Il lungo addio a Vincent Lambert

Al settimo giorno senza acqua e cibo, la situazione del francese è diventata ieri clinicamente irreversibile, «non c’è più niente da fare se non pregare»

«Questa volta è finita»: così i genitori Pierre, Viviane, la sorella Anne e il fratellastro David Philippon in una lettera aperta agli amici che per sei anni hanno combattuto la battaglia per la vita di Vincent Lambert. «I nostri avvocati hanno moltiplicato i ricorsi negli ultimi giorni e compiuto le ultime azioni per far rispettare l’appello sospensivo davanti all’Onu che ha giovato a Vincent. È stato invano. La morte di Vincent è ormai inevitabile. È stata imposta a lui come a noi. Pur non accettandola non possiamo che rassegnarci nel dolore, nell’incomprensione ma anche nella Speranza». La lettera è stata diffusa ieri, 8 luglio, settimo giorno senza acqua e cibo per Lambert.

«Manifestazione annullata»: così gli organizzatori della manifestazione programmata ieri pomeriggio sotto la basilica del Sacro Cuore di Parigi annunciando una veglia per mercoledì sera davanti alla chiesa di Saint Sulpice. «Vincent Lambert sta morendo, la situazione è ora clinicamente irreversibile. È il momento di raccoglierci con la famiglia, per rispetto a Vincent e vicini a Vincent. Non seguiranno altre dichiarazioni», hanno comunicato Jérôme Triomphe e Jean Paillot, avvocati della famiglia.

LA FERMA COSCIENZA DI VIVIANE

È questa la resa che volevano i giornali, il Consiglio di Stato, il presidente Emmanuel Macron? La sconfitta di due anziani e cruenti «cattolici integralisti» accecati dalla guerra all’eutanasia tanto da combatterla sulla pelle di un figlio ammutolito da un incidente undici anni fa? «Non c’è più niente da fare se non pregare e accompagnare il nostro caro Vincent», hanno detto i genitori. Con la stessa ferma coscienza con cui hanno combattuto fino all’ultimo secondo utile per accudire loro figlio senza che nessuno glielo ammazzasse di fame e di sete. Manifestazione annullata: nessun pretesto per dare gli ultimi respiri di Lambert in pasto a chi ne ha decretato la condanna a morte. Perché è così che va raccontata l’ultima settimana di vita di Vincent Lambert: quella di un tetraplegico non “malato”, non in coma, né esposto a un rischio vitale, né in fin di vita, costretto a morire di fame e di sete in un ospedale francese.

UNA LENTA AGONIA

Il 5 luglio Viviane e Pierre Lambert hanno depositato una denuncia contro il medico Vincent Sanchez per omicidio premeditato. Il 2 luglio, il medico per la terza volta (Lambert era già sopravvissuto nel 2013 a trentuno giorni senza alimentazione e con un’idratazione ridotta al minimo) aveva sospeso i sostegni vitali condannando a morte loro figlio, una sentenza resa possibile grazie alla decisione resa il 28 giugno dalla Corte di Cassazione. Il protocollo medico messo in atto doveva prevedere una «profonda sedazione e continua», oltre a fermare la nutrizione e l’idratazione. Allora perché dopo 24 ore Lambert continuava a rispondere agli stimoli esterni, guardare i suoi genitori, chiedeva la mamma disperata e consapevole che la sedazione profonda non prevede il mantenimento di uno stato di coscienza minima? La versione di Sanchez, riportata da alcuni giornali, sarebbe quella di avere applicato una sedazione «tenue» per evitare «attacchi epilettici».

LA CHIAREZZA DI PIERRE, L’IPOCRISIA DI LEONETTI

«È un omicidio sotto mentite spoglie, è eutanasia», ha detto ai giornalisti davanti all’ospedale Chu Sébastopol di Reims, in Francia, il 90enne Pierre Lambert. Un padre che aveva ascoltato quel Jean Leonetti, padre della legge strumentalizzata per ammazzare suo figlio, affermare che «secondo gli esperti Vincent non ha più coscienza di esistere», frase falsa e smentita a più riprese dai suoi colleghi medici, che proprio sulla coscienza hanno chiarito che nelle condizioni di reclusione al Sébastopol non è possibile dare una riposta. Così come non è mai stato possibile fin dall’inizio di questa vicenda rispondere, come ha fatto Leonetti, alla «vera domanda: è ciò che avrebbe voluto?» perché ancora oggi nessuno lo sa. Ma nel dubbio Lambert doveva essere ammazzato. Nonostante non fosse un paziente terminale, nonostante il parere degli esperti, nonostante l’appello dei giuristi, nonostante la contrarietà del Comitato internazionale sui diritti delle persone con disabilità. Nonostante i suoi genitori volessero prendersene cura.

«SONO SOLO LA MAMMA DI VINCENT»

«Non sono né medico, né giurista, sono la mamma di Vincent»: si era presentata così Viviane il pomeriggio dell’1 luglio alla sede dell’Onu di Ginevra: «Perché non ascoltarci? Vincent è un essere umano, non è un oggetto. Gli viene messa la testa sott’acqua. È drammatico». E Viviane era stata ascoltata. Non solo dall’Onu, non solo dalla Chiesa: una enorme quantità di persone laiche, con una solida e condivisa esperienza medica e giuridica avevano fatto propria la causa di Vincent Lambert. Sempre che ci vogliano titoli o esperienze condivise per fare propria la causa di un disabile che ha già dimostrato di non avere nessuna intenzione di morire e capace di piangere quando gli è stata comunicata la sentenza. Affamato e disidratato, la situazione di Lambert è diventata ieri clinicamente irreversibile. Ma indefettibile e tenace resta la testimonianza di Viviane e Pierre: nessuna resa, nelle ultime ore di dolore madre e padre si sono fatti carico della sofferenza del figlio fino all’unico tribunale in cui è ammessa la parola «Speranza».