Nagorno-Karabakh. Armeni costretti a firmare «un accordo doloroso»

Dopo la conquista di Shushi da parte degli azeri, l’Armenia ha dovuto arrendersi: cederà molti territori chiave. La popolazione insorge contro il premier a Erevan

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La popolazione insorge a Erevan dopo l’annuncio della resa armena

È una sconfitta «estremamente dolorosa» quella che l’Armenia ha dovuto accettare nel Nagorno Karabakh. Ieri Armenia e Azerbaigian, insieme alla Russia, hanno firmato un accordo per cessare immediatamente il conflitto armato. Ma le condizioni, come ammesso dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan, sono durissime «per me e il mio popolo». Gli azeri, infatti, manterranno il controllo dei territori conquistati durante le ultime sei settimane di conflitto. Inoltre, gli armeni saranno costretti a cedere Agdam e il corridoio di Lachin, dove si trova la strada principale che collega l’Armenia al Nagorno Karabakh. Questa resterà aperta e sarà controllata dalle forze di mantenimento della pace russe. Un corridoio dovrà anche essere creato per permettere all’Azerbaigian di raggiungere l’enclave occidentale di Nakhcivan, circondata da Armenia, Iran e Turchia.

«IL NEMICO ERA ALLE PORTE DI STEPANAKERT»

A spingere l’Armenia ad accettare un accordo così pesante è stata la presa di Shushi, domenica, da parte dell’esercito azero. La città si trova su un’altura sopra la capitale del Nagorno Karabakh, Stepanakert, e senza un immediato cessate il fuoco, come dichiarato su Facebook dal leader armeno del territorio conteso, Arayik Harutyunyan, «avremmo avuto molte più perdite». Il suo portavoce, Vagram Pogosian, ha aggiunto: «Il nemico era alle porte di Stepanakert».

Mentre il presidente dell’Azerbaigian, che ha combattuto forte del sostegno militare e politico della Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan, ha esultato per la vittoria di «importanza storica» e la «capitolazione armena», il premier Pashinyan si è limitato a dichiarare: «Questa non è una vittoria, ma non c’è sconfitta fino a quando non ti consideri sconfitto».

PROTESTE E DISORDINI A EREVAN

La popolazione della capitale ha reagito con rabbia alla notizia dell’accordo. Secondo quanto riportato dall’Associated Press e dalla Bbc, migliaia di persone sono scese in piazza a Erevan per protestare al grido di «Non cederemo la nostra terra!». A centinaia sono entrati nei palazzi del governo, facendo irruzione negli uffici di Pashinyan e derubando alcuni oggetti personali. Altri sono entrati in Parlamento malmenando il presidente della Camera.

Nel conflitto sono già morte circa 5.000 persone, secondo una stima fatta dal presidente russo Vladimir Putin, che ha annunciato il cessate il fuoco in un intervento televisivo, garantendo l’invio nella regione di 1.960 soldati incaricati di osservare il rispetto dell’accordo per cinque anni. L’esercito russo potrebbe essere affiancato da soldati di quello turco. La presenza della Turchia non può che inquietare gli armeni, dal momento che Ankara non ha mai riconosciuto né le sue colpe né l’esistenza del genocidio armeno compiuto nel 1915 dall’Impero ottomano, che sterminò 1,5 milioni di armeni.

Foto Ansa