Miguel Manara. Esagerato provvido amore

Davide Rondoni dedica un romanzo al più celebre ladro di baci, corpi e appuntamenti che morì in odore di santità

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Un fantasma si aggira per le redazioni dei giornali. Sul palco di Maurizio Costanzo, Fabrizio Corona ha confessato: c’è un archivio Corona. Migliaia di smandrappati nobili lombi al vento, eroi degli stadi e degli schermi. Veline svelate, velone rivelate, politici arrazzati: potrebbero ancora – quelle foto – mettere in imbarazzo pubblici ufficiali e prelati gentiluomini? Tra il fotografo milanese e il jet set negli anni Novanta la stampa indignata ha campato fingendo di bacchettare tempora e mores, ma in realtà imitando il più onesto Dagospia. Corona era lo specchio che pochi non volevano avere e molti agognavano: se non eri lì eri nulla e nessuno – e così iniziavano i recapiti di toy boy e velette di turno al discreto ristorante di Piazza del Popolo che aveva più fotografi che coperti.

 La rassegna di frequentazioni femminili di Donald Trump pubblicate dal New York Times non è che l’ultimo esempio in salsa internazionale dello speciale Forza Gnocca consumatosi sui giornali al tempo di Berlusconi e le olgettine, con quella passione per il fare di fattacci di lenzuola argomento da forca politica, e così, tra esperti cultori della materia – il 23esimo Congresso dell’Associazione europea di psichiatria (Epa) tenutosi lo scorso anno a Vienna identificò, con dovizia di studi scientifici, una sorta di “predisposizione genetica alla scappatella” –, tra un’omelia chic e una foto choc, il mito del dongiovannismo e dei suoi scandali è entrato in servizio alla causa di una informazione che dopo averci regalato tante belle idee, l’amore per legge, il mito dell’onestà e dell’uomo dalle mani pulite, ha trasformato l’opinione pubblica in un circolo di moralizzatori e gossippari. con tutte le conseguenze del caso.

«La calunnia è un venticello/ un’auretta assai gentile/ che insensibile sottile/ leggermente dolcemente/ incomincia a sussurrar», inizia l’aria più famosa del Barbiere di Siviglia, «alla fin trabocca, e scoppia,/ si propaga si raddoppia/ e produce un’esplosione (…) E il meschino calunniato/ avvilito, calpestato/ sotto il pubblico flagello/ per gran sorte va a crepar». È questo che resta delle malefatte umane? Siamo mai stati così poco amanti delle sorti dell’imperfettissimo uomo in questi tempi di amore così civile e pieno di diritti (anche all’ordalia)?

E invece succede qualcosa – che non è un’idea –, succede che in quest’epoca piena di buoni sentimenti e untuose pornografiche spiate dal buco della serratura, qualcuno spalanchi la porta e ce lo racconti così come è, l’amore politicamente scorretto, dicendo una cosa altrettanto politicamente scorretta: l’amore non è una burla, parlare d’amore non è una burletta. Succede che un poeta cristiano porti in libreria un romanzo sulla vita del più famoso ladro di baci, cuori, corpi e appuntamenti, che ispirò la figura dei tanti don Giovanni che (da Tirso de Molina a Molière, da Mozart a Da Ponte, fino agli autori contemporanei) hanno popolato musica e letteratura, il moderno consumatore sessuale e seduttore seriale che con la sua vita dissennata negò il codice morale del tempo, ed eppure morì in odore di santità.

Una storia di sana e robusta costituzione spirituale, tanto da resistere al tempo e parlare al cuore di tutti: quella di Miguel Manãra, l’uomo che nel 1985 venne proclamato “venerabile” da Giovanni Paolo II. Il bacio di Siviglia. Miguel Manãra, l’uomo che fu don Giovanni: si chiama così il libro con cui Davide Rondoni, poeta e narratore, inaugura la nuova collana di Edizioni San Paolo “Vite esagerate”, di cui è autore e curatore, e con questa una sfida culturale prima ancora che editoriale: ricostruire attraverso penne molto o poco note la vita di figure “catturate da Dio”. Non biografie, ma romanzi che attraverso la forza letteraria oppongano alla mentalità anestetizzata dalle idee, la testardaggine di uomini, donne, fatti e di una possibilità dell’amore e della grazia iscritta nella carne umana.

