Nagorno-Karabakh. La Turchia fomenta «la guerra santa» contro gli armeni

Erdogan invia 4 mila mercenari siriani a combattere con l’Azerbaigian «il jihad contro i crociati» in Nagorno-Karabakh. La scrittrice armena Arslan: «L’Ue tace, ci resta solo Putin»

Vanno avanti da tre giorni gli scontri tra Armenia e Azerbaigian nella regione del Nagorno-Karabakh. Quasi 100 persone, tra combattenti e civili, sono già morti, mentre i feriti si contano a centinaia. Si tratta degli scontri più gravi da quando, nel 2016, l’Azerbaigian tentò per la prima volta dalla firma dell’armistizio nel 1994 un’operazione militare su larga scala che causò decine di morti e si concluse con uno stallo. Rispetto ad allora, ad aggravare la situazione, c’è l’iniziativa della Turchia, che come confermano diverse fonti ha inviato migliaia di mercenari siriani “ex ribelli” in Azerbaigian per sostenere la «crociata contro i cristiani».

VENTISEI ANNI IN TRINCEA

L’Artsakh è una piccola repubblica assediata fra i monti del Caucaso. La abitano, la governano e la difendono i locali abitanti armeni che nel settembre 1991 dichiararono a loro volta la propria indipendenza per non essere assorbiti nell’Azerbaigian che un paio di settimane prima aveva deciso di costituire uno stato indipendente dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Il territorio coincide con lo storico Nagorno-Karabakh, che nel 1921 Stalin assegnò all’Azerbaigian nonostante fosse abitato in grandissima maggioranza da armeni che avrebbero preferito far parte della vicina repubblica sovietica di Armenia. Fra il 1991 e il 1994 nell’Artsakh e negli adiacenti territori azeri si è combattuta una guerra sanguinosa che è stata sospesa da un armistizio il 5 maggio 1994.

Grazie anche al sostegno delle forze armate della repubblica di Armenia (a sua volta divenuta indipendente il 21 settembre 1991), gli armeni del Nagorno-Karabakh hanno cacciato le forze armate dell’Azerbaigian dal loro territorio e occupato alcune aree azere adiacenti per creare una continuità territoriale con la vicina Armenia e per proteggere da eventuali attacchi di artiglieria la capitale Stepanakert. Lungo i 150 chilometri di trincee che separano le postazioni armene da quelle azere le violazioni del cessate il fuoco sono all’ordine del giorno.

ERDOGAN INVIA I MERCENARI SIRIANI

Secondo quanto riportato dal Guardian la Turchia, che ha forti legami etnico-economico-culturali con l’Azerbaigian, attraverso una compagnia privata ha già ingaggiato migliaia di islamisti siriani per combattere a fianco degli azeri. Molti sono già arrivati a Baku, altri partiranno a breve attratti dallo stipendio di circa 1.000 euro al mese.

Secondo il giornale britannico, l’invio di mercenari è un «segno del crescente desiderio di Ankara di proiettare la propria potenza all’estero, con l’apertura di un terzo teatro di scontro con la Russia», dopo la Siria e la Libia. A sostegno di Tripoli, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha già inviato oltre 30 mila mercenari, riuscendo ad assicurare il controllo della Tripolitania al governo di Fayez al Sarraj.

«COMBATTIAMO CONTRO I CRISTIANI CROCIATI»

Parlando con fonti turche, siriane e azere, AsiaNews ha rivelato che già 4 mila mercenari siriani si trovano in Azerbaigian, mentre altri mille sono in partenza. L’obiettivo è «combattere contro i cristiani crociati», spiega un ribelle siriano: «Fa parte del jihad: è una guerra santa di musulmani contro cristiani».

Oggi sulla Stampa la famosa scrittrice armena Antonia Arslan, insignita pochi mesi fa con il premio Cultura Cattolica, ha commentato così quello che sta avvenendo nel Nagorno-Karabakh:

«Negli ultimi mesi, il governo azero, gestito da una famiglia autoritaria in modo pressoché monarchico, ha cercato la via d’uscita alla grave crisi sociale ed economica determinata dal crollo del prezzo del petrolio buttando la palla in tribuna, come sempre fanno le dittature: ci sono problemi interni? Si sposta l’attenzione del popolo verso l’esterno, la minaccia ai confini, la sollecitazione oculata dell’orgoglio nazionale. Le operazioni sono cominciate nel 2016, piccole scaramucce, provocazioni. Poi un mese fa c’è stato uno sconfinamento in Armenia e successivamente delle vere e proprie manovre militari congiunte turco-azere in Nakhicevan, movimenti di truppe che erano evidentemente un avvertimento, un’esibizione muscolare in prospettiva di quanto sarebbe avvenuto e sta avvenendo nel territorio piccolo ma simbolico del Nagorno-Karabakh».

«A NOI ARMENI RESTA SOLO PUTIN»

Sullo sfondo di questo conflitto locale, continua Arslan,

«va inserito un secondo elemento, tutt’altro che irrilevante: l’ambizione neottomana di Erdogan che, sfruttando l’affinità etnico-culturale tra turchi e azeri, ha visto la possibilità di espandere ulteriormente la sua influenza geopolitica. E qui siamo. Sarebbe bello sentire la voce dell’Europa in questa vicenda. Temo però che invece, anche stavolta, prevarrà la timidezza: chi, nel vecchio continente, ha voglia di morire per il Nagorno-Karabakh? Nessuno volle morire per Danzica nel 1939, figuriamoci oggi per Stepanakert. E allora ci guardiamo allo specchio: noi armeni siamo soli. In questo momento l’unica potenza che realmente si contrappone alla Turchia è la Russia e così, pur sperando col cuore nell’aiuto di Bruxelles, sappiamo con la testa di poter contare al massimo su quello di Putin».

Foto Ansa