fede. Non è sbagliato dire, specie per i morti di Peshawar, che abbiamo visto più di 80 martiri negli ultimi giorni». Sono stati attaccati, continua, «perché stavano testimoniando la loro fede in Gesù Cristo andando in chiesa».

Le condanne all’attentato non sono mancate, anche da parte musulmana. Maulana Tariq Shah, studioso musulmano di Peshawar, ha ricordato che «l’islam ci insegna a proteggere le minoranze. Questo atto è una barbarie»; Hafeez Nauman Kadir, membro dell’Islamic Ideology Council, ha espresso vicinanza «ai nostri fratelli e sorelle cristiani colpiti da terroristi che non hanno alcuna religione»; Suhail Lokhandwala, leader islamico della vicina India, ha detto che «come seguace del profeta Maometto e devoto ad Allah voglio ricordare che il vero islam non sostiene alcun tipo di violenza, chi compie attentati simili non ha religione. Ovunque l’islam rappresenta la maggioranza deve proteggere le minoranze».

La violenza di Boko Haram
Ma Samir Khalil Samir, padre gesuita, tra i maggiori studiosi del pensiero arabo cristiano e dell’islam, in un articolo scritto per AsiaNews sottolinea: «Non è corretto dire che “i terroristi non hanno alcuna religione”. (…) Essi si dichiarano islamici. Anzi, pretendono di essere i veri islamici, che applicano fedelmente la sharia. Purtroppo, i musulmani moderati, quasi per una mania, cercano di annacquare tutto, allontanando le critiche dalla loro religione. (…) Io vorrei credere loro, ma domando: cosa state facendo per combattere questo falso islam? Ogni settimana ci sono nuovi gruppi fondamentalisti che nascono retti dagli imam che li guidano e li appoggiano nell’usare la violenza contro i cristiani o contro un gruppo musulmano o contro i miscredenti. La maggioranza dei musulmani dice: “Questo non è vero islam!”. Allora occorre lottare contro questa falsità, occorre dare indicazioni precise, chiedere alla polizia di fermare i massacri».

Nella grande maggioranza dei casi niente di tutto ciò avviene. Per questo l’arcivescovo di Jos e presidente della Conferenza episcopale nigeriana, Ignatius Kaigama, accusa: «Boko Haram non è più un fenomeno locale. Non siamo più di fronte, come qualche anno fa, a gruppi di guerriglieri armati solo di archi e frecce, ma dobbiamo affrontare un’organizzazione ben finanziata. Le nostre autorità devono identificare da dove provengono i fondi e le armi che alimentano Boko Haram e dove i suoi uomini vengono addestrati. Sfortunatamente questo non è ancora accaduto e i terroristi continuano a provocare lutti e sofferenze, imbarazzando le autorità del nostro paese».

L’instabilità in Medio Oriente
Lo stesso avviene in Pakistan, come spiega il vescovo protestante di Peshawar Humphrey Peters: «I cristiani fanno bene a essere spaventati. Possono essere accusati e incriminati con la legge discriminatoria sulla blasfemia, come accaduto ad Asia Bibi, o essere uccisi, come successo al ministro cattolico Shahbaz Bhatti e al governatore musulmano Salman Taseer, solo perché hanno cercato di difenderla». E per cambiare questa situazione le belle parole di condanna del primo ministro Nawaz Sharif non bastano: «Tutti vengono qui a dire quanto gli dispiace ma bisogna fare qualcosa di più. Nessuno viene mai incriminato per gli attentati ai cristiani in Pakistan». L’instabilità crescente in Medio Oriente, Asia e Nord Africa ha fatto salire un coro unanime di condanna nei confronti della cosiddetta “Primavera araba”, che nata da desideri autentici di libertà e dignità, «si è trasformata in inverno, in ferro e fuoco, in stragi e distruzioni, proprio quando i popoli aspiravano a una nuova vita e a delle riforme, nell’universo della globalizzazione».