Davide_Rondoni_il_bacio_di_siviglia.inddLo specchio dei mondi a Siviglia
«Il bambino Miguel aveva otto anni. Quel mattino del giugno 1635 era avanzato camminando sulle gambette magre e scattanti lungo la navata centrale di San Clemente el Real, chiesa delle monache cistercensi. Il padrino gli aveva stretto intorno ai piccoli fianchi una spada dorata»: carico di onori e nomi, il terzogenito del corso Tomas Manãra, navigatore di ogni mare, veniva ricevuto nell’ordine di Calatrava. Un bimbo piccolissimo, cresciuto «con gli occhi spalancati sulla vita che diveniva altro: statua, immoblità» – aveva infatti visto morire tanti dei nove fratelli, partecipando a quella collezione di dolori e lutti «come ferite di una guerra solitaria contro il destino» del padre silenzioso –, questo bimbo ora invocava ad alta voce «la misericordia di Dio e del Re nostro Signore». Trecentottanta anni dopo, in una notte di Milano, Gabriele sta correndo lungo i viali, addentrandosi tra i palazzi neri, guarda la folla – «una febbre invisibile, che anima i tatuaggi, i sorrisi, le posture del corpo: la febbre di piacere, di suscitare piacevolezza» – «è quello il mostro a cui sapeva di somigliare?», si chiede mentre l’immagine sgraziata di una ragazza a terra, il sangue sul lamè del vestito, gli taglia la mente. Un trentenne di quelli che «a volte non fa nemmeno in tempo a corteggiarle che se le trova già spettinate nel letto», questa volta l’ha fatta grossa.

«La luce qui una tigre, occhi smeraldo, che cammina tranquilla». È qui, a Siviglia, la grande capitale nobile e commerciale del Regno di Spagna – dove «ardevano i roghi per la gloria di Dio e con grandiosi autodafé si bruciavano gli eretici» racconta l’Ivàn Karamazov di Dostoevskij nella Leggenda del grande Inquisitore –, piccolo specchio del grande mondo, dove palpitano, soffrono creature umanissime, che nella narrazione di Rondoni i destini di Miguel Mañara e di personaggi pieni di luce e di ombre, si impastano a quello di Gabriele, uomo modernissimo che ha ferito ed è ferito da una domanda di vita esagerata, come fu quella del focoso cavaliere di Spagna, «una vita all’altezza e alla profondità della fame interiore. Senza mediazioni. Senza ricatti. Senza riparo se non nei delicati ricami della menzogna». Ma esiste anche solo un’altra possibilità alla vita senza menzogne?, si chiede Rondoni «Forse sì, una sola: la santità».

La legge ferrea del godimento
Tomas Mañara era entrato tra i “familiari del Sant’Ufficio”, una Hermanidad di cui potevano far parte solo cinquecento persone che dovevano avere la caratteristica d’esser «cristiano viejo, limpio de limpia sangre, sin raza, sin macula, ni descendencia de judios, moros, ni conversos…». Gente che non doveva aver fama di cose strane. Il figlio Miguel, sui cui si erano appuntate le ambizioni del padre, crescendo tra fratelli morti e fragili sorelle, aveva scelto di diventare molte cose, tutte vive, tutte diversamente imprendibili spingendo il godimento fino alle più lontane propaggini: «Essere vivi infinitamente, ecco la cosa da difendere contro l’alito di morte che veniva dai corpi abbandonati, dalla loro malora. (…) Godere e farsi beffe di ogni potere: questa sarebbe stata la sua unica, ferrea, legge». Eppure, quando terminava il piacere degli abbracci e tornava «il buio compatto della notte, il gravame dei corpi, la sgraziata posa nel sonno, il respiro pesante. L’inizio di tutto ciò che diventa, irrimediabilmente, morte», Miguel si ritirava nello studio dell’amico e compagno di bravate Bartolomé Esteban Murillo, lo guardava dipingere condividendo visioni e fantasmi: «Qui c’è più amore che in tutti i letti che ho visitato nella mia vita – diceva Miguel senza alzare gli occhi da un quadro dove erano ritratti dei fiori. – Darei in cambio tutti i migliori baci di Siviglia per saper far nascere dalle mie mani dei fiori come questi». «I fiori li fa nascere l’Onnipotente – rispondeva Murillo – e io sono solo un ladro come te e li colgo con lo sguardo e li metto nei miei quadri!».

