Libia. Il governo di unità nazionale si compra le milizie. Tutto spinge verso la tripartizione

Il governo di unità nazionale voluto dall’Onu si è insediato mercoledì nella capitale Tripoli senza opposizione, nonostante le minacce da parte delle milizie islamiste

Dopo mesi di tira e molla, il governo di unità nazionale libico è sbarcato nella capitale Tripoli e per ora non è stato ancora attaccato. La vicenda è emblematica del caos che domina in Libia: il governo di unità nazionale voluto dall’Onu non è riconosciuto da nessuno dei due Parlamenti del paese, né da quello di Tripoli guidato da Khalifa al-Ghwell e sostenuto dagli islamisti di Alba Libica, né da quello di Tobruk guidato da Abdullah al-Thani e appoggiato dall’esercito del generale Khalifa Haftar. L’Onu però punta forte su questo governo per riuscire a stabilizzare la Libia.

NESSUN BAGNO DI SANGUE. Poiché non è riconosciuto, le milizie armate che comandano a Tripoli avevano giurato di fare fuoco sull’esecutivo guidato dal premier «voluto dagli stranieri» Fayez Serraj (foto in alto). E per impedirgli di raggiungere la capitale hanno anche bloccato l’aeroporto. Ma Serraj è arrivato mercoledì via mare partendo dalla Tunisia e ieri si è insediato. Si temeva il peggio, ma non c’è stato nessun bagno di sangue. Come mai? Secondo un’analisi di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera, «prima di arrivare [Serraj] si è assicurato il sostegno delle milizie più rilevanti sul campo», cioè ha promesso loro più soldi di quanti gliene garantiva il governo islamista. Serraj, continua, «è ben radicato negli ambienti di Misurata», la città della Tripolitania da dove provengono le milizie più forti che comandano a Tripoli. E i suoi sostenitori «sono meglio armati, meglio comandati e più numerosi di quelli del governo locale di Ghwell».

«LA PORTA DELLA JIHAD». La situazione però continua a essere tesa e Alba libica non ha ancora rinunciato a far la guerra al nuovo esecutivo. Voci riportate dai giornali libici affermano che molti elementi del governo di Tripoli, compreso il premier Ghwell, sono già scappati a Misurata ma non ci sono conferme. Risuonano invece le minacce del Gran Muftì della Libia, Sadeq al Ghariani: «L’ingiusto gruppo che si fa chiamare governo di unità [nazionale] non deve farsi ingannare dal sostegno della comunità internazionale e lasciare il Paese prima che venga aperta la porta della jihad. Chiediamo al Consiglio presidenziale di lasciare il Paese affinché non venga incendiato, perché in ogni casa c’è un’arma. Non vendiamo la patria agli stranieri».

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TRIPARTIZIONE. Tobruk per il momento sta valutando le prossime mosse, che dipenderanno da come vanno i colloqui in questi giorni tra il governo di unità nazionale e il generale dell’esercito Haftar. Favorevole alla prova di forza invece è Paolo Scaroni, vicepresidente della banca Rotschild ed ex amministratore delegato di Enel ed Eni. Parlando ieri al Corriere ha spiegato secondo lui quale sarebbe la soluzione migliore per la Libia, tenendo conto degli interessi dell’Italia: «Se guardiamo i libri di storia, si scopre che Cirenaica, Tripolitania e Fezzan sono da poco un Paese. Fummo noi italiani nel 1934 a inventarci la Libia, invenzione coloniale che non è sentita da nessuno. Ora, se invece di cercare di comporre questo puzzle difficilissimo, ci semplificassimo la vita e cercassimo di favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che poi facesse appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi, credo che potremmo risolvere parte dei nostri problemi: i nostri migranti economici non vengono da Bengasi, partono tutti dalla costa tripolina».

«MEGLIO DEL CAOS». Una volta stabilizzata la Tripolitania, conclude, «nulla ci vieta di spingere perché anche Bengasi o nel Fezzan si possano creare governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Ma credo che anche un governo nella sola Tripolitania sarebbe molto meglio del caos attuale. Anzi, darebbe l’esempio alle altre aree».

Foto Ansa