La dolorosa conclusione del Consiglio dei patriarchi cattolici d’Oriente, riunitosi in Libano lo scorso 27 settembre, viene confermata nella sostanza da un’intervista di Domenico Quirico a tempi.it: «Noi non vogliamo capire che l’islam moderato non esiste, che la Primavera araba è finita e che la sua nuova fase consiste nel progetto islamista e jihadista di costruire il Grande califfato islamico. Un progetto politico preciso che ha armi, eserciti, soldi e che si sta realizzando a partire dalla Siria». Qui, a Raqqa, i guerriglieri qaedisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante sono entrati nella chiesa greco-cattolica di Nostra signora dell’Annunciazione e hanno bruciato tutti i paramenti religiosi. La stessa cosa hanno fatto nella chiesa cattolico-armena dei martiri, dove hanno anche distrutto la croce che si stagliava sopra la torre, rimpiazzandola con la bandiera che recita la professione di fede islamica: «Non c’è altro Dio al di fuori di Allah e Maometto è il suo messaggero».

Ad al Taqbah la popolazione cristiana è stata costretta a fuggire e Ninar Odisho, rimasto per difendere le sue proprietà, è stato picchiato a morte lo scorso 21 settembre dai terroristi di al Nusra perché cristiano. A volte non basta neanche scappare, come racconta un testimone: «Io sono fuggito ma i ribelli continuano a scrivermi sul cellulare che se tornerò mi taglieranno la testa e la esporranno in moschea, così che tutti i musulmani la vedano e ne siano orgogliosi. Ora non accendo più il cellulare se non quando ne ho strettamente bisogno, per paura di ricevere telefonate da loro».
Peggiora la condizione di Maloula, l’antico villaggio cristiano conquistato da al Qaeda. Lo scorso 24 settembre il patriarcato greco-ortodosso di Antiochia ha lanciato un «appello urgente» perché «la Croce rossa siriana e internazionale e tutte le organizzazioni governative e non» soccorrano le suore e le orfanelle rimaste intrappolate nel monastero di Santa Tecla in mano ai ribelli. «Si trova in mezzo all’infuriare della battaglia e questo rende difficile e pericoloso ottenere rifornimenti per sopravvivere – recita l’appello –. Il generatore elettrico non funziona più e il convento non riceve più acqua minacciando le vite di chi ci abita ancora».

«Quanti pregano per i fratelli?»
In questa situazione prendono sempre più corpo le parole pronunciate a inizio anno da Fouad Twal, patriarca latino di Gerusalemme: «In passato io dicevo che noi di Gerusalemme siamo la Chiesa del calvario, ma ormai tutto il Medio Oriente è Chiesa del calvario. La cosa peggiore, soprattutto in Siria, è l’incognita di quello che verrà dopo. C’è un piano internazionale per cambiare la situazione, ma su ciò che verrà dopo c’è sempre un silenzio totale. Sarà peggio? Non lo so… C’è l’esempio dell’Iraq, dell’Egitto… La mia domanda, che non è bella, è: ma se capita qualche cosa anche in Giordania, dove vanno questi cristiani? In Arabia Saudita? Dove andiamo?».
La scomparsa dal Medio Oriente dei cristiani sarebbe una tragedia perché «oggi più che mai questa regione ha bisogno del Vangelo di Gesù, quello della pace, della verità, della fraternità e della giustizia», affermano i patriarchi cattolici d’Oriente. «Se il mondo perde il Vangelo, conoscerà una situazione di distruzione, come quella che noi viviamo oggi».

Ecco perché la condizione dei cristiani in Medio Oriente riguarda tutti e non a caso lo scorso 25 settembre, durante l’udienza generale a piazza San Pietro, Papa Francesco ha detto: «Quando sentiamo dire che tanti cristiani sono perseguitati e danno la vita per la loro fede, il nostro cuore viene toccato o no? Siamo aperti a quel fratello o a quella sorella che sta dando la vita per Gesù Cristo? Quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati? Quanti? Ognuno risponda nel suo cuore: “Io prego per quel fratello, per quella sorella in difficoltà solo perché difende la sua fede?”. È importante guardare fuori dal proprio recinto, sentirsi Chiesa, unica famiglia di Dio!».

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