Liberare la scuola (con buona pace della Finlandia)

Troppi slogan e troppi luoghi comuni sulla scuola. Quel che serve sono tre “libertà”. Ecco quali

Le notizie che si leggono sui giornali in occasione dell’inizio di un anno scolastico sono diventate un luogo comune, come l’ondata di caldo di luglio o la morsa del gelo di gennaio: migliaia di supplenti e precari, organici da inventare. L’insegnante di matematica “soprattutto al Nord” è una specie in via d’estinzione. 

Anche le dichiarazioni programmatiche di ogni nuovo governo, di ogni ministro della Pubblica istruzione si somigliano molto, sia nel contenuto sia nel fatto che tale contenuto viene prontamente disatteso quando si scontra con la realtà: valorizzare il ruolo degli insegnanti, più asili nido, nuove competenze per le professioni del futuro…

I toni del neoministro Lorenzo Fioramonti sono ancora più perentori: «Tre miliardi in più per scuola e università o mi dimetto!». Sogna, il ministro, una scuola italiana “alla finlandese”: gratis, statale e identica per tutti. La sogna senza accorgersi che in Italia la scuola è molto diversa, multiforme, ricca di esperienze e di proposte dal punto di vista didattico, gestionale, o di proposta; è un sistema in cui enti locali, Stato, soggetti privati profit e non profit costruiscono proposte differenti, che intercettano bisogni multiformi di famiglie, imprese, fasce sociali o territori ciascuno con le sue specificità.

La Scuola con la “S” maiuscola in Italia non esiste, ci sono molte scuole, diverse esperienze che, nella fatica di un sistema che non le riconosce, che fa della burocrazia un fine invece che un mezzo, si fanno largo, e creano attorno a sé comunità di famiglie, genitori e insegnanti, accomunate dal compito educativo, per sé e per i propri ragazzi. È una ricchezza incredibile, che non chiede di essere “omologata” in sistemi egualitari, ma chiede di essere liberata, per continuare ad esprimere la propria missione.

Chi lavora in una di queste scuole, o chi le frequenta, sa quanto sarebbero importanti tre “libertà” che, se riconosciute, aiuterebbero a crescere queste comunità educanti, intorno alle opere educative (statali o paritarie, comunque siano). 

La libertà di poter fare l’insegnante. Non esistono più percorsi abilitanti. Non ci sono concorsi. Ci stiamo giocando una generazione di insegnanti. Con il risultato che, all’inizio dell’anno, si chiamano ragazzi non ancora laureati a riempire i vuoti di una cronica mancanza di insegnanti abilitati o di insegnanti di ruolo. Diciamolo una volta per tutte: un ragazzo o una ragazza, laureato in matematica, storia o lettere, che ha conseguito perfino i crediti formativi in pedagogia o didattica della sua disciplina, e che, magari, ha svolto anche supplenza (o tirocinio) per un anno, è ampiamente abilitato a insegnare. Non servono ulteriori specializzazioni, numeri chiusi, concorsi e ricorsi, o fantomatici corsi di abilitazione: 13 anni nelle scuole italiane e 5 in università abilitano a iniziare l’avventura dell’insegnamento, oppure a scegliere altre strade: ma lasciamo loro questa possibilità, che alla scuola servono di più giovani insegnanti che vincitori di concorsi.

La libertà nel dirigere le scuole. Presidi e dirigenti scolastici sono la prima linea e i primi responsabili del funzionamento di una scuola. In Italia ci mettiamo più di 5 anni per fare un concorso che li selezioni, per poi renderli dei burocrati custodi delle procedure. Andrebbero scelti, uno a uno, magari coinvolgendo le comunità, dovrebbero avere capacità manageriali, stipendi adeguati e, soprattutto l’autonomia di scegliere, motivare, formare e premiare il corpo docenti. Su questo andrebbero valutati, promossi o bocciati.

La libertà di poter fare una scuola. In Italia le scuole sono tante, varie per natura giuridica, livello, proposta didattica, soggetto gestore, contesto territoriale o ambientale, eccetera. Non esiste “la scuola”, esistono molte scuole. Manca solo la libertà di poterle sperimentare, misurare, valutare. E di poterle scegliere. La speranza è sempre quella che chi governa sia capace di trovare strumenti di valutazione e controllo e, di pari passo, strumenti di libertà ed autonomia, anche finanziaria, per consentire al “genio educativo” del nostro paese di potersi esprimere. Con buona pace della Finlandia.

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