La vera catastrofe per l’ambiente è il radicalismo ecolaicista

Quando l’idolatria della Natura oscura la verità del Creato, anche le cose vere diventano false. Vedi il catastrofismo da global warming

Protesta di Greenpeace a Vienna contro gli incendi in Amazzonia

Che c’entra la religione con la plastica? Apparentemente, niente. Salvo immaginare che, venuto meno il Dio della tradizione, idoli di celluloide ne abbiano preso il posto. O forse non si tratta solo di un declino epocale, per quanto sia certo che la fine dell’epoca moderna abbia inaugurato, a partire dal nostro secolo, l’epoca delle catastrofi. Tsunami, terremoti, Co2, Amazzonia in fiamme, Groenlandia che perde ghiaccio, polveri sottili che respiriamo, amianto nei capannoni industriali, Ilva a Taranto, esplosioni nucleari in Russia, Corea e chissà dove in altre parti. Tutto vero, ma c’è un modo di parlare di cose vere che è falso.

Nel 1982 uscì un testo di Jürgen Habermas, poco citato e ancor meno letto, La crisi della razionalità nel capitalismo maturo. Il filosofo-sociologo di Francoforte osservava che quando si è di fronte a una crisi di sistema, i tentativi di soluzione per via tecnica e amministrativa (burocrazia politica) vengono sottratti alle valutazioni dell’opinione pubblica pilotando l’attenzione delle masse verso tematiche la cui rilevanza non possa incidere sul sistema. In altre parole vi sono stuoli di opinion maker pronti a ingigantire dati e amplificare informazioni corredate da fotogrammi ad arte costruiti così da creare un flusso tendenziale che genera panico e timore di un cataclisma prossimo venturo.

E allora chi salverà la Terra? La giovanissima svedese Greta Thunberg, designata dalla storia paladina mondiale della lotta contro il riscaldamento globale. Due settimane di navigazione su Malizia, imbarcazione miliardaria a vela, messa a disposizione da Pierre Casiraghi per approdare a New York per la Conferenza mondiale sul clima. Grosse operazioni di marketing globale, sostenuto da centinaia di danarose associazioni che si battono per restituire al mondo la sua sostenibilità vitale. O almeno così si dice. Non si può negare la drammaticità reale del problema ecologico e ambientale, non certo per timore di Ellen Goodman, editorialista del Boston Globe che scrisse nel 2008 che chi nega il riscaldamento globale, deve essere messo sullo stesso piano di chi nega l’Olocausto.

Ciò che preme capire sono le ragioni di una tendenza oramai consolidata nel leggere il mondo inforcando gli occhiali del pensiero dominante in senso catastrofista: un violento temporale estivo o la calura eccezionale di una estate come presagi di una fine ineluttabile. Una sorta di religione animista che attribuisce ad eventi naturali sentimenti e predizioni da brivido sapientemente propalati da sciamani e stregoni interessati. Tennessee Williams osservava: «Viviamo tutti in una casa che brucia. Nessun vigile del fuoco da chiamare. Nessuna via d’uscita». In altre parole siamo tutti affetti dalla sindrome del topo in trappola e per questo diventiamo, come i roditori, più feroci e diffidenti.

Nella memoria atavica dell’uomo occidentale si nasconde l’immagine di un Eden, regno di una natura perfetta e incontaminata in cui regna l’armonia di un mondo primordiale in realtà mai esistito, come ci insegna la scienza (chimica, botanica, geologica…). All’idea cristiana di peccato originale che spezza l’armonia del rapporto naturale con Dio da parte di Adamo ed Eva, che vengono cacciati dal paradiso terrestre, subentra un’altra concezione del peccato d’origine che è un peccato-contro-Natura. «Deus sive natura», Dio ossia la Natura (Spinoza). Per molti ecologisti, la colpa del degrado ambientale e dell’inquinamento planetario è dell’uomo. Crudele, senza scrupoli, avido, capitalista e quasi certamente di destra.

Per questo occorre una rieducazione globale dell’essere umano che ha perso la sua sottomissione a Gaia. Ancora una volta c’è del vero in questa denuncia, ma non convince la neolingua dei fanatici dell’apocalisse, per dirla con Pascal Bruckner, che hanno istituito la laica inquisizione della nuova religione universale che vuole obbligare ad un rapporto con le cose e con l’ambiente attraverso divieti, doveri, prescrizioni. Procedure e regolamenti, in assenza di valide ragioni persuasive, sono fatti per essere trasgrediti.

Meno genericamente, la Cina è il primo paese al mondo a inquinare il Mar cinese e il Pacifico con la plastica, provocando la morte di almeno 100 mila esemplari all’anno. Si aggiunga che sempre la Cina è il maggior produttore al mondo di materiale plastico con cui invade i mercati mondiali, soprattutto l’Africa, commercialmente colonizzata dal colosso asiatico. Il continente africano, non disponendo di impianti adeguati alla raccolta della plastica e alla sua rigenerazione, inevitabilmente ingorga i suoi fiumi e i mari che la lambiscono, impoverendo e inquinando gli apporti di acqua dolce. Essendo la Cina una superpotenza mondiale, nessuno osa sanzionarla per la sua deregulation industriale e commerciale.

Il mondo è pieno di progetti per il risanamento ambientale e il salvataggio del pianeta. In Italia, fin dalla scuola primaria si danno istruzioni per l’uso e si realizzano iniziative lodevoli per il bene della natura, ma non si parla più di Creato. La cultura egemone insegna che la natura, come l’uomo, si è fatta da sé: ammettere il Creato introduce l’immagine del Creatore e quindi di un Disegno comprendendo il quale la bellezza delle cose, il bene da servire, la verità da amare rigenerano la coscienza di un rapporto diverso con tutte le cose e tra gli uomini stessi.

Ma tutto ciò è tenuto nascosto dal radicalismo ecolaicista. È bene accorgersi che vi è

«una sorta di reciprocità nel prendersi cura del creato e noi constatiamo che Dio tramite il creato si prende cura di noi. D’altra parte una corretta concezione del rapporto dell’uomo con l’ambiente non porta ad assolutizzare la natura né a ritenerla importante più della stessa persona. […] Siamo certi che una comune responsabilità tra i popoli e gli Stati è nel comune interesse della cura del pianeta e della pace tra gli uomini» (Benedetto XVI, Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2010 ).

Oltre un secolo fa il grande filosofo russo Solov’ëv (1853-1900) ci esortava nel suo Racconto dell’Anticristo a guardarci dai falsi profeti e salvatori del mondo che hanno «l’aspetto di un benefattore, misericordioso, umanitario», più buono di Cristo stesso. Una specie di Cristo 2.0.