La difficoltà di capire (cioè avere presa) sull’Ai
Parliamo di memoria. Da alcuni decenni ci troviamo di fronte a un equivoco semantico che facilmente ci porta fuori strada: aver deciso di usare lo stesso termine per indicare lo stoccaggio di informazioni digitali (sequenze infinite di 0 e di 1 in mega, giga, terabyte) e le fantastiche acrobazie del nostro cervello porta facilmente a identificare due processi che sono di natura molto diversa. È una analogia tanto facile quanto fuorviante, con conseguenze importanti.
Partiamo dagli aspetti superficiali: la memoria umana è faticosa sia da imprimere sia da cancellare (non prevede “copia e incolla” e nemmeno “cancella”). La memoria umana richiede tempo e allenamento, è “lenta” e consuma molte energie.
C’è poi un altro aspetto: entrambe le dinamiche di “memorizzazione” (chiamiamole pur così) si strutturano su processi simbolici che permettono i nessi e li sostengono costruendo puntelli, fondazioni, impalcature. Questi aide-memoire (aiuti per la memoria), sono vere e proprie armi a doppio taglio, da sempre. La scrittura (ne abbiamo parlato) è stata forse la rivoluzione tecnologica più importante della storia umana, sia a livello individuale che sociale: serve per ricordare. Platone, ne parlava evidenziandone il grande rischio dal punto di vista della conoscenza: già oltre due millenni fa, dunque, la tecnologia veniva vista come uno strumento ambivalente per il cervello e per le sue operazioni più vitali.
Due pianeti diversi
La cosa interessante è che alle rivoluzioni tecnologiche, nel tempo, si è sempre riusciti a far fronte “domandole”: Dante non sentiva per nulla la scrittura come minaccia. Eppure anche lui, per bocca di Beatrice, avvertiva la necessità di non impoverire l’attività della memoria: «Apri la mente a quel ch’io ti paleso / e fermalvi entro; ché non fa scïenza, / sanza lo ritenere, avere inteso». Puoi anche capire un concetto, ma se non memorizzi, se non trattieni, è come se non avessi capito. “Capio”, in latino, significa prendere. Come apprendimento vuol dire “avere presa” su un argomento: esso diventa propriamente “tuo”.
Oggi viviamo una nuova sfida cruciale a questo livello: l’intelligenza artificiale è uno strumento fantastico, una rivoluzione tecnologica e nello stesso tempo una occasione di perdita di memoria, uno scarico di memoria, di conoscenza, di responsabilità e quindi, potenzialmente, di identità. I giovani (e meno) si stanno abituando a usarla per non memorizzare, senza memorizzare. E questo non è un bene: le due memorie stanno su due pianeti diversi. Ogni ricordo umano è un vissuto e costruisce l’identità.
Salvare tutto
Ultima riflessione: un computer senza memoria operativa si butta. Ma anche i nostri vecchi perdono la memoria. Amo credere che esista, da qualche parte, un recording non meccanico, uno stoccaggio, per così dire, “paterno” che abbia “salvato” tutto (e anche in questo caso gli hard disk non c’entrano nulla). Che la memoria di mia mamma e di mio babbo esistano non solo nella mia (che scomparirà), ma da qualche parte. Che la persona valga anche se non ricorda più, perché da qualche parte la sua memoria (non la memoria “di lei”, ma la sua propria memoria) persiste.
«Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Perciò quello che avete detto nelle tenebre sarà udito nella luce…».
* * *
Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di maggio 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!