Libia. «Ora la Turchia potrà ricattare anche l’Italia con i migranti»

Con l’artiglieria turca e i mercenari siriani pagati da Erdogan, il governo di Tripoli riconquista le coste. L’esperto Gaiani a tempi.it: «La guerra siriana si è ormai trasferita in Libia»

Il mondo intero è concentrato sul coronavirus, ma l’Unione Europea e soprattutto l’Italia dovrebbero fare molta attenzione a che cosa sta succedendo a sud delle nostre coste, in Libia. Le forze che difendono il Governo di accordo nazionale di Tripoli infatti, rimpolpate dai mercenari siriani guidati dai turchi, hanno sbaragliato l’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, a ovest della capitale, riconquistando le coste e città chiave come Sabratha, Sorman, al Ajilat, al Jameel, Raqdalin e Zliten. «In Italia dovremmo preoccuparci molto di questi sviluppi, anche se nessuno nel governo sembra lo stia facendo», dichiara a tempi.it Gianandrea Gaiani, direttore di Analisidifesa.it. «Ora che la Turchia ha preso il controllo della costa potrà minacciarci con ondate di migranti come ha fatto mesi fa con la Grecia».

Direttore, qual è la situazione sul terreno?
Grazie alla Turchia, le forze di Tripoli non solo hanno spezzato l’assedio della capitale che durava da un anno esatto, ma hanno condotto una controffensiva vittoriosa che ha permesso al governo di riprendersi tutta la costa a ovest di Tripoli verso la Tunisia e larghe porzioni di territorio all’interno per circa 100 chilometri.

Haftar batte in ritirata?
Sì, le sue forze hanno lasciato indietro armamenti pesanti e munizioni, rifugiandosi nella base aerea di Al Watiya. Già giovedì erano in corso negoziati per permettere la ritirata degli uomini di Haftar in stile arabo per evitare spargimenti di sangue e danni alle infrastrutture.

Che cosa significa questo successo?
L’Esercito nazionale libico è stato travolto, è la prima grande vittoria dei turchi in Libia, che hanno trionfato grazie ai loro consiglieri militari, droni, sistemi di artiglieria e mercenari siriani pescati tra i ribelli. Il successo è importante perché spezza a ovest l’assedio di Tripoli e credo che nelle prossime settimane contrattaccherà anche a sud e ad est per ricacciare le forze di Haftar a una decina di km da Tripoli.

Quanti ribelli siriani combattono agli ordini della Turchia in Libia?
Attualmente circa 4.500, se si conta che 500 sono già caduti in battaglia. Ma ce n’è un altro migliaio in fase di addestramento, pronto a dar man forte a Tripoli.

L’esercito di Haftar è meno forte di quanto affermi il generale?
Anche a sconfiggere gli islamisti a Bengasi ci ha messo due anni. Questa è una guerra a bassa intensità, con rapide avanzate e rapide ritirate, una guerra rustica combattuta con armi poco sofisticate. I risultati delle battaglie, insomma, non sono mai decisivi. Haftar ha grandi potenze dalla sua parte, come Arabia Saudita ed Emirati arabi, che possono pagare l’arruolamento di mercenari dal Sudan e dalla Siria. Anche l’Egitto lo sostiene, ma finanziariamente non ha molte risorse.

Anche Haftar arruola in Siria?
Sì, è ormai confermato che il generale libico può contare su volontari siriani arruolati dalla Russia. È come se la guerra siriana si stesse trasferendo in Libia, un conflitto sempre più internazionale dove va formandosi un’asse cui dovremmo fare attenzione: Egitto, Siria ed Emirati arabi, tra i primi a fomentare la ribellione contro Assad ma ora passati dalla sua parte per contrastare i Fratelli Musulmani sostenuti dalla Turchia.

Che cosa significa questo primo importante successo dei turchi in Libia per l’Italia?
Il governo di Tripoli guidato da Fayez Sarraj è nostro alleato, ma non l’abbiamo mai sostenuto con concreti aiuti militari, anche perché non possiamo violare l’embargo. Questo successo è dunque solo dei turchi e Tripoli ascolterà di conseguenza sempre di più il presidente Recep Erdogan, i cui interessi sono molto diversi dai nostri.

La Turchia non è amica dell’Italia e dell’Europa?
No, e il fatto che il governo di Tripoli abbia riconquistato le coste davanti all’Italia è una pessima notizia per noi. È un fatto che Haftar non le abbia mai utilizzate per spedirci migliaia di immigrati clandestini. Salvo rare eccezioni, non ha mai sfruttato il traffico di esseri umani. La stessa cosa non si può dire della Turchia, che ha sempre ricattato l’Europa con i migranti. L’ha fatto recentemente con la Grecia e d’ora in avanti potrebbe ricattare anche noi, visto il peso diplomatico e militare che si è guadagnato nel governo di Tripoli.

La guerra in Libia va avanti nonostante l’1 aprile sia entrata in vigore Irini, la missione dell’Unione Europea per imporre e far rispettare l’embargo delle armi nel paese nordafricano. Come mai?
Perché Irini è acqua fresca. Con tutto il rispetto per le forze impegnate, e tenendo conto che il comando è affidato ai bravissimi italiani, abbiamo schierato le navi europee al largo della Cirenaica e non al largo della Tripolitania per il timore di attirare i migranti. È stato annunciato che se ci sarà il cosiddetto “pull factor” la missione verrà annullata: è come dire che non ha valore militare.

Perché?
Perché anche qualora un paese come la Turchia si trovasse davvero in difficoltà a causa dell’embargo, potrebbe sempre far partire qualche migliaio di migranti causando il ritiro delle navi. È la solita missione europea che nasce zoppa perché viziata politicamente dall’incapacità dell’Ue di avere un ruolo militare effettivo.

Quindi Irini non servirà a nulla?
Non conosco le regole di ingaggio. Ma quando arriverà una nave cargo dei turchi carica di armi, scortata da navi da guerra, cosa faranno le navi europee? La prenderanno a cannonate? Ho seri dubbi. La missione poi, come dichiarato anche da Sarraj, è sbilanciata a favore di Haftar.

Perché?
Se a Tripoli i rifornimenti possono arrivare solo via mare, ad Haftar arrivano via terra attraverso l’Egitto e via aria. Gli aerei possono atterrare direttamente all’aeroporto di Bengasi. Una missione solo navale e protesa a fermare i turchi è sbilanciata e ha pochissime possibilità di avere successo.