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L’arte del “deal” di Trump si è eclissata

Di Leone Grotti
14 Agosto 2026
Il presidente americano è con le spalle al muro e non può ottenere né dall'Iran né da Israele ciò che vuole. Il tycoon ha infranto tutte le regole per concludere un buon affare descritte nella propria autobiografia
Donald Trump firma un ordine esecutivo nello Studio Ovale a Washington
Donald Trump firma un ordine esecutivo nello Studio Ovale a Washington (foto Ansa)

Ogni volta che Donald Trump dichiara che lo Stretto di Hormuz è aperto o che l’Iran è alle corde, un funzionario del regime islamico lo smentisce beffardo: «Lo Stretto resterà bloccato fino a quando le nostre richieste non saranno soddisfatte».

Ogni volta che il presidente americano annuncia un passo avanti o un tentativo di riconciliazione nella guerra tra Israele e Hamas, un funzionario israeliano, perfino Benjamin Netanyahu in persona, ritratta rifiutando i termini dell’accordo.

Trump è con le spalle al muro

Il tycoon dà l’impressione di essere con le spalle al muro e di aver perso completamente quello che è sempre stato il suo marchio di fabbrica: “The Art of the Deal”, l’arte di fare affari, come recita la sua autobiografia del 1987.

Pur disponendo gli Stati Uniti di formidabili strumenti di pressione, militari ed economici, un mix letale di fretta, sciatteria e calcoli errati hanno invertito i pesi sulla bilancia consentendo a due potenze nettamente inferiori agli Usa da ogni punto di vista, Israele e Iran, di resistere alle richieste americane.

L’Iran non vuole più soltanto sopravvivere

Il caso più eclatante è sicuramente quello iraniano. Il regime, in pochi mesi di conflitto, sperimentando l’insperato successo della guerra asimmetrica contro il «Grande Satana» a suon di razzi e droni, ha cambiato i propri obiettivi.

Se prima puntava solo alla sopravvivenza, ora ha capito che può ottenere dagli Usa molto di più grazie al controllo dello Stretto di Hormuz: la cancellazione delle sanzioni economiche, indennità di guerra, il ritiro degli americani dalla regione, oltre a nuovi privilegi come l’imposizione di un pedaggio a tutte le petroliere che vorranno in futuro attraversare lo Stretto, per non parlare di garanzie sul ritorno allo sviluppo dell’energia nucleare.

Un cartellone di propaganda del regime islamico a Teheran celebra la vittoria dell’Iran sugli Stati Uniti
Un cartellone di propaganda del regime islamico a Teheran celebra la vittoria dell’Iran sugli Stati Uniti (foto Ansa)

Trump ha finito le alternative militari

L’Iran è uscita dalla guerra con la convinzione che può davvero essere la potenza egemone del Golfo e che lo Stretto di Hormuz può diventare a tutti gli effetti di proprietà iraniana e che il regime potrà farne ciò che vuole. Quest’arma potrebbe rivelarsi anche più potente dell’arma nucleare tanto inseguita negli ultimi decenni e una fine duratura del conflitto verrà raggiunta solo quando Trump riconoscerà che Teheran ha davvero il coltello dalla parte del manico. E di fronte a questo dato di fatto, non c’è arte del “deal” che tenga.

Solo un’invasione di terra dell’Iran potrebbe cambiare questa situazione, ma il tycoon non sembra avere intenzione di autorizzare alla vigilia delle elezioni di midterm un’operazione così rischiosa e costosa, in termini economici e di inevitabile perdita di vite umane.

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Il paradosso è che il regime islamico, prima del conflitto, non aveva piena consapevolezza dell’efficacia delle proprie armi. L’ha guadagnata a suon di vittorie e umiliazioni inflitte a Stati Uniti e Israele.

E la controprova di tutto ciò è costituita dall’accordo militare raggiunto da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Come dichiarato al Financial Times dall’analista Vali Nasr, docente presso la Johns Hopkins University School of Advanced International Studies,

«lo prendo molto seriamente non tanto come patto militare, ma come indicatore di quanti dubbi siano emersi tra i paesi arabi sull’affidabilità degli Stati Uniti come difensore. E il fatto che l’Arabia Saudita stia cercando un sistema di alleanze, non per sostituire quella con gli Stati Uniti, ma per compensare in qualche modo le evidenti lacune dell’ombrello di sicurezza americano, credo sia davvero significativo. Ciò dimostra quanto sia diminuito il valore dell’ombrello di sicurezza americano».

Netanyahu non può aiutare Trump su Gaza alla vigilia del voto

La vicenda di Gaza è diversa. Trump ha bisogno di far registrare almeno una vittoria di politica estera prima del voto di novembre, facendo avanzare il suo piano di pace, ma – un po’ per insipienza e un po’ per sfortuna – difficilmente può ottenerla da Israele.

Non tanto perché Netanyahu non sia intenzionato a dare a Trump quello che vuole, se costretto. Ma perché in questo momento non può. Il 27 ottobre, cioè una settimana prima delle elezioni negli Stati Uniti, si vota in Israele e il premier non può sconfessare anni di guerra cinica e cruenta contro tutti i nemici dello Stato ebraico, anni di linea dura e intransigenza, anni di operazioni spettacolari per quanto poco efficaci, per aprire una linea di credito verso Hamas.

Il timing negli affari è tutto, Trump lo sa, e questo è il momento peggiore per parlare di riconciliazione a Netanyahu.

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È probabile che il presidente americano sia perfettamente consapevole dei guai in cui si è cacciato insieme a Israele, che sognava di diventare la potenza egemone del Medio Oriente e invece si ritrova costretto a ritirarsi con la coda tra le gambe davanti all’Iran e con la patata bollente dell’alleanza tra sauditi, pakistani e turchi da gestire.

Trump ci sta provando ugualmente a segnare qualche punto a proprio favore, ma la fretta lo tradisce. Nel suo libro il presidente americano scriveva chiaramente che per concludere un buon affare non devi mai dare l’impressione che ti interessi troppo e che ne hai assoluto bisogno.

La chiave è sempre la stessa: essere pronti a lasciare il tavolo. Ma Trump è nei guai perché il tavolo iraniano l’ha aperto lui e non ha più alternative militari alla concessione di dolorosi benefici al regime islamico. Per quanto riguarda Gaza, il tycoon non c’entra con il conflitto (che Joe Biden in primis non ha saputo fermare) ma il piano di pace porta il suo nome (scelta poco felice) e un eventuale fallimento sarebbe imputato a lui personalmente.

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