Leggete il libro di Rondoni, leggetelo per afferrare quel destino in atto nel disperato ingannatore di Siviglia: il destino di un caballero insolente, «pronto a far sfiorire fanciulle e sorrisi», che finì per immischiarsi con il destino dei tanti don Giovanni che vennero dopo di lui. Non da ultimo Gabriele, che proprio a Siviglia si imbatte in qualcosa di più importante della filologia del celebre burlador: la possibilità dell’amore, che per Mañara ha il volto di una donna, Geronima, incontrata per la prima volta in un chiostro di rose bianche. «Tu sei il mio monastero», disse a Miguel poco dopo averlo sposato, prima di morire presto, bella e senza figli, lasciandolo solo con il presentimento che dopo avere incontrato un vero, caro amore, una possibilità di cammino al destino, nulla può tornare ad essere come prima.

La morte “sconcia e sorda”
Bruciava di pena, l’eroe della città dei viaggiatori sull’oceano e dei bordelli, dei cavalieri e dei santi, delle pestilenze e delle feste, «la violenza delle sue passioni non riusciva a divorare la pietra dura del suo dolore». Pazienza, gli chiese l’Abate raccogliendo la sua disperata confessione: «Non avere fretta di buttarti un saio di penitente addosso. Ora guarda, vivi. E lascia che in cima ai tuoi peccati bruci il suo nome, il nome di Gesù, anche lì, anche lì! Come una bandiera (…) Il Dio delle esagerazioni non tarda mai a dare un segno».

Il nome di Dio s’impone come un cazzotto nel cielo vuoto del giovane figlio della Milano perbenino, venuto a Siviglia a cercare don Giovanni, come lo cercarono Mérimée, Gautier, Machado, Alberti, Bataille, Rilke, Unamuno, Milosz. Molte lune si erano specchiate nel Guadalquivir perché tanti uomini di mondo si ritrovassero nel bisogno di qualcosa che al mondo proprio non sembrava necessario e che in Miguel invece «bruciava insopprimibile nel suo cuore. La gioia, la vera gioia. L’aveva inseguita in tutti gli sguardi che ne promettevano qualche filo (…), l’aveva fissata anche nei tratti di disegno del suo amico Murillo». Ma ecco «la morte di lei era piombata sul suo cuore come un nibbio. Era una morte più forte delle altre morti, era una morte senza riparo, senza ritegno. Sconcia e sorda. (…) Un venir giù di tutte le parole, di tutte le stelle».

L’entrata di Mañara tra i membri della confraternita della Santa Caridad portò una violentissima deflagrazione nel cuore di Siviglia. «Il donnaiolo s’è fatto frate», dicevano certe signorine irridendolo mentre raccoglieva i poveri coperti di piaghe e i moribondi della città. «Il suo Discorso sulla verità aveva posato un diamante buio e di fuoco nel centro della città della locura: l’anima si salva con la carità». Miguel Mañara morì bruciando di febbre il 9 maggio 1679. Una enorme folla raggiuse la croce di cenere e la nuda pietra dove dispose di farsi seppellire nella chiesa della Caridad. Su cui è ancora iscritto “Aquí yacen los huesos y cenizas del peor hombre que ha habido en el mundo” (“qui si trovano le ossa e le ceneri dell’uomo peggiore che ha abitato il mondo”).

L’uomo peggiore del mondo
«Da questa città, un tizio era salpato per andare nelle Indie. (…) E invece aveva scoperto una terra nuova, senza nome. L’amore dev’essere una cosa del genere», pensa Gabriele lasciando Siviglia per tornare a Milano. La Milano dove si nasconde l’archivio Corona, se veramente esiste, la Milano da bere e da sniffare, la Milano tanto virtuale che ha bisogno di onestà e piacevolezza per esistere? No, quello che cerca e trova sta nella carne di tante e spesso disonestissime periferie umane. Proprio davanti ai muraglioni del carcere di San Vittore, all’angolo di piazza Aquileia c’è un piccolo ossario che nessuno nota: sopra vi è scritto quel memento mori che ispirò a un grande milanese la sua Conversazione con la morte e che in questa città segnò l’inizio di un nuovo straordinario cammino: «Quel che sarete voi – dicono teschi e ossa – noi siamo adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso». Una terra nuova, dunque, ma resa finalmente amica dalle vite esagerate dei poveri di spirito (gossipparo) che alimenta il falò delle vanità della gente di mondo.

Foto Meeting Rimini


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