Appunti a margine (e soprattutto fra le righe) di “Communion”, il memoir del ritorno alla fede del vice di Trump. Un dipinto pieno di belle pennellate senza molto costrutto e di rassicurazioni agli antipapisti in vista delle prossime presidenziali
Il vicepresidente americano JD Vance sul palco allestito nel porto di New York per l’arrivo di Sail250, la grande parata navale internazionale organizzata nel 250esimo Independence Day, 4 luglio 2026 (foto Ansa)
Il memoir è il genere centrale nella vita pubblica di JD Vance, vicepresidente e storyteller di se stesso che nella prima ondata trumpiana è emerso dall’anonimato con un bestseller sulla sua dolente saga familiare tra fentanyl e fucili nella disperazione appalachiana e ora, da vicepresidente che ha nel mirino la Casa Bianca nel 2028, propone un nuovo capitolo, che racconta qualcosa della sua vita interiore. L’insistenza memorialistica fa di lui un incorreggibile millennial che oppone la sua dirompente storia personale alle regole del vecchio mondo dei boomer, anche se evidentemente il sequel è parte di una più chiara opera di costruzione della sua campagna elettorale.
Il “ritorno” di Vance alla fede cristiana
In Elegia americana ha raccontato tragedia e nobiltà di una vita, la sua, che tendeva a coincidere perfettamente con l’immagine del tipico elettore trumpiano, dimenticato dall’establishment che si occupava soprattutto di pronomi e arcobaleni e abbandonato dal Partito democra...